ROBERTO “BOB” VIERI IL PRIMO EMIGRANTE

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«E pensare che Christian era un brocco. Non credevo in lui ma ora lo ammiro. Del Piero sì che sembra mio figlio» «Bernardini: un grandissimo. Ma me le dava tutte vinte. Chissà, se avessi trovato uno più severo»


«Boh… E chi se l’aspettava? Perchè, diciamolo, il mio figliolo era proprio una gran pippa… Lo guardavo giocare e pensavo: Madonna bona! Certe cappellate… Sa, noi toscani si è franchi nel dir le cose. Gli dicevo: “ma te sei sihuro che voi fare il halciatore?
E lui niente, dritto come un treno per la sua strada. Una sera, dopo una gara di coppa coi greci (non ricordo se erano dell’Aek o del Paok…) mi telefona da Madrid: “Babbo, li hai visti i goal?”. Gli fo: “So che ne hai fatti tre ma la partita la danno in differita stanotte”. Dice: “Guardali, perchè ce n’è uno…”. La sera tardi mi metto lì a guardare ‘sta partita.
A un certo punto vedo ‘sto marcantonio rincorrere un pallone che pareva perso, agganciarlo sulla riga di fondo campo e fare goal da una posizione impossibile. Mi giro verso mia moglie: “Nathalie, mi sa che Christian ha imparato a giocare a calcio…».
Se lo dice lui, potete fidarvi.

Perchè Roberto Vieri, detto Bob, venti chili e ventimila sigarette fa (“ho sempre fumato senza criterio, un pacchetto e mezzo al giorno anche quando giocavo“) era un grande calciatore. Un fuoriclasse che la sorte aveva dotato di piedi coi quali, nei giorni di buona, riusciva a fare col pallone tutto cio’ che voleva. Il guaio era che quando lo mettevi in campo non sapevi mai se era il giorno giusto o sbagliato. Apparteneva (con tipi come l’Ezio Vendrame che dopo aver dribblato tutti stoppava la palla sulla riga di porta e ci si accoccolava sopra come dovesse fare un uovo o quel Gigi Meroni che girava con la gallina al guinzaglio) a una categoria che tra gli anni Sessanta e Settanta ebbe l’ultimo attimo di gloria prima d’essere spazzata via dal calcio maniacale degli schemi e delle ripartenze. Quello dei Purosangue Matti. Gente che il leggendario Nereo Rocco pesava così: “El xè un genio, pecà che ‘l sia mona”.

Come si era fatto questa fama di matto?
«Non facevo niente di speciale ma sa com’è, uno si fa una certa fama, i giornalisti ci ricamano sopra… Io non giravo con le galline, non giocavo a poker, avevo i capelli lunghi e la barba ma mica ero un sessantottino… E’ vero pero’ che d’estate non andavo mai a letto, che correvo in macchina, che facevo delle bischerate… E’ vero anche che fumavo. Strambo ero strambo. Mia moglie ricorda che gliene ho fatte di tutti i colori. Un giorno la feci venire giù da Parigi e dopo cinque minuti ch’era arrivata la rispedii via… Ero fatto così. E nel momento più importante mi ritrovai come allenatore Bernardini. Grandissimo. Ma me le dava tutte vinte. Chissà, se avessi trovato uno più severo… Anche Mondonico era matto ai miei tempi, quando giocava. Ma come allenatore! Fu lui, che l’aveva già visto tra i giovani del Torino, a volere Christian all’Atalanta. Gli parlò una volta sola. E poi non gli parlò più. Ma quella volta bastò».

Come finì in Australia?
«Avevo 33 anni, ero finito. Mi offrirono un contratto per fare otto partite con una squadra di Sidney, il Club Marconi. Aveva ottomila soci e si finanziava con le slot machine. “Andiamo a vedere”, dico a Nathalie: “ci vediamo l’Australia gratis e in più mi pagano”. Ventiquattro ore di volo, Madonna bona! Ma quando arrivammo lì… Un paese stupendo! Di spazi, di aria… Non ce n’è altri al mondo, di paesi cosi».

E dopo quelle otto partite ci resto’ un sacco di anni.
«Dodici. I ragazzi, ne ho tre, sono cresciuti lì. Christian fino a quattordici anni non sapeva neanche toccare una palla. Giocava a cricket, rugby, basket, tutto, meno che a calcio. Poi comincio’ a giocare col Club Marconi e un bel giorno, quando aveva sedici anni, mi disse: “Babbo, voglio andare in Italia a giocare al calcio”.
Lo guardavo e mi dicevo: ma dove vai? E ho continuato a pensarlo per anni. Anche quando era nelle giovanili del Torino. Mondonico se lo portava in panchina e ogni tanto lo buttava dentro. Io, che pure ero tornato con Nathalie e gli altri figli dall’Australia per non lasciarlo qui da solo (anche se c’erano i nonni) non capivo. Insomma, era scarso. Quello che aveva, pero’, era il coraggio. Madonna, che fegato! Si buttava su tutti i palloni, non mollava mai l’osso, le prendeva e si rialzava. E la cosa più strana qual era?».

Quale?
«La buttava dentro. Mi chiedevo: ma come fa? Quand’era al Venezia in B lo guardavo qualche volta su Telepiù. La sera chiamava: “come ti sono sembrato”? E io: “insomma…”. E lui: “ma se ho giocato bene!”. “Ma che giocato bene!”, gli facevo io. Non ci avrei scommesso un penny. Ma lui, mistero, la buttava dentro. E settimana dopo settimana l’ho visto crescere tecnicamente. Fino a fare progressi pazzeschi. Un giorno, sotto un diluvio, in una partita che non contava niente, lo vedo partire, stoppare di petto, tirare una legnata…».

E’ così anche nella vita? «Ha quello che non ho mai avuto io. Quel qualcosa che forse poteva farmi diventare Maradona. Coraggio. Carattere. Voglia di farcela a tutti i costi. Non beve, non mangia mai niente fuori pasto, non fa tardi la sera. Testa a posto. Quello che ha oggi se l’è guadagnato tutto. L’ha voluto e se l’è guadagnato».
Ritrovarsi con questo figlio è una rivincita anche per lei?
«No, io non ho rimpianti. Mi è andata bene così. E poi nel calcio Christian è troppo diverso da me. Tecnicamente quello che pare mio figlio casomai è Del Piero. Ma ha visto che roba, il mio figliolo? Un leone! Si batte, corre, tira, difende, attacca. Non ha paura di niente. Sa quel che vuole, è cosciente che questi giorni di gloria sono provvisori e che un giorno passeranno. E’ allegro. Pulito. Gli voglion bene tutti. E’ un bambinone che chiama la mamma dieci volte al giorno e le dà tutti i soldi che guadagna, ma dentro è forte. Fortissimo. E chi non lo vorrebbe, un figlio così?».

Testo di Gian Antonio Stella

LA SCHEDA:
Roberto Vieri detto Bob (Prato, 14 febbraio 1946)
Dopo aver iniziato nelle giovanili della Fiorentina, nel 1964-1965 gioca 24 partite nel Prato in serie C1 segnando 11 goal e ponendosi all’attenzione dei dirigenti sampdoriani che devono allestire una squadra in grado di risalire prontamente nella massima serie.
Nel 1966-1967 Roberto Vieri disputa 32 partite segnando 5 goal con la maglia blucerchiata ed è uno dei protagonisti del campionato record della Sampdoria. L’anno successivo Vieri esordisce in serie A disputando 25 partite e segnando 6 reti.
La terza stagione in blucerchiato la disputa nel 1968-1969 giocando 27 partite e segnando 5 goal. A quel punto si pone all’attenzione di tutti e la Juventus lo acquista nella stagione 1969-1970. Nel 1970-1971 Vieri passa alla Roma e nel 1972-1973 è al Bologna dove gioca con una certa continuità per 2 stagioni (14 e 18 partite), poi cade nel dimenticatoio dei tecnici emiliani, ma decide di restare in forza alla società felsinea fino al 1976-1977.
Nel gennaio del 1977 decide di tentare l’avventura in Australia, al Club Marconi di Sydney. Rientra nel gennaio del 1981 al Prato in C1, giocando tuttavia solo 4 partite e segnando 1 goal. Chiude la carriera al Marconi di Sidney nel 1982 giocando ancora 21 incontri con 1 goal.
Roberto Vieri è uno dei tanti prototipi del “genio e sregolatezza” legati al calcio: un giocatore di classe e invenzioni, ma poca costanza e scarsa applicazione. Nel periodo sampdoriano, dal 1967 al 1969, ha anche giocato 5 partite con la Nazionale B, segnando una rete.