RADICE Luigi: l’apprendista stregone

Lunga e accidentata è stata la carriera di Gigi Radice, infaticabile pilota di successi e fallimenti. È stato a modo suo un innovatore e merita un posto nella galleria dei grandi del calcio italiano soprattutto per aver riportato lo scudetto al Torino ventisette anni dopo la tragedia di Superga. Un evento straordinario, come ogni titolo tricolore uscito nel dopoguerra dalla ristretta cerchia Juventus-Inter-Milan. Un’impresa riuscita a un uomo coraggioso e testardo, come pochi provato dalle crudezze della vita.

Figlio di un impiegato della Snia Soia Viscosa, Luigi Radice nasce il 15 gennaio 1935 a Cesano Maderno in provincia di Milano. All’età di quattordici anni inizia a giocare al calcio seriamente, dopo un periodo di apprendistato a scuola e all’oratorio vicino casa: gioca ala sinistra nella «Speranza Cesano». In lui si nota subito una grinta non comune e, soprattutto, una notevole intelligenza tattica. Più avanti viene tesserato per una ambiziosa squadra di seconda categoria, il «Ceriano Laghetto». Ha talento questo giovanotto di quindici anni, biondo e forte, che segna gol e fa segnare, che combatte con indomito coraggio.

Ben presto il Milan lo fa suo: centomila lire al mese e in più la possibilità di continuare gli studi. A sedici anni, dunque, Gigi Radice entra a far parte del clan rossonero e, seguito con passione dagli allenatori Santagostino e Malatesta, compie tutta la trafila: dagli Allievi alla prima squadra. Nel Milan avviene anche la trasformazione da ala sinistra a mediano e terzino. È Guttman che lo fa esordire in serie A, nel campionato 1955-1956, contro la Spal a Ferrara.

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Radice tra Rivera e Mora: happy days

L’anno dopo è di assestamento per il giovane Gigi che si trova a fare i conti con una squadra di mostri sacri, che vince in campionato grazie alle prestazioni di autentici fuoriclasse come Liedholm, Buffon e Maldini. Nel 1956-1957 disputa un solo incontro, con il Lanerossi Vicenza nell’ultima giornata di campionato: e per i rossoneri è una secca sconfitta per 3-1. Nel 1957-1958 le partite in A di Radice sono nove, due quelle del torneo 1958-1959. L’anno successivo Radice viene ceduto in prestito alla Triestina in serie B dove finalmente riesce a giocare da titolare.

Nel 1960-1961 ritorna al Milan per disputare soltanto due partite. La sua annata d’oro arriva finalmente nel 1961-1962: Rocco e Viani lo lanciano titolare in pianta stabile e Gigi gioca 28 incontri, realizzando anche una rete (San Siro, 3 settembre 1961: Milan-Catania 3-0; reti di Barison, Radice e Maldini).

Il 5 maggio 1962, al Comunale di Firenze, Gigi esordisce in nazionale: l’Italia batte la Francia per 2-1, grazie a una doppietta dell’oriundo Altafini. Radice giocherà altre quattro partite in azzurro: Italia-Belgio 3-1, Italia-Germania Ovest 0-0, Italia-Svizzera 3-0 e Italia-Austria 2-1. Sembra destinato a una folgorante carriera ma la sfortuna è in agguato: il 3 marzo 1963 in uno scontro con Cucchiaroni della Sampdoria, Radice si provoca una seria lesione al ginocchio destro. Due anni di atroci sofferenze per Radice che, malgrado le cure dei professori Zappalà e Gui, non riesce a guarire completamente. Nel 1964-1965 disputa le sue due ultime partite in serie A; nell’ottobre del 1965, scontrandosi con Trebbi in allenamento, si provoca la lesione del menisco interno del ginocchio destro: è proprio la fine: Radice appende definitivamente le scarpette al fatidico chiodo.

Si ritrova allenatore per una fortunata coincidenza: grazie a un parente, venne promosso alla guida del Monza, in Serie C. Subito nella mischia, ad appena trentun anni, con tutti gli spigoli del carattere ancora ben in vista, conquista la promozione, ma l’anno dopo viene silurato per un litigio con un dirigente. Sfiora allora un nuovo boom col Treviso e viene richiamato a Monza dove regala importanti salvezze. Alla base del precoce successo c’è lo sguardo sbarazzino da ragazzo che ancora si porta addosso: in pratica, allena i coetanei e gli riesce naturale creare un clima di complicità.

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A Monza la prima esperienza come allenatore

Ha avuto maestri importanti, Viani e Rocco su tutti, ha il carattere in rilievo di chi si sente in credito con la vita e ama rischiare. A Cesena si interessa a lui Dino Manuzzi, presidente ruspante che si è messo in testa l’idea meravigliosa di portare la cittadina romagnola in Serie A. Radice dimostra l’agilità del fuoriclasse. Miscela giovani e anziani plasmando un gruppo formidabile, che coglie un sesto posto e poi il primo, storico salto nella massima categoria. Il Cesena è un fiore che sboccia e allora è quasi logico per il presidente viola Ugolini affidare a lui un giglio giovane e fresco, con Antognoni e un gruppo di baby da svezzare alle alte quote.

L’accordo è per un programma triennale in proiezione scudetto, ma dopo una sola stagione Radice se ne va. Un gran girone d’andata, gioco spumeggiante e grandi promesse, una floscia seconda parte, con la squadra seduta e l’obiettivo minimo, la qualificazione-Uefa, mancato nel finale: basta per un divorzio a sorpresa? Si parla di qualche svago di troppo, si parla della guerra sotterranea di qualche big umiliato in tribuna per far posto ai giovani.

Fatto sta che il presidente offre a Radice la conferma, ma in accoppiata con Nereo Rocco, e paga con 18 milioni l’ovvio rifiuto e la promessa di non fare polemiche. Radice manterrà l’impegno, a dispetto delle voci maligne che circondano quel fallimento. È talmente bravo da poterselo permettere.

In dicembre il Cagliari in crisi lo chiama. Sembra un’impresa disperata, l’infortunio del sommo Riva ha annientato l’attacco. Radice accetta e fa centro: dopo undici stagioni di miracoli di Riva, il Cagliari riesce a mantenersi a galla senza il suo bomber. Lo fa grazie a un calcio di grande movimento, in cui tutti collaborano ad asfissiare la manovra avversaria e trasformare l’azione difensiva in attacco. Piace l’audacia di Radice, piacciono le sue idee moderne.

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Al primo anno con il Torino arriva lo scudetto

Orfeo Pianelli, presidente del Torino, vede in lui l’uomo giusto per tentare di dare contorni al sogno scudetto cui sta lavorando da anni. Radice si gioca la carta con lucido coraggio. Avendo finalmente per le mani un materiale umano all’altezza, cerca di sposare il modernismo di Viani al tradizionalismo di Rocco, i suoi due maestri. Il che significa una squadra “all’olandese”, secondo il vezzo dei tempi, cioè mobile e capace di occupare ogni zona del campo giocando un calcio di iniziativa, ma anche un gruppo con le spalle ben protette da una grande difesa.

Radice ha il genio dell’inventore e confeziona un capolavoro. Sposta il libero designato Santin a mastino difensivo, sacrificando l’atteso Gorin, e come leader difensivo inventa Vittorio Caporale, scarto del Bologna acquistato per rimpinguare la rosa. Del mediano Salvadori fa un perfetto terzino arrembante di sinistra. A centrocampo col giovane Pecci, ceduto solo per 800 milioni dal Bologna nell’errata convinzione che sia afflitto da problemi di ernia del disco, ha il regista capace di ordinare tutto il gioco della squadra.

Ma è da Claudio Sala, fuoriclasse fino allora a metà, che trae il meglio, convincendolo a concentrare i suoi estri sulle fasce e ricavandone un irresistibile ricamatore di cross dal fondo, sinistra o destra senza preferenze. In più, getta nella mischia un altro ragazzino, l’omonimo Patrizio Sala, prelevato dal Monza in Serie C, stantuffo di fascia destra che coniuga garretti ed entusiasmo al limite dell’incoscienza. Zaccarelli completa mirabilmente il trio dei costruttori di gioco e in avanti giostrano i “gemelli del gol”, il generoso Graziani e la catapulta Pulici.

La filosofia di Radice sconvolge il campionato. Il suo credo è: segnare sempre un gol in più dell’avversario, in un ambiente in cui il “primo, non prenderle” è considerato un dogma. Per ottenere questo risultato, impone agli attaccanti, e sopratutto all’inesauribile e duttile Graziani, il pressing sui portatori di palla avversari, in modo da disturbare l’azione offensiva altrui sin dal suo sorgere. Oggi sembra una banalità, allora era rivoluzione pura. Col suo calcio tutto furore e fantasia il Torino conquista lo scudetto, in volata sulla Juventus, ventisette anni dopo la tragedia di Superga.

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I mitici duelli con il Trap

Sfortuna vuole che il trionfo non abbia seguito, nonostante Radice si confermi: l’anno dopo il suo Toro è ancora più poderoso e formidabile, ma si scontra con la Juventus-corazzata più forte del decennio, costruita da Boniperti e Trapattoni sull’idea di un atletismo spinto.

Il testa a testa entusiasmante della primavera 1977 si chiude in volata con punteggi record: 51 la Juve, 50 il Torino, il massimo dei tornei a sedici squadre. Quel secondo posto rimarrà il pennone più alto su cui la bandiera del gioco di Gigi Radice sia riuscita a sventolare.

I successivi ritocchi anziché rinnovare accentuano il logorio del Toro, che tuttavia sta ancora lottando ai vertici quando, martedì 17 aprile 1979, la carriera di Gigi Radice subisce un tragico stop. Verso le 10, sull’autostrada dei Fiori, all’altezza del casello di Andora, la Fiat 130 coupé su cui viaggia il tecnico si schianta contro due auto appena travolte da un Tir volato dall’opposta corsia. A fianco di Gigi c’è il fraterno amico Paolo Barison, ex attaccante della Nazionale e osservatore del Torino, che muore sul colpo, mentre il tecnico granata viene sbalzato fuori dall’abitacolo e poi trasportato d’urgenza all’ospedale civile di Imperia in condizioni gravissime. Un lungo intervento chirurgico lo strappa alla morte.

Quando torna in pista, è un altro uomo. Un paio di cicatrici sul volto e ferite dentro che probabilmente ne inaspriscono il carattere. Il “nuovo” Radice ricomincia da capo una carriera tutta nuova. Fatta di clamorosi picchi e di altrettanto vertiginose cadute. Nel febbraio del 1980 l’esonero dal Torino, scivolato a un passo dalla zona retrocessione, è la prima pesante sconfitta della carriera.

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La ripresa è immediata: Radice si accolla il Bologna che il calcioscommesse ha gravato di lunghe squalifiche e di una pesante penalizzazione iniziale e nonostante il fiasco del brasiliano Eneas produce calcio d’autore e si piazza a ridosso delle grandi. Così il tecnico guadagna il diritto a giocarsi il sogno della vita: allenare il Milan. «Tutto il mio futuro era simboleggiato in modo preciso, era racchiuso in una scena. Mi immaginavo all’uscita del sottopassaggio di San Siro, fino alla panchina milanista: quei cinquanta metri erano e sono stati i più importanti della mia vita».

Il sogno si infrange su una campagna acquisti sbagliata, l’inadeguatezza dello “squalo” Joe Jordan e l’acerbo di troppi giovani. Il Milan scivola al penultimo posto e a gennaio Radice subisce un nuovo siluro. Lo sostituisce Galbiati, che non eviterà una bruciante retrocessione.

Il nuovo Radice è cosi: più lo mandi giù, più si tira su. Non ha paura di niente, l’anno dopo lo chiama il Bari, in B, a metà stagione ed è così folle da accettare, accompagnando la squadra nella caduta in C1. Sembra la brusca fine di un ex grande tecnico. Invece in estate Fraizzoli e Mazzola, con l’Inter rasa al suolo al Mundialito Clubs, decidono di cacciare in extremis Marchesi e pensano proprio a lui, Radice.

Una scelta temeraria che si rivela azzeccata. Nonostante mezzi tecnici contraddittori (leggendaria l’incompatibilità tutta mancina tra Beccalossi, Hansi Muller e Coeck). il tecnico piazza i nerazzurri al quarto posto e rigenera l’ambiente, pur non evitando l’anticipata uscita dall’Europa. Ma a primavera c’è il cambio della guardia e il nuovo presidente Pellegrini vuole un uomo suo al comando: via Radice, dentro un altro ex milanista, Castagner, che trapanerà l’acqua.

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Torino fine anni 80: Radice tra Berggren e Polster

Radice è tornato nell’onda favorevole, lo richiama il Torino, ormai non più di Pianelli, e con l’arrivo del brasiliano Junior, genialmente trasformato da terzino sinistro in regista arretrato, il vecchio Toro torna a lottare addirittura per lo scudetto, sgambettando il Verona a domicilio nel finale di campionato e chiudendo al secondo posto. La nuova avventura granata dura quattro campionati di buon livello più un quinto lacerato a metà da polemiche e intrighi. Gli fanno la fronda i due assi storici, Junior e Dossena, e una risposta infelice sui problemi dei giocatori che vorrebbero più dialogo col tecnico («non faccio l’assistente sociale» gli aliena l’ambiente, fino alla cacciata.

Gli bastano pochi mesi e torna sulla cresta dell’onda rivitalizzando la Roma e suscitandovi nuovi entusiasmi, prima che un incerto finale di campionato chiuda troppo in fretta la parentesi. Siamo al 1990. Radice si gode il meritato riposo, quando si fa coinvolgere dalla crisi del Bologna e dalla classe eterea di Lajos Detari, l’ungherese adorato dai cronisti belle gioie ma spaventosamente deficitario in campo. Il Bologna torna in B e Radice resta a piedi, pronto a un nuovo ritorno.

Questa volta c’è da risanare la Fiorentina, il suo primo amore,e d’incanto il tecnico restituisce fiducia a squadra e ambiente. Con uno come lui, il figlio del presidente, Vittorio Cecchi Gori, sente di poter finalmente puntare la prua verso il sogno scudetto. Invece, con la squadra piazzata a un promettente secondo posto, basta una inopinata sconfitta interna con l’Atalanta a far precipitare la situazione: Radice si ritrova silurato, con tanto di battibecco polemico in diretta televisiva con lo scatenato Vittorio Cecchi Gori.

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Con il Presidente Dino Viola nella controversa esperienza con la Roma

Radice si ritira a Monza trincerandosi in un ermetico riserbo nonostante il solito fiorire delle voci più disparate sulle vere ragioni di un così repentino divorzio, mentre la Fiorentina precipita in Serie B. L’anno dopo il revival di carriera lo porta a Cagliari e a un nuovo esonero. Dopo una stagione di inattività, riparte dalla B, col Genoa di Montella che parte in tromba e poi cola a picco provocando il siluro alla panchina.

Non è finita, gli amici di Monza gli chiedono una mano e il vecchio Gigi ruggisce ancora, portando i brianzoli in Serie B. Ma l’anno dopo basta una classifica dispettosa a farlo silurare anche dal Monza. Un colpo basso, nella sua città d’elezione, dove è nato l’amato figlio Ruggero. Per la prima volta Gigi il duro ammette: «Ho perso l’entusiasmo, lasciare male nella propria città dispiace».

Fine un po’ malinconica di un grande allenatore, capace di vincere in C, in B e in A. di cadere e risollevarsi in tante squadre e ambienti diversi, mantenendo col calcio un rapporto di inguaribile passione. Muore nella sua Monza il 7 dicembre 2018 dopo una lunga lotta contro l’ultimo nemico, l’Alzheimer.

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