Radice, l’uomo dell’altro Grande Torino

radice-toro-wp

Quel Toro aveva anima e fierezza. E Radice sorride e aggiunge: “E mentalità vincente. Andavamo in campo per imporre il nostro gioco, contro tutti. Ci siamo quasi sempre riusciti, spinti anche dalla forza e dall’immensa eccitazione della città”.


“Quel Toro era una squadra moderna, che s’ispirava con metodo e chiarezza alla scuola olandese. Il modello era l’Ajax, espressione del calcio totale, nuova luce e visione in Europa”

Un ritaglio di giornale, una pagina della Gazzetta di lunedi’ 17 maggio 1976: Torino campione d’Italia dopo 27 anni. Una grande foto con Gigi in trionfo, Castellini e Claudio Sala a passo di carica, Paolo Pulici con i fiori. Graziani con il tricolore, il tracagnotto Pecci in groppa a Caporale. Gli occhi azzurri di Radice azzurri diventano liquidi. Si parla del Toro, solo del Toro e i ricordi sono cascate di acqua fresca. Gigi Radice si immerge nella sua storia e racconta quel Torino. “E’ nato non dico male, ma così così, senza entusiasmare. Le prime amichevoli le abbiamo perse e qualcuno, no, non nel nostro gruppo, cominciò a storcere il naso. Tutto qui?“.

Gioca con un pezzo di carta, disegna un campetto, fa i cerchietti e mette giù i ruoli e i nomi. “Siamo stati i primi a fare pressing. Molto movimento senza palla, il dai e vai in velocità. Quel Toro era una squadra moderna, che s’ispirava con metodo e chiarezza alla scuola olandese. Il modello era l’Ajax, il calcio totale, nuova luce e visione in Europa. Quel calcio mi ha affascinato subito. Già a Cesena cercavo, diciamo pure con buoni risultati, di portare in campo quelle concezioni. Oddio, è rischioso, non è facile applicare il fuorigioco, far scattare i meccanismi giusti. Ma è molto attraente e riempie di gioia“.

E i giocatori? “Mi seguono sin dal primo giorno, con grande attenzione e curiosità. Ci sono problemi, inevitabili errori ma – ripeto – il clima è così interessante che diventa bello persino sbagliare. Quello scudetto, è stato poi giustamente sottolineato dai commentatori, corona una intelligente opera societaria. In testa al gruppo c’era il nostro straordinario presidente Pianelli, la ricostruzione è partita da lui e dai tecnici che aveva scelto prima“.

Quel Toro aveva anima e fierezza. E Radice sorride e aggiunge: “E mentalità vincente. Andavamo in campo per imporre il nostro gioco, contro tutti. Ci siamo quasi sempre riusciti, spinti anche dalla forza e dall’immensa eccitazione della città. L’hanno detto e scritto più volte: abbiamo fatto resuscitare il Grande Torino. Si sentiva, si avvertiva, in città, un’atmosfera cupa, pesante. Dicevano che Torino dopo la terribile sciagura di Superga aveva vissuto giorni di inguaribile rimpianto. Vero, ma mai di rassegnazione. Mai. Ed era questa voglia, questo dinamismo a darci la carica. Il Torino voleva diventare grande, era scritto. Lo è diventato, superando un’avversaria, la Juve di Parola, forte, organizzata“.
Giocavamo cosi“. Radice si diverte a schizzare la formazione sul foglietto di carta. Ridisegna la porta ma non scrive Castellini. Perchè? “E’ scontato. Il nostro portiere era un giaguaro“.

E’ vero che soffriva di ulcera? E’ vero che la consideravano malattia professionale? Radice bofonchia: “Mah, io ricordo che prima delle partite accusava forti tensioni nervose. Sentiva la partita, il nostro giaguaro. Ma non era il solo, più passava il tempo, più si facevano risultati, più si parlava di scudetto e la tensione aumentava“.

Butta giù la difesa. “Caporale, dietro a fare il libero. Bravissimo. Veniva dal Bologna dove aveva, se non ricordo male, giocato molto poco. Con noi si è reinventato: una grande sorpresa. Tempista, tecnico, elegante. Mozzini stopper, forte, robusto, sereno. Di lui dicevano: più che stopper te lo immagineresti dietro uno sportello bancario. Sempre sorridente, gran lavoratore. A destra Nello Santin, a sinistra Salvadori“.

Radice, battezzato poi anche Radix, spiega i terzini (adesso si direbbe uomini di fascia): “Santin era un marcatore per vocazione. Lo conoscevo bene dai tempi del Milan. Lui cominciava e io smettevo. Ha fatto cose egregie anche con la Sampdoria e con noi è esploso. Salvadori veniva dalla C ed era maturato con il Toro. Sembrava, a prima vista, un pò fragile. Solo a prima vista. Si trattava invece di un giocatore completo: buona falcata, scatto, controllo intelligente dell’ avversario. Una difesa bene assortita, al punto da sfiorare la perfezione“.

Ogni tanto una battutina in dialetto lombardo. L’entusiasmo è lì, in agguato. Riaffiora, riemerge e poi diventa un fiume. Gigi Radice si fa cullare dal passato, sale sulla macchina del tempo e rivede quei giorni. La gente, i tifosi in città con i garofani all’occhiello, Torino una sola grande immensa bandiera. Il giorno della festa, dopo l’uno a uno con il Cesena (gol di Paolo Pulici, autorete di Mozzini), i paracadutisti che scendono dal cielo, la corsa sull’anello della pista di atletica e il boato dei settantamila.

Indimenticabile“, fa un sospiro profondo quello che poi avrebbero chiamato l’uomo dagli occhi di ghiaccio e il sergente di ferro. Radice ricorda quasi commosso: “Quel giorno correva anche Orfeo Pianelli. Correvamo tutti con il pugno chiuso. Avevamo vinto, superato la Juve, il Milan, l’Inter. Vinto uno scudetto, e non solo. Dentro quel tricolore c’era molto, molto di piu“. Batte le mani sul tavolo come a scacciare la nostalgia. “Quanti anni, adesso siamo vecchi“. Sem vecc, dice in dialetto milanese.

Il centrocampo, Radice. “Tre, come adesso che giocano un calcio modernissimo. Pecci al centro, Zaccarelli a sinistra e Patrizio Sala a destra. Zac era centrocampista dal dribbling rapido, volava e batteva con prepotenza. Centrocampista classico ma sapeva fare anche la mezza punta, marcare e impostare e anche altre cose. Patrizio, che veniva dal Monza serie C, grandissimo altruista, sempre in aiuto. Di tutti, con naturalezza e semplicità, di una utilità estrema. Eraldo Pecci: centrocampista, regista, sapeva correre e impostare, piedi e cervello. Indispensabile, come lo era Claudio Sala…“.

Alza la penna. “Ohei, non vorrei fare torti agli altri. Erano tutti indispensabili”. Però Claudio Sala, detto il Poeta… “Lo conoscevo dai tempi di Monza. Aveva fantasia, era astuto, sapeva lanciare, andare sul fondo e crossare. Sapeva fare tutto con disarmante semplicità: cioè quella del fuoriclasse. E gli altri due, Graziani e Pulici realizzavano, traducevano. Graziani stava al centro, gran destro, gran sinistro, ottimo colpo di testa. Ma, soprattutto, tornava, dava una mano: il più moderno dei centravanti italiani. Pulici? Eccezionale forza fisica, colpi improvvisi. Lo hanno chiamato Puliciclone. Giusto. Era un vero ciclone, partiva da sinistra attirato dalla rete e in rete andava: aveva il gol nel sangue e dici tutto“.

Luis Radice appoggia la schiena sulla poltrona e dice: “Tutto questo è forse riduttivo. Quella squadra era una novità, ha cambiato un tipo di mentalità. Erano i tempi, e non sono passati poi secoli, in cui il calcio italiano non godeva di luminosa considerazione. Eravamo solo difensivisti e contropiedisti. Va bene, per carità. Il contropiede può essere micidiale, ma non puoi vivere di solo contropiede. Ma ve le ricordate certe figure delle nostre squadre all’ estero?”.
Gigi si alza, liscia la coppoletta e dice: “Abbiamo parlato di quel Toro. E’ stato molto bello. Ho fatto tanto calcio e conosciuto uomini e discusso, qualche volta anche litigato. Ma sempre con entusiasmo“.

Intervista di Germano Bovolenta