La Roma di Eriksson

Sven Goran Eriksson e la Roma: la storia di un’eredità difficilissima, quella di Nils Liedholm. Nel campionato 1985-86 la sconfitta interna con il retrocesso Lecce costò ai giallorossi un meritatissimo scudetto.


“Il Lecce tra noi e lo scudetto: perdemmo. E mi costò anche la Ferrari promessa da Viola” “Ho sbagliato: c’era troppa euforia, avrei dovuto sottrarre la squadra alla città, portarla in ritiro” “Viola mi disse: “Lei il suo scudetto l’ha vinto”. C’erano voci che accusavano la squadra, io non ho mai voluto crederci e mai ci crederò” “La prima volta che vidi l’Olimpico mi dissi: lavorerò qui. L’inizio fu difficile, forse ero troppo rigido con dei campioni. Pensavo solo a imporre il mio gioco. Solo il secondo anno sentii mia la squadra”

Conobbi Roma una domenica di gennaio del 1983. Allenavo il Benfica e venni per spiare quella che sarebbe stata la nostra avversaria nei quarti di Coppa Uefa. Presi un taxi e durante il percorso da Fiumicino al centro m’innamorai della città. All’Olimpico mi presentai senza avvertire: “Sono Eriksson, l’allenatore del Benfica, vorrei entrare”. Cascarono dalle nuvole nel vedermi. Entrai dentro lo stadio e pensai: “E’ qui che devo lavorare”. Vinse la Roma 1-0 contro il Cagliari, Falcao segnò e fu espulso. La sera andai ospite con Liedholm in una televisione privata; a un certo punto lui si mise a parlare in svedese con me senza tradurre. E io gli dissi: “Nils, ma qui nessuno capisce niente”.

In marzo tornai per la sfida Uefa: giocammo bene, molto bene, il giorno dopo i giornali italiani erano pieni di complimenti, ma dopo quella giornata non arrivò alcun segnale per mesi. Fu la stagione dopo che scattò la scintilla. E così un giorno a Lisbona, mentre in automobile stavo per raggiungere il ristorante dove avrei mangiato con il mio presidente, sentii alcuni colpi di clacson. Accostai e un uomo chiese scusa: “Mi dispiace signor Eriksson, lavoro all’ambasciata italiana, non sono riuscito a trovare il suo numero di telefono: ho un messaggio del presidente Viola per lei”.

Chiesi al mio amico Borije di andare a Roma, gli indicai la cifra che avrei voluto, cifra ridicola oggi e forse ridicola pure ieri. Firmai un contratto di due anni. Vidi pure la famosa finale di Coppa Campioni Roma-Liverpool. Di quella serata ricordo il dopo partita: i romanisti non volevano lasciare lo stadio, guardavano fissi il campo, piangevano. Dino Viola era una persona splendida, quando voleva… Faceva tutto per la Roma, se serviva esser furbo lo era, se serviva essere gentile lo era, se c’era da attaccare era pronto.

Eriksson con Ancelotti in allenamento

Eriksson con Ancelotti in allenamento

L’importante era la Roma. Non parlai mai di obiettivi con lui. Anzi, soltanto una volta. Mi disse: “Prima di diventare vecchio vorrei rivincere lo scudetto e avere un’altra possibilità in Coppa Campioni”. Niente da fare. E niente Ferrari. Era il premio scudetto. Offerto dopo il pomeriggio in cui incontrammo Boniek in Toscana per portarlo alla Roma. Si presentò con la Ferrari e ci disse: “E’ di Platini”, era stupenda. Viola capì che ero rimasto affascinato e promise: “Sarà il mio regalo nel caso vincessimo lo scudetto”.

L’inizio fu complicato. Andava tutto male. Non potevo stare in panchina perchè non avevo il permesso: qualche volta, in trasferta, non mi lasciavano entrare neanche nello spogliatoio all’intervallo, poi il giorno dopo si leggeva che la Roma di Eriksson aveva fatto schifo. Ebbene sì, lo ammetto, più di una volta ho provato la tentazione del pentimento, ho pensato chi me l’avesse fatto fare. E poi loro avevano con Liedholm certe abitudini che cominciai a mettere in crisi: io ero più rigido, più preciso, più noioso. E lo ero con giocatori che avevano vinto un Mondiale. Su di me erano state scritte cose sbagliate, che ero un duro, che non sentivo ragioni, non era un bel biglietto da visita.

Poi Falcao. Quell’anno giocò poco, tre o quattro partite, e non bene. Però ricordo che tutti dipendevano da lui. L’avevo incontrato molto prima di cominciare la stagione: parlammo in portoghese, io non avevo ancora firmato il contratto. Lui mi raccontò diverse cose, poi se ne uscì così : “Lei conosce Mancini?”. “No, ho visto il suo nome sui giornali”. “Si fidi, dobbiamo prenderlo”. Viola ci provò con Mantovani, non ci riuscì . La stagione fu riempita da questa guerra tra la Roma e Falcao, mi trovavo in mezzo a tante storie che non conoscevo e non volevo conoscere. La Roma aveva vinto molto, era reduce da anni d’oro, forse io volevo cambiare troppo, ero troppo rigido, col senno di poi sarei stato diverso. Non m’importavano le caratteristiche dei giocatori, ero solo preoccupato dal trasmettere le mie idee. Volevo più aggressività, più pressing, più velocità.

Il primo anno alla Roma non sentii mai feeling, non ho mai pensato: “Questa è la mia squadra”. Metter fuori Pruzzo o Conti, come mi accadde all’inizio del secondo anno, era dura. Però io ero convinto. Conti è stato un grande, voleva più autonomia, io forse gli chiedevo troppo: non ho saputo sfruttare la sua fantasia. Pruzzo cominciò, posso dirlo, a leggerlo si metterà a ridere, giocando da schifo. Stava male, si curò, guarì e il ritorno segnò 18 gol, diventò il giocatore che sognavo. C’erano tanti giovani interessanti: Giannini, Desideri, Tovalieri, Baldieri. Tutta gente che è andata avanti nel calcio. Però per me potevano fare di più. Roma è tanto bella come città, era troppo facile diventare campioni. E allora cercavo di spiegargli che c’era una vita calcistica anche fuori da Roma, dove hanno vinto la maggior parte degli scudetti.

L’anno che vincemmo la Coppa Italia senza i nazionali impegnati nel Mondiale tutti erano diventati re. Roma in questo sa essere pericolosa. Nonostante questo nel girone di ritorno del mio secondo anno la Roma cominciò a giocare alla grande. Falcao non c’era più ed era inutile rimpiangerlo. Boniek fu un grande acquisto, la squadra diventò velocissima. Pruzzo era un altro. Graziani stava sulla fascia. Cerezo giocava benissimo. Molto bravo Di Carlo sulla sinistra. La squadra rubava palla e partiva.

Zbigniew Boniek, andato a vestire la maglia della Roma, inseguito dall’ex compagno di squadra Gaetano Scirea: una sintesi del ritrovato dualismo tra bianconeri e giallorossi che segnò la lotta per lo scudetto.

Avevano cambiato mentalità. E io avevo imparato la lingua e potevo sedere in panchina. Abbiamo cominciato a crederci, il gruppo era forte. Insomma, la squadra era diventata la mia squadra. Rispetto a Lisbona dovetti cambiare l’abitudine di non andare in ritiro. Le prime partite, in Coppa Italia, ci vedevamo lo stesso giorno dell’incontro. Però un giorno videro un giocatore in un ristorante il sabato sera. “Scusate – feci io – ma se è scapolo dove deve mangiare?”. Però alcuni vennero da me, “Mister, forse è meglio vedersi prima”. Era stato Viola a spingerli a parlarmi? Probabile. E forse a Roma è meglio fare così.

E arriviamo dove sono arrivato cento volte perchè cento volte mi è stato chiesto di quel Lecce e di quel giorno e di quella partita, anche se io non l’ho più rivista, mi sono sempre rifiutato di farlo. Tutto cominciò a Pisa: eravamo sotto, rimontammo, vincemmo, raggiungemmo la Juve. Ricordo l euforia dello spogliatoio, ascoltavo quella frase che volava da un giocatore all’altro, “E’ fatta, è fatta”. Io sbagliai. Avrei dovuto portare a Nord la squadra, sottrarla alla città, a quel senso di festa per aver già vinto lo scudetto. Non c’era da cambiare formazione, c’era da andare in ritiro dal lunedì. Non avevo capito la squadra. Nell’intervallo contro il Lecce ero arrabbiatissimo: “Ma che cavolo facciamo?”. “Mister, tranquillo, adesso si fa”. Non si fece.

La notte non presi sonno. Viola mi chiamò il lunedì: “Mister, dentro la sua testa deve sapere che lei, personalmente, ha vinto lo scudetto. Solo che la Ferrari non gliela regalo”. C’erano voci che accusavano la squadra, io dissi a Viola: “E’ troppo brutto, non può esser vero”, anche se proprio le affermazioni del presidente lasciavano dubbi. Mai ho creduto a quelle voci, mai ci crederò. Quella settimana però volevo smettere, c’era un clima brutto, bruttissimo. Avevamo quasi vinto uno scudetto, non l’avevamo perso. A Como, la domenica dopo, era tutto perso, tutto finito. Per come sono fatto io non posso pensare che ci sia stato qualcosa di scorretto. Meno male che venne il Mondiale e i giocatori più importanti erano in nazionale. Giocammo la Coppa Italia e la vincemmo con i giovani, non so se con gli altri ce l’avremmo fatta.

Non so dirvi se l’esonero del terzo anno sia stato prodotto dall’impossibilità di dimenticare. Viola non era d’accordo con me sul come rifare la squadra. Mi spiego: io volevo cambiare più di lui. Ero legato alla Roma, prima di Roma-Lecce avevo firmato un contratto di due anni. Poco prima mi aveva chiamato Boniperti, c’era stato un contatto con la Juventus e io non avevo ancora firmato: avevo dato la parola a Viola, non volevo tradirlo, non fu una questione nè di soldi, nè di sentirmi particolarmente rivale della Juve in quel periodo. Però l’ultima stagione non la pensavamo allo stesso modo e allora dissi a Viola che da quel momento, dalla fine di quella discussione in cui parlammo di come rinnovare la squadra, poteva mettermi fuori quando voleva. Lo fece dopo Milan-Roma 4-1.

Il lunedì andai da lui. “Se vuole…”. Volli. Mi dimisi. Fu un periodo terribile. Credo che proprio il pomeriggio di quel giorno ebbi la notizia che mia figlia stava male e rischiava di morire. Aveva tre mesi, il pediatra aveva scoperto un’anomalia cardiaca: andava operata subito. Il giorno dopo partimmo per Goteborg. Il medico ci parlò di 50 probabilità su cento di farcela. Immaginate lo stato d’animo con cui aspettammo quelle sei ore di intervento. Andò tutto bene. Tornai a Roma, ci restai qualche mese senza lavorare. Andai via convinto che un giorno sarei comunque tornato ad allenare in questa città.