SERGIO “BOBO” GORI: L’UOMO DEGLI SCUDETTI

“ A Cagliari mi ricordo che alla fine di quell’anno, quando vincemmo lo scudetto, telefonai a casa e dissi “Ce l’ho fatta!”. Forse è una frase scontata, retorica, che però per me valeva molto”.


E’ stato uno dei pochi calciatori italiani a vincere più scudetti in diverse squadre: 4, due con l’Inter, uno con il Cagliari ed uno con la Juventus. Sergio, “Bobo” per gli amici e nome datogli fin dai primi vagiti in culla, Gori è nato a Milano il 24 febbraio 1946. Brucia le tappe, esordendo giovanissimo nell’Inter del “mago” Helenio Herrera. Colleziona dieci presenze, ma, partecipa ai due scudetti vinti nel 1964-65 e nel 1965-66 e alla conquista della Coppa dei Campioni (1964-65) e a quella della Coppa Intercontinentale conquistata sempre nel 1965.

Poi, viene spedito in provincia, al L.R. Vicenza, a farsi le ossa, e rientra nell’operazione che frutta ai nerazzurri del cav. Angelo Moratti l’arrivo a Milano di bomber Luis Vinicio. Si salva per due volte con i lanieri veneti, poi, nel 1968 il trasferimento a Cagliari, dove nel 1969-70 conquista lo storico scudetto degli isolani, giocando in attacco a fianco di “Rombo di tuono” Luigi Riva. Il suo passaggio al Cagliari assieme ad Angelo Domenghini permette lo scambio all’Inter di Roberto Boninsegna, altro potente “panzer” del nostro calcio.

Un’annata d’oro per Bobo Gori il 1970: dopo lo scudetto, ecco la convocazione ai Mondiali di Messico con la Nazionale dell’allora cittì Ferruccio Valcareggi. Debutta nei quarti di finale contro i tricolori sudamericani, poi, altre due maglie azzurre prima dell’ultimo dell’anno, poi, basta. Passa alla Juventus con la dote di capocannoniere della stagione 1974-75 e con Gigi Riva infortunato. Con i bianconeri vince un altro scudetto (edizione 1976-77) più la Coppa Uefa. Nell’estate del 1977 passa al Verona, dove chiuderà in serie A la sua carriera.

Cosa fa di bello oggi Sergio Gori?
“Bé, oggi devo fare attenzione molto alla salute perché non sto più molto bene e, quindi, vengo fuori da un periodo un po’ così. Però, mi sono occupato, dopo la carriera, di ristorazione, con alterne fortune”.

Qual è stato il momento più bello della sua carriera di calciatore costellata da ben 4 scudetti?
“Il primo anno di Cagliari e la vittoria dello scudetto a Cagliari. Mi ricordo che alla fine di quell’anno, quando vincemmo lo scudetto, telefonai a casa e dissi “Ce l’ho fatta!”. Forse è una frase scontata, retorica, che però per me valeva molto”.

Scegliamo il gol più bello e quello invece più importante?
“Il più importante sicuramente il 2-0 di Bari, che decretò la vittoria dello scudetto. Perché? Per la Sardegna, per me, per la mia famiglia. Il più bello, invece, credo sia stato a “San Siro”, con la maglia della Juve, quando vincemmo contro il Milan 1-0 e feci un bel gol di testa su cross di Causio sulla destra. Il gol bello, di buona fattura, in corsa, in velocità, quindi, non solo stilisticamente, ma anche come equilibrio fisico e difficoltà nel farlo, perché fu un colpo di testa esploso quasi fuori dall’area, quindi, molto bello, secondo il mio parere e le difficoltà che ci furono in quel momento”.

Perché l’appellativo di “Bobo”?
“Mi venne dato quando nacqui da un ex giocatore dell’Inter, l’attaccante Giorgio Barsanti, che mi vide nascere, e che a quell’epoca mangiava presso il ristorante dei miei genitori. Una volta che fui presentato ai giocatori dell’Inter come nuovo arrivato, lui mi chiamò Bobo. Che non ha niente a che vedere con il brasiliano, che vuol dire tonto, ma me lo dette un giocatore italiano e dell’Inter come vezzeggiativo, come abbreviativo affettuoso”.

Qual è stato il suo più grande rimpianto da calciatore?
“Mah, rammarico, io sono abbastanza realista, nel senso che il calcio mi ha dato quello che probabilmente mi meritavo, senza andare nei particolari. Forse, non ero così forte da fare una carriera importante anche in Nazionale; quindi, parlo di tante presenze, due anni in azzurro ma senza essere protagonista e sono stato valutato nella giusta maniera. Però, le mie soddisfazioni me le sono prese: mettere la maglia azzurra, partecipare ai campionati del Mondo in Messico nel 1970, laurearmi vice-campione dietro al grande Brasile di Pelè, vincere quattro scudetti, due Coppe d’Europa, una Coppa Uefa, io credo che sia un curriculum di tutto rispetto e sia stato adeguato alle mie possibilità”.

Il giocatore più forte che l’ha marcata e quello più forte con cui ha giocato assieme Sergio Gori?
“Io i giocatori li amo suddividere in giocatori di classe e in giocatori specifici. Giocatori di classe sono stati Suarez, Corso, quelli che abbinavano la qualità stilistica alla tecnica, alla capacità di dribbling, alla facilità di corsa. Che avevano cioè componenti totali, diciamo così, di calcio. E, invece, specifiche, bé, certamente Riva: era un giocatore che aveva come attaccante delle qualità che non andavano proprio di pari passo alla bellezza stilistica, ma alla potenza, alla grinta, alla determinazione, in alcuni casi anche alla cattiveria agonistica, ecco”.

L’avversario che l’ha fatto soffrire di più?
“Mah, guardi quello che mi conosceva a fondo, e, quindi, prevedeva i movimenti, i modi di giocare, era Spinosi della Juve”.

E’ stata un’infanzia serena, la sua, oppure difficile?
“E’ stata un’infanzia nelle difficoltà serena perché mio padre e mia madre lavoravano, io ero molto solo, con mia sorella, che è stata la mia “mamma putativa”, diciamo così. Molto solo, quindi, ho sofferto della mancanza della tavola, della famiglia nei momenti di raduno, raccolta familiare, di scambio di impressioni, di dialogo. Che poi ho cercato di riprodurre quando mi sono sposato, molto giovane tra l’altro, a 23 anni. Quando sono andato a Cagliari, sono stato sempre molto severo nel volere tutti i miei figli a tavola. Che, poi, il risultato di tutto questo sia stato positivo o no, sarà l’arco di tempo in cui vivono i figli che lo determina. Non so, quindi, fino a che punto siano serviti, valsi questi miei insegnamenti: io, per lo meno, li ho vissuti così”.

Fonte: Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it

LA SCHEDA

Sergio Gori (Milano, 24 febbraio 1946)
Esordì giovanissimo nella Grande Inter degli anni sessanta, con 10 presenze fra il 1964 e il 1966. In quell’anno viene mandato in provincia, al Lanerossi Vicenza a fare esperienza, nell’ambito dell’affare che portò il capocannoniere Luis Vinicio in nerazzurro. Nelle due stagioni in biancorosso segnò 16 reti (8 a stagione, in entrambe le occasioni fu capocannoniere della squadra) in 56 partite di campionato, contribuendo alle salvezze del Vicenza. Rientrato alla base nel 1968, giocò solo 14 partite prima di esser messo sul piatto della bilancio come contropartita tecnica insieme ad Angelo Domenghini nello scambio che portò all’Inter il centravanti cagliaritano Roberto Boninsegna.
Dopo i due scudetti vinti con l’Inter da riserva, Gori ne vinse uno a Cagliari nel 1970 da protagonista, formando una coppia d’attacco ben assortita con Gigi Riva e facendo per molte stagioni a seguire la spalla alla grande ala sinistra. Proprio in quell’anno è chiamato anche in nazionale maggiore, dopo 5 presenze in quella “B”. Esordì durante i mondiali messicani, nell’incontro contro i padroni di casa nei quarti di finale, subentrando proprio al compagno di squadra Domenghini. Giocò poi altre due partite sempre in quell’anno, al termine dei campionati del mondo.
Capocannoniere del Cagliari del 1975 dato l’infortunio di Riva, passò in quell’anno alla Juventus, con cui giocò buona parte del primo campionato mentre nel secondo collezionò appena 7 gare, che gli permisero comunque di fregiarsi del quarto scudetto personale in tre squadre differenti (record che condivide con Ferrari, Fanna, Serena e Lombardo). Passato nel 1977 all’Hellas Verona, chiuse al termine di quella stagione la sua avventura in Serie A.