PIERLUIGI PIZZABALLA: NUMERO 1, IN FIGURINA

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«Non trovavano la mia figurina, ma in campo, bene o male, c’ero. Dicevano che non avrei fatto strada con questo cognome. Non l’ho cambiato…»


Ponteranica, il colle della Maresana poi, sotto, il Comunale e Bergamo. La villetta è elegante, arrampicata in salita, piena di verde, alberi, fiori, vasi, un cane alano. Pierluigi Pizzaballa vive qui. Pizzaballa, un nome una storia, quello delle figurine Panini, quello della frase celebre: «Ti manca Pizzaballa» . Mancava sempre, la figurina. Solo quella. Lui era il numero uno, è stato il numero uno, il portiere dell’Atalanta e della Roma per vent’anni. Ha parato, ha subito, ma è stato in porta, volava, era un trapezista e non solo. Il rischio era il suo pane, i portieri rischiano molto.
Ha giocato sino a quaranta anni. Perché era un portiere e i veri portieri più invecchiano e più sono bravi. Poi ridiventa famoso per la storia dell’album e della figurina introvabile come il Gronchi rosa e tornano a parlare di lui, del “Pisabali”, e fanno titoli del tipo: Vita da n. 1, in figurina.

E lui un po’ se la prende. Solo un po’ perché è un uomo sereno e tranquillo e filosofo.
«Non sono stato soltanto una figurina». E’ stato il portiere della fatal Verona 1973. Bentegodi, Verona Milan 5-3. Stava con gli scaligeri. Ricorda? «Quel giorno ero preoccupato. Il Verona segnava e segnava, il Milan stava perdendo lo scudetto, ma io pensavo all’Atalanta che stava retrocedendo e, quando i miei compagni andavano su in attacco, mi facevo prestare la radiolina da un raccattapalle. L’allenatore Cadè urlava: “Pizza, stai attento, concentrati”. “Ma, sì, faccio in tempo: prima che il Milan arrivi…”. Quella domenica l’Atalanta è andata in serie B, brutta cosa: io sono bergamasco».

Gigi si alza, torna con una bottiglia di rosso. «Un bicchiere? L’ho fatto io». Sull’etichetta vino da tavola della Maresana: prodotto da Gigi Pizzaballa. «Mi diverto, la passione mi è venuta a Verona».
Ricorda gli inizi, il divertimento. «Il calcio è un gioco di emozioni. Non ho mai pensato alla porta come un a posto di lavoro. Il posto di lavoro era la bottega, la drogheria. Io facevo il garzone a Verdello e il prete, don Antonio, una figura come Don Camillo, mi portava ai provini e alle rappresentative regionali. Aveva una Guzzi Falcone, a quattro marce, con il volano, doppia sella. Arrivava dietro la drogheria spingendo la moto spenta. E mi chiamava: “Ehi, ehi, vieni, ssstt, piano. Mi toglievo il grembiule in silenzio e salivo sulla Guzzi e via verso Bergamo, Brescia e Milano. Anche d’inverno. Lui guidava con i giornali e le riviste sul petto, per fermare l’aria e mi chiedeva: “Non avrai mica freddo, Gigi?”. “Insomma…”. La tonaca si gonfiava dal vento e io mi proteggevo, me la avvolgevo intorno. Don Antonio… » .

Diventa portiere, un eccellente portiere. Il suo maestro è il grande Ceresoli. Gli insegna a parare con la testa, con il cervello. E la presa e l’uscita con i pugni. Con quel nome, quel Pizzaballa, diventa un portiere di serie A. Ride. «Una volta un giornalista me l’ha detto: “Guarda che con un nome così non vai lontano. Ma ti rendi conto: Pizzaballa. Fa anche un po’ ridere”. Perché dovevo cambiare? E poi come si faceva? Ce n’erano di portieri con i nomi lunghi. Uno si chiamava Liberalato e giocava nel Milan. Poi Anzolin, Albertosi non erano corti».

Pizzaballa diventa un nome del calcio, vent’anni di serie A. Quando pensi a Pizzaballa, pensi all’Atalanta. Ancora adesso. Certo, Domenghini e Donadoni, gente di peso. Ma Pizzaballa veniva così bene. Gioca al tempo dei portieroni: Mattrel, Anzolin, Sarti, Albertosi, Lido Vieri, Zoff.
«Ero in buona compagnia, loro erano più bravi. Forse non ho avuto molta fortuna, forse, chissà poteva andare meglio. Ma non mi lamento, ho fatto buone cose. Ho giocato nella squadra della mia città. Ho cominciato e chiuso. Prima partita nel ’58/59 in coppa Italia, ultima in campionato nel ’78/79. Sono stato a Roma tre anni con Oronzo Pugliese. Una meraviglia. Poi al Verona e, poco, al Milan».

Sorseggia il suo rosso e sorride ironico: «Ho preso anche qualche gol…». Lucia, la moglie, lo interrompe: « Ah, quella volta ero sull’autobus e stavo andando da mia nonna malata. Eravamo nel febbraio del ’64, faceva freddo. L’Atalanta giocava con la Fiorentina, l’autista aveva la radiolina e in bergamasco diceva: “Uno a zero”. Poi, subito: “Due a zero”. Poi: “Tre a zero”. Tre gol in venti minuti. Sono scesa e ho pensato: che bravi. Frequentavo Gigi, ma non eravamo fidanzati ufficiali. Si usciva, si parlava. Sono ritornata sull’autobus e due passeggeri quasi litigavano: “Cinque gol Hamrin”. Quel Pisabal ne ha presi sette. Li ho guardati con gli occhi sbarrati. Prima mi sono messa a ridere, ma avevo voglia di piangere».

Il vecchio portiere bergamasco fa una leggera smorfia: «Tutti i grandi portieri una volta nella loro vita hanno preso sei, sette gol. Succede. Ci si ride sopra. Poco tempo fa, ero a Coverciano con mio figlio Pierpaolo. Sento uno che mi batte sulla schiena, mi giro, è Hamrin. Agita la mano, mostra il cinque e poi mi abbraccia. Erano passati quasi quarant’anni. Certi episodi restano e, in un certo senso, fanno anche piacere. Non trovavano la mia figurina, ma in campo, bene o male, c’ero. Dicevano che non avrei fatto strada con questo cognome. Non l’ho cambiato…».

Testo di Germano Bovolenta

LA SCHEDA

Pierluigi Pizzaballa, nato a Bergamo il 14 settembre 1939.
Iniziò la carriera nel Verdello ed esordì in serie A con la maglia dell’Atalanta in qualità di riserva di Zaccaria Cometti. Successivamente passò alla Roma, al Verona ed al Milan prima di chiudere la carriera, ancora con la maglia dell’Atalanta, collezionando 275 presenze nella massima serie. Pizzaballa conta anche una presenza in nazionale, essendo subentrato ad Albertosi nel secondo tempo di Italia-Austria del 18 giugno 1966). Fu inoltre convocato da Edmondo Fabbri come terzo portiere ai Campionati mondiali del 1966. In carriera ha vinto quattro Coppe Italia ed una Coppa delle Coppe.