ALBERTO GINULFI: L’UOMO CHE STREGO’ PELE’

ginulfi-chi-wp

«Ero lanciatissimo, mi ero guadagnato anche la nazionale, quando ebbi un arresto cardiaco per una pallonata presa in allenamento»


C’è chi, come Giovanni Trapattoni, per fermare Pelé, ha dovuto far ricorso a tutti i mezzi, leciti e soprattutto non. Ma c’è anche chi, come Alberto Ginulfi, lo ha fatto in un attimo, parando un calcio di rigore a “O’ Rey” in un’amichevole tra Roma e Santos. Eppure, per prendersi il posto tra i pali della Roma, ha dovuto aspettare i 28 anni, ma alla fine la sua non è stata una carriera da numero 12.

«C’è voluta tanta pazienza e tanto lavoro – ricorda Ginulfi – perché quando arriva il momento giusto devi farti trovare pronto. Ho passato molti anni a giocare solo quando il titolare si infortunava, per poi riaccomodarmi in panchina».

Tanti anni con davanti un altro portiere, Cudicini prima e Pizzaballa poi, ma mai nessun problema con chi era titolare: «Assolutamente no, con Cudicini, in particolare, eravamo davvero grandi amici. Da lui ho appreso molto, un giovane portiere ha sì bisogno di giocare, ma anche di imparare da chi ha più esperienza di lui. Ma per è stato molto formativo anche aver giocato in serie C».

Tanti anni da secondo, senza mai aver avuto la possibilità di lasciare la Roma?
«Mi voleva la Fiorentina, ma Herrera si oppose e disse che aveva fiducia in me. E lo dimostrò. Arrivò il mio momento e fu bellissimo. Era in Coppa Italia, Herrera mi lanciò nei quarti di finale e giocai fino alla vittoria della coppa, bellissima perché ottenuta contro ogni pronostico».

E dal 1969 al 1973, il portiere titolare è stato lui, raccogliendo i frutti di una lunga attesa.
«Sono stati anni bellissimi, perché intensi. Anche con belle soddisfazioni. Innanzitutto, la Coppa delle Coppe, disputammo un grande torneo e avremmo potuto anche vincerlo. Peccato perché solo dalla stagione successiva si decise che i gol fuori casa potevano valere doppio in caso di parità complessiva, una regola che ci avrebbe permesso di battere il Gornik. Invece ci fu lo spareggio, e la monetina a castigarci. A livello personale, poi, è stata una grande soddisfazione aver parato il rigore a Pelè. Pochi portieri possono dire di esserci riusciti… »

Ma pochi portieri possono dire di essere stati sfortunati come Ginulfi.
«Eh sì, ero lanciatissimo, mi ero guadagnato anche la nazionale, quando ebbi un arresto cardiaco per una pallonata presa in allenamento. Mi ripresi, certo, ma non potevo allenarmi con continuità e ovviamente la domenica ne risentivo. Ma non ho rimpianti, perché ho sempre dato il massimo di me stesso e se non ho ottenuto quanto avrei potuto è solo per sfortuna».

LA SCHEDA:

Alberto Ginulfi (Roma, 30 novembre 1941)

Cresciuto nella Roma, inizialmente riserva di Cudicini e Pizzaballa, dopo essersi tolto la soddisfazione di diventare nel 1959 campione d’Italia con i colori giallorossi nelle categorie giovanili, conquistò la maglia da titolare nella stagione 1969-70.
Estremo di sicuro rendimento, venne definito “il portiere moderno per eccellenza” .
Dopo aver difeso senza rivali la porta romanista per 3 stagioni, dovette cedere il passo a Paolo Conti, rassegnandosi alla panchina per tutta la stagione 1974-75, senza disputare alcun incontro.
La sua carriera proseguì nel Verona (1975-76), disputando una positiva stagione conclusasi con la salvezza della squadra scaligera ed il raggiungimento della finale di Coppa Italia.
Ginulfi passò infine alla Fiorentina, come riserva del promettente Massimo Mattolini. Per lui comunque, in maglia viola, una sola presenza di 45 minuti e la certezza di aver concluso il suo ciclo, anche a causa di problemi fisici che l’avevano perseguitato anni prima, togliendogli probabilmente la possibilità di ottenere maggiori soddisfazioni.
Chiusa l’avventura a Firenze, gioca ancora una stagione nelle file della Cremonese, in Serie B, lasciando definitivamente il calcio giocato nel 1978.