MARIO BRUGNERA: QUELLO DEL CLUB DEGLI OTTO

«Quando ripenso al giorno dello scudetto mi emoziono ancora» «Scopigno eran un tipo unico: parlava pochissimo ma con uno sguardo riusciva a dirti tutto»


Fa parte, beato lui, del club più elitario ed esclusivo di Cagliari, quello che da più di trent’anni non accetta nuovi soci e va avanti serenamente con i soliti otto tesserati. E’ uno degli otto residenti a Cagliari che hanno vinto uno scudetto. La storia comincia in una sera d’estate del famoso 1968, quando Andrea Arrica e il presidente della Fiorentina Nello Baglini si incontrano in ristorante. Di quella cena, della carta dei vini (che ebbe il suo ruolo) e del menu (che ne ebbe uno altrettanto importante, visto quello che ci scrissero sopra i commensali) si racconta in dettaglio nella pagina accanto a questa. D’altra parte Brugnera quella sera non era presente. Entrò in scena qualche giorno dopo, quando prese un aereo per Cagliari insieme a un suo compagno di squadra della Fiorentina, un certo Albertosi. Ancora non lo sapeva, ma era un biglietto di sola andata. In rossoblù si trovò bene, tanto da restare in squadra per la bellezza di 12 anni con un record di 328 presenze.
A Cagliari si trovò anche meglio, tanto da aver conservato felicemente la residenza in «una gran bella città di mare», ma soprattutto una città «dove a noi dello scudetto vogliono tutti un gran bene, anche troppo». Il suo modo per ricambiare è dispensare lezioni di calcio, quello giocato (che insegna nella sua scuola ai Mulini) e quello pensato.

Questo signore veneto tantissimi anni fa, quando ne aveva 22, comparve sul prato dell’Amsicora e cominciò a tirare fuori dal cilindro tanti e tali numeri di virtuosismo calcistico che i tifosi se ne innamorarono in quattro e quattr’otto. E lo ricompensarono con un nomignolo che riassumeva tutta l’ammirazione per i suoi palleggi da giocoliere e le sue prodezze funambolo: Zanfretta.
Calcio d’altri tempi, soprannomi d’altri tempi. Oggi se l’ultimo dei terzini non lo chiami il Guerriero o il Gladiatore o il Cacciabombardiere è probabile che si offenda. Invece all’epoca – quando si poteva vincere uno scudetto senza bruciare nel calciomercato cifre apocalittiche e c’erano addirittura dei pazzi che sceglievano di restare nella stessa squadra per più di un anno di seguito – si poteva anche appioppare a un giocatore amato e ammirato un nomignolo che oggi forse suona irriverente, ma in realtà era solo affettuoso.

Non sarà una cosa originale da dire, ma le cose andavano diversamente. Era possibile, per dirne una, che l’arbitro si portasse in campo un parente per fargli vedere dal vivo una partita più importante delle altre. Dicono sia successo a Torino. Dicono che quel giorno giocasse il Cagliari. Dicono che fosse il 15 marzo del ’70. Dicono bene? «Sì. Quel giorno arrivò l’arbitro Lo Bello e prima dell’inizio della partita ci chiese se per cortesia suo fratello poteva stare in panchina con noi». Non fu una cortesia da poco, perché il fratellino del fischietto più famoso e più protagonista d’Italia si godette a un passo dalla linea di bordocampo un’epica Juventus-Cagliari 2-2, anticamera del match che consegnò ai sardi la certezza aritmetica dello scudetto.

«È vero, per festeggiare dovevano passare altri novanta minuti, ma fu quel giorno che capimmo di essere campioni d’Italia. Era tutta una questione di testa, di morale: se la Juve avesse vinto avrebbe ripreso lo slancio, con quel pareggio la affondammo psicologicamente». Con quel pareggio e con quel rigore concesso sul finale, quando si perdeva 1-2: «Il rigore c’era tutto, fu una decisione impeccabile. Quanto al fratello dell’arbitro, non avevamo motivo di non ospitarlo sulla nostra panchina: avevamo un sacco di spazio, mica c’erano tutte le riserve che ci sono oggi. Se n’è stato lì con noi, tranquillo, a tifare Cagliari fino alla fine dell’incontro». Certo, se oggi Collina chiedesse al Chievo di far accomodare suo cognato nella panchina veronese per vedere un match contro la Juventus… «Per carità, non voglio neppure pensarci, lo processerebbero in tv, sui giornali, alla radio».

E’ vero che il numero 10 è un numero in estinzione, schiacciato dallo strapotere muscolare degli attaccanti e dall’arroganza fallosa dei terzini? «Macché, il 10 è un numero che resterà sempre associato al nome dei più grandi. È vero che oggi è più difficile, c’è molto più pressing, si gioca più veloci, ma è vero anche che chi ha quel numero sulle spalle di solito è uno dei migliori sulla piazza. Anche il 7 è un numero magico, fa pensare a Garrincha, oppure l’11, o l’1. Ma il 10 è speciale, non ne esiste un altro così fascinoso». Non si faccia sentire da Gigi Riva. «Certo, Gigi. Quando si è infortunato ci siamo sentiti male. Allora non è che ci fossero chissà quali ricambi, non lo potevamo sostituire così, da un momento all’altro».

Però prima dell’infortunio qualche soddisfazione ve la siete tolta, o no? «Quando ripenso al giorno dello scudetto mi emoziono ancora. C’era un gruppo di noi giocatori che abitava in piazza Giovanni: ci è toccato fuggire dagli appartamenti». Troppo baccano in strada? «No, entravano proprio in casa». Magari quella sera si è emozionato anche Scopigno: «Un tipo unico, non ne ho mai incontrati altri così. Parlava pochissimo, ma con uno sguardo riusciva a dirti tutto. Un giorno non mi mette in squadra, io ci resto male e vado a protestare. Dico: “Mister, ma perché non gioco?”. E lui: “Secondo te?” e mi fissa negli occhi. E in in quel momento capisco che lui sa benissimo che avevo fatto tardi il venerdì sera, e che voleva farmelo capire senza dirmelo».

Brutto non giocare? «Brutto. Tanto che ancora non riesco a smettere. Sono nella squadra dell’Esercito, torneo amatori». Con il 10? «Che domande, certo. Il 10 non si tocca. Un giorno sono andato a giocare a Buggerru insieme ad altri ex rossoblù, per un incontro di beneficenza. Eravamo nello spogliatoio e ho visto Matteoli che stava per prendersi il 10». Che cosa gli ha detto? «Nulla, l’ho guardato». Come Scopigno….

Testo di Celestino Tabasso

LA SCHEDA

Mario Brugnera (Venezia, 26 febbraio 1946)
Cresciuto in una squadra dilettantistica veneziana (F.C. Nettuno Lido di Venezia), la sua carriera di calciatore professionista inizia nella Fiorentina (stagione 1963/64) dove gioca da attaccante per 5 stagioni; è proprio qui che si guadagna il soprannome del “Piccolo Di Stefano” (71 presenze totali e 23 reti 1 Coppa Italia e 1 Coppa Mitropa).
Nell’estate 1968 Brugnera passa al Cagliari insieme ad Albertosi in cambio di Rizzo che finisce alla Fiorentina, qui vi si lega tutto il resto della sua carriera, con l’eccezione della sfortunata stagione 1974-1975 disputata nelle file del Bologna. Con il Cagliari giocherà 12 stagioni (arretrando progressivamente a centrocampo e poi in difesa, ricoprendo il ruolo di libero fino a fine carriera) e segnerà 20 reti in 227 presenze in serie A, e 13 reti in 101 presenze nei 3 anni di serie B tra il 76/77 e il 78/79, vanta una presenza in Nazionale B (16-10-1968: Italia-Francia 0-1). Con le sue 328 partite giocate è il giocatore con più presenze della storia del Cagliari. Nella stagione 1982-1983 termina la sua carriera nel Carbonia nel campionato di serie C2, girone A.