L’allenatore: da brutto anatroccolo a cigno

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All’inizio è un’appendice curiosa, un attore non protagonista per definizione. Poi ha cominciato a dettare schemi e strategie. Oggi, la rivincita è compiuta: gli allenatori d’elite guadagnano spesso più delle stelle meglio pagate…


PROLOGO

Il brutto anatroccolo è diventato un maestoso cigno. Ci ha messo cent’anni, di più o meno effettiva solitudine, ma alla fine si è preso una clamorosa rivincita sulla storia. Nelle foto di gruppo d’inizio secolo scorso, l’allenatore compare di rado e quando lo fa si leva allampanato e goffo, nei suoi completi giacca e cravatta di solito piuttosto stazzonati, o in improbabili tenute candide, accanto ai ragazzi in maglietta, mutandoni e scarpe bullonate. Un’appendice curiosa, un attore non protagonista per definizione, come il massaggiatore o (esageriamo) il magazziniere. Piano piano, quell’appendice si è mossa. Ha cominciato a dettare schemi e strategie, non solo a tenere caldi i muscoli e il fervorino di rito prima delle partite o nell’intervallo.
Si è accomodato in panchina (il 2 dicembre 1951) e da lì ha preso ad accumulare peso e importanza. Oggi, la rivincita è compiuta: gli allenatori d’elite guadagnano spesso più delle stelle meglio pagate delle relative squadre.

È vero che il calciatore è tuttora il sole attorno a cui ruotano tutti i pianeti del pallone, però l’allenatore è approdato a una considerazione assai prossima alla sua, essendo ormai assodato che può contribuire alle fortune del la squadra né più né meno del campione in calzoncini e scarpette. È vero che la sua panchina continua a “scaldarsi” fino a diventare talora rovente consigliandogli di levarne le terga prima di mandarle arrosto, ma questo rientra nella sua tradizionale solitudine, essendo praticabile il licenziamento di uno e non quello del l’intera rosa dei titolari. In ogni caso, si tratta di una variabile talmente ben remunerata da far parte ormai delle “voci” classiche della professione. Il tradizionale calcio nel fondo schiena, ovvero il siluramento, corredato di busta paga garantita fino a fine stagione, può essere considerato (a parte i casi cronici) come un invito a un periodo sabbatico, di più o meno meritata vacanza di lusso.

MISTERO BUFFO

In principio l’allenatore… semplicemente non c’era. Era il giocatore più anziano della squadra, o colui che per carisma o censo la capitanava, a impartire ordini e a fare la formazione. In altri casi, si decideva in gruppo ed è da pensare che proprio l’esigenza di un punto di riferimento estraneo ai giocatori, portati a mettere in ballo nella discussione anche (o soprattutto) l’interesse personale, consigliasse a un certo punto di ricorrere a un “trainer” o “coach”. Espressioni inglesi, queste ultime, a lungo usate anche in Italia per definire gli allenatori, provenendone la gran parte dall’Inghilterra, per via delle origini del gioco e della nazionalità prevalente tra i pionieri del nuovo sport. A ciò si deve l’abitudine, approdata fino al calcio d’oggi, di chiamare l’allenatore “il mister” e, per molti giocatori, di rivolgersi a lui con quell’appellativo un po’ goffo.

Nei primi tempi vennero per lo più istituite delle commissioni, come la storia della Nazionale documenta eloquentemente. Così Mario De Simoni, il portiere dell’esordio azzurro il 15 maggio 1910 all’Arena di Milano contro la Francia, ricordava la preparazione dello storico match: «Allora non esistevano gli allenatori nel senso d’oggidì, e nemmeno gli allena menti: ognuno di noi si arrangiava, conciliando le esigenze del lavoro con quelle dello sport, e praticamente le squadre erano guidate dai capitani. Il compianto Umberto Meazza, ex giocatore, ex ginnasta, valoroso alpinista, e arbitro di qualità (la Sezione Arbitri milanese si intitolò infatti al suo nome) e i suoi colleghi della Commissione Tecnica convocarono per giovedì 5 maggio, cioè dieci giorni prima dell’incontro conia Francia, un gruppo di 22 elementi, divisi secondo i sistemi allora imperanti in “Probabili” e “Possibili “». La Commissione Tecnica era composta da cinque arbitri, essendo stata devoluta alla categoria, in quanto componente imparziale, la selezione dei partecipanti al primo capitolo della nuova avventura.

Il primo, grande allenatore del calcio italiano: l'inglese Willy Garbut

Il primo, grande allenatore del calcio italiano: l’inglese Willy Garbut

Non appena le brume dell’età pionieristica si diradarono, i contorni della nuova figura – l’allenatore – si precisarono meglio. Il periodo storico è collocabile all’indomani del primo conflitto mondiale, più precisamente nei primi anni Venti, ma ad aprire la strada erano stati alcuni precursori, tutti riassumibili nella figura del primo, grande allenatore del calcio italiano: l’inglese Willy Garbutt.
Questi era un’ottima ala destra del calcio britannico che, non appena smessi i panni del calciatore a causa di un infortunio a un ginocchio, aveva deciso di emigrare in Italia a insegnare calcio. Arrivò ovviamente a Genova, tappa obbligata per l’ingresso del pallone di cuoio nel Bel Paese. Conosceva il fratello di Tom Coggins, un irlandese che dirigeva le giovanili (i boys, come si diceva allora) del Genoa e da questi si fece raccomandare presso il club, il cui Consiglio direttivo a propria volta cer cava un allenatore per vincere l’a stinenza da scudetti che durava ormai dal 1904.

Garbutt fu una rivelazione. Aveva nel sangue la passione per il gioco del calcio e l’idea che solo un collettivo autentico, ben amalgamato, potesse conquistare il successo. Così il suo lavoro, che era quello tipico del “coach” all’inglese (cioè di mera gestione dei giocatori della prima squadra), si sviluppava in due direzioni. La prima era l’inse­gnamento dei fondamentali. Celebre la sua idiosincrasia alle lacune tecniche: considerava inammissibile che un giocatore “avesse un solo piede” e chi si azzardava a confessarlo veniva immediata mente sottoposto alla cura del caso. Che consisteva nel doversi togliere la scarpa dal piede “buono” prima di entrare in campo per l’allenamento e la partitella. Calciare il durissimo pallone di cuoio (allora molto più pesante di oggi, so­prattutto per via della camera d’aria, perlopiù costituita da una vescica di maiale gonfiata e poi ricoperta da cuoio grezzo e legata con una correggia che rendeva la sfera in quel punto particolarmente ruvida al tatto) con il piede nudo equivaleva a immolarne l’integrità, sicché dopo qualche goffo tentativo era giocoforza industriarsi con l’estremità analfabeta e forzarla a un minimo di collaborazione tecnica.

L’altra direttrice era il consolidamento del gruppo, che curava nello spogliatoio, al riparo da orecchie estranee. Pretendeva dai suoi il gioco di squadra, l’aiuto reciproco e ovviamente il rispetto delle direttrici di massima del Metodo, la tattica allora imperante, indispensabile per garantire equilibrio alle forze in campo tra difesa e attacco. Garbutt se ne andò al profilarsi del conflitto mondiale, non appena riportati i colori rossoblu allo scudetto, ma sarebbe tornato dopo la guerra, avviando una lungo ciclo che lo avrebbe portato in giro per varie piazze d’Italia. Il suo esempio fu decisivo.

Bob Spotishwood, il primo allenatore straniero dell’Inter

Nel 1923 l’Inter, scampata la retrocessione nel tragicomico spareggio con la Libertas Firenze, decise di correre ai ripari assumendo un allenatore inglese, Bob Spotishwood, ingaggiando tra l’altro a rinforzo della squadra due giocatori stranieri, gli austriaci Schönfeld e Veisz, quest’ultimo destinato a distinguersi come tecnico di valore. Le orme del club nerazzurro vennero se guite dagli altri, provocando una vera e propria immigrazione nel nostro Paese di “fabbricanti di giocatori”, come vennero definiti per via della priorità assegnata al l’addestramento sui fondamentali: il controllo della palla, il dribbling e il passaggio. William Garbutt, per esempio, introdusse sistemi che restarono poi a lungo di uso corrente, come i pioli in fila sul campo che i giocatori dovevano superare palla al piede scartandoli senza farli cadere, o i palloni appesi a una corda e tirati sempre più su per addestrare gli atleti al l’elevazione e al colpo di testa. La sua cura era maniacale e per questo i ragazzi lo seguivano ciecamente.

IL “MISSIONARIO” HOGAN

Jimmy Hogan: esportò il football nella mitteleuropa

Il raggio di ricerca degli allenatori si allargava. I primi contatti internazionali avevano diffuso la fama del calcio danubiano, più raffinato e meno fisicamente duro di quello britannico, al quale tuttavia molto doveva dei propri progressi. Era stato infatti un mitico allenatore d’Albione, Jimmy Hogan, a diffondere l’insegnamento del calcio in vari paesi europei. Hogan era nato nel 1888 in Inghilterra, a Coinè, nel Lancashire, secondo dei tredici figli di un mugnaio cattolico irlandese, e aveva giocato in parecchi club: Nelson, Swindon, Fulham, Burnley e Bolton, ricavandone una buona fama. Subito dopo se ne era andato in Olanda ad allenare il Dordrecht, poi era tornato in Inghilterra, al Fulham, inaugurando una sorta di personale ponte tra l’Isola e la terra ferma che ne avrebbe fatto un sempre aggiornato “missionario” del calcio inglese. Tornava periodicamente in patria, ma la sua meta preferita era l’Austria, e qui per sua sfortuna si trovava allo scoppio della prima guerra mondiale. Venne internato, ma la sua pratica del pallone nel campo di prigionia gli valse la libertà. Fu rilasciato a condizione che continuasse in Ungheria il suo lavoro di allenatore e ne facesse regolare periodico rapporto alla polizia.
Nel Paese magiaro divenne famoso al punto che molti meriti gli furono riconosciuti tanti anni dopo, quando nel 1953 la Grande Ungheria di Gusztav Sebes stupì il mondo andando ad espugnare Wembley per 6-3.

Hermann Felsner portò al Bologna ben quattro scudetti

Austriaci e ungheresi si aggiunsero dunque agli inglesi negli anni Venti e Trenta. Molti allenatori del periodo vennero a lungo ricordati: Jozsef Ging, ungherese, ventisei volte nazionale, prima del girone unico fece fortuna a Pisa (condotto alla finale scudetto, perduta nel 1921 con la Pro Vercelli), emergendo come puntiglioso maestro della tecnica individua le: proverbiali le sue lunghe se dute sul campo a posizionare corpo e piedi di ogni giocatore per assicurargli il modo migliore per calciare il pallone; fu poi al Livorno, alla Roma, dove invece venne ricordato più che altro per gli interminabili giri di campo con cui cercava di elevare il tasso atletico della squadra, al Modena, alla Fiorentina, al Bari; e ancora Burgess nel Padova e nel Milan, Sturmer nel Torino e il più grande di tutti, Felsner, che fece grande il Bologna e fu anche alla Fiorentina, al Milan e al Genoa. Nelle figure di più spiccato rilievo cominciavano già ad affiorare differenze di ordine tattico. Così il Genoa di Garbutt era basato sulla prestanza atletica e sui passaggi lunghi tipici del calcio inglese, mentre il grande Bologna di Felsner si distingueva per raffinatezza di palleggio e lunghi e articolati fraseggi prima del tiro in porta, secondo il modello “viennese” del calcio così codificato: “precisione sulla palla; alternativa di combinazioni strette e di improvvisi allargamenti sulle ali”, con gioco tenuto prevalentemente “sotto erba”, secondo l’espressione ungherese, cioè rasoterra. E una piccola schiera di allenatori italiani cominciava a emergere, aggiungendo ai fondamenti bri tannici e danubiani il gusto spe­culativo e la fantasia tipici della mentalità del Bel Paese.

IL GIGANTE POZZO

Mondiali 1934: Vittorio Pozzo catechizza i suoi

«Ero stato chiamato in carica dopo un disastro. Il 20 gennaio, anno 1924, la nostra squadra Nazionale aveva subito un rovescio, a Genova. Giuocando in casa propria contro l’Austria, scendendo in campo con quattro esordienti in maglia azzurra, Costa della Sestrese, Vincenzi del Livorno, Grabbi della Juventus e Ardissone della Pro Vercelli, essa aveva perduto per quattro a zero. E ancora il punteggio era poco. Era il giuoco, il tono, il modo della sconfitta quello che contava. Un modo che, a pensarci, “ancor offende”. Era la quarta partita consecutiva che l’Italia perdeva o non vinceva. La Commissione Tecnica composta da Umberto Meazza, Rangone, Galletti, Argento e Agostini, benché fosse stata appena ampliata, si dimise. Quello che allora si chiamava Consiglio Federale aveva come presidente Edoardo Pasteur di Genova e come segretario l’avvocato Bianchetti di Torino. Mi si mandò a chiamare parecchie volte. Mi si offerse la carica di Commissario Unico, carica che nella sua forma speciale non era mai stata attribuita a nessuno in precedenza».

Così, nel racconto autobiografico di Vittorio Pozzo, nacque il corrispondente azzurro dell’allenatore e la più grande avventura tecnica della storia del calcio italiano, coronata da tre titoli, due mondiali e uno olimpico, l’unico conquistato dall’Italia. L’esperienza si rivelò subito positiva, incentrandosi su valori che ben prima di quelli tattici avrebbero poi informato l’attività del selezionatore più vincente del calcio azzurro.

Fate attenzione a queste parole, scritte oltre cinquant’anni fa: rappresentano una sorta di summa ancora oggi pienamente d’attualità del compito prima di tutto psicologico dell’allenatore:
«I giuocatori rispondevano. Erano bene intenzionati. Il modo in cui venivano fatte le cose li secondava, li incanalava, piaceva loro. Sentivano a rapporto quale era il programma, vedevano sul campo e nelle decisioni ufficiali che esso veniva applicato alla lettera, non temevano sorprese né insidie, sapevano quello che dovevano fare, e lo facevano con semplicità e vo­lonterosamente. Il valore incommensurabile della serenità d’animo che ingenera nei giuocatorì la chiarezza dei rapporti fra essi e chi comanda, mi venne confermata fin da quella mia prima esperienza. Tante cose che erano state per me materia di considerazione e di studio nei lunghi anni di vita militare, sul modo dì ottenere la fiducia e il concorso tutto morale da parte di chi deve ubbidire, ricorrendo cioè alla comunicativa e al la lealtà, presero per me fisionomia e contorni netti fin d’allora. Non fare della politica con nessuno, ma meno che mai con la squadra, meno che mai coi giuocatorì, e rimanere libero da legami di ogni sorta, principalmente da legami di carattere economico, per poter divincolarsi, se necessario, al momento in cui non sì potesse puntare diritto sullo scopo prefisso».

Ovviamente, quest’ultimo punto ha perso invece del tutto di attualità. I tecnici ingaggiati dai club, perlopiù provenienti dall’estero, ricevevano regolare stipendio, ma come semplici impiegati, salvo forse qualche eccezione. E che il salario dei tecnici non fosse eccezionale lo conferma il fatto che non destasse “scandalo” la completa gratuità dell’impegno di Pozzo. Insomma, nei primi decenni l’allenatore è spesso sconosciuto al grande pubblico, in quanto semplice propaggine della squadra, destinato magari a im provvisa e fugace popolarità solo nel momento di essere cacciato dal presidente, per assestare alla squadra la “scossa” capace di mutare il destino sfortunato di una stagione.

L’INVENZIONE DI CHAPMAN

Herbert Chapman tra Bob John e Alex James

L’epoca che precede il secondo conflitto mondiale è tutta incentrata sull ‘”invenzione” di Herbert Chapman, il tecnico dell’Arsenal che ideando il Sistema per reagire alla modifica della regola del fuorigioco spezza le catene dell’immobilismo tattico, influenzando il modo di giocare in tutto il mondo. In Italia gli effetti sono certamente benefici, anche se la novità del Sistema tarda a farsi strada e solo all’approssimarsi della guerra qualche allenatore lo adotta apertamente: il pioniere è ancora William Garbutt, conosciuto ormai ovunque come “santone” e tornato ad allenare il vecchio Genoa. Garbutt provocò un discreto scalpore, poi la mediocrità dei risultati ne annacquò la portata innovativa.

Il Sistema però ebbe una importanza decisiva non solo sul piano tattico. Da un lato provocò una certa decadenza dei tecnici di scuola danubiana (una delle ul­time, notoriamente, ad abbandonare l’ancoraggio al Metodo), dall’altro, anche per conseguenza, sollecitò la fantasia e lo spirito di iniziativa degli allenatori italiani, specie di quelli di provincia. Da questo fermento nacque una vera e propria scuola, creatrice di quel modello conosciuto (o misconosciu to) ancora oggi nel mondo come “calcio all’italiana”.

Ottavio Barbieri merita un posto tra i grandi, nonostante non abbia vinto alcunché di ufficiale (ma per il titolo del campionato di guerra, vinto alla guida dei Vigili del Fuoco, la FIGC ha emesso nel 2002 una medaglia al valore sportivo per quello storico trionfo), per la primogenitura del germe che avrebbe poi dato vita al Catenaccio. Altri precursori illuminati gettarono il seme in realtà provinciali: Mario Villini, alla guida della Triestina in Serie B nel 1941-42, Alfredo Mazzoni, tecnico del Modena 1946-47.
Cominciava a farsi strada l’idea che un allenatore sagace potesse influenzare i valori tecnici adottando moduli tattici ad hoc. Inevitabile che da un tale crogiuolo uscissero anche figure destinate alla gran dezza. Alfredo Foni fu il primo a osare, applicando la tattica del Catenaccio ai piani alti del pallone, vincendo tra il disdoro della critica dominante due scudetti con l’Inter nei primi anni Cinquanta.

Gipo Viani e Nereo Rocco: due grandissimi sulla panca

Gipo Viani, altro precursore del gioco all’italiana col suo “Vianema” (Salernitana 1947-48), approdò ai vertici del calcio nelle vesti di raffinato stratega e fu forse il primo grande personaggio della panchina.
La prorompente personalità ne fece un protagonista, abilissimo anche a “vendere” la propria immagine e a far pesare il proprio carisma nel bilancio delle fortune della squadra.

Astutamente, non appena raggiunto l’apice col Milan si sottrasse agli incerti del mestiere (il rischio di siluramento) diventando direttore tecnico, un manager all’inglese con diritto di intromettersi nelle vicende tecni che (e licenziare l’allenatore). Guidò per un breve periodo la Nazionale e fu protagonista della fortunata semina olimpica del 1960 a Roma, nella quale ebbe al fianco Nereo Rocco, altro gigante, profeta del gioco all’italiana nella sua Trieste e in A a Padova, prima di approdare al Milan avviando una fortunata epopea. I grandi del Catenaccio, protagonisti della scuola italiana, traghettano il malconcio calcio italiano del dopo-Superga fino agli anni Sessanta, quando uno zingaro di origini argentine irrompe sulla scena, spezzando le catene e aprendo un’epoca nuova.

LA RIVOLUZIONE DI DON HELENIO

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Peppino Bigogno, il primo Mister a toccare i 10 milioni di ingaggio

Quando Helenio Herrera nell’estate del 1960 arriva in Italia, estremo tentativo di Angelo Moratti sulla via impervia del successo già costata dieci cambi di allenatori in cinque anni, il panorama delle panchine è ancorato ad alcuni punti fermi. Gli allenatori hanno fatto passi da gigante rispetto all’epoca dei pionieri. Vengono considerati importanti – e quanto! – nell’economia dell’andamento della squadra, e i più accreditati, i “big”, ne ricevono un importante corrispettivo sotto forma di stipendio, definito “d’oro” nel gergo delle cronache giornalistiche.

Il più pagato per antonomasia è stato per anni Peppino Bigogno, soprannominato “Lord Brummel” per la ricercatezza nel vestire, un vero e proprio seminatore d’oro. Nel dopoguerra ha allenato la Fiorentina, il Milan, poi il Torino e la Lazio e infine si è accasato a Udine. È stato il primo a toccare i dieci milioni di ingaggio annui, una cifra iperbolica. Tanto per rendere l’idea, ben più del semplice calcolo di rivalutazione monetaria (si tratta all’incirca di 120.000 euro di oggi) conta un dato: nel 1954 arriva in Italia Pepe Schiaffino, campione del mondo quattro anni prima e ammiratissima stella ai Mondiali in Svizzera. Il Milan riconosce al suo nuovo gioiello sudamericano un ingaggio attorno ai 6 milioni l’anno. E’ vero che Schiaffino proveniva da un calcio, quello uruguaiano, distante economicamente anni luce da quello italiano, ma è anche da ricordare che Schiaffino, di origini liguri, sarebbe poi diventato famoso, oltre che per la classe sensazionale, anche per la parsimonia al limite della taccagneria. Insomma, non aveva certo firmato il contratto a occhi chiusi.

Ebbene, in quell’anno l’Udinese puntava in alto (sarebbe poi arrivato secondo alle spalle del Milan) e volle assicurarsi con Bigogno un grande della panchina: lo pagò appunto dieci milioni annui sull’unghia. Ancora. José Altafini arriva in Italia nel 1958, fresco campione del mondo. In realtà, ha appena vent’anni ed è stato ingaggiato durante la tournée europea di avvicinamento del Brasile alla Svezia, sede della rassegna iridata, quindi prima della conquista. Pagato dal Milan 125 milioni, gli viene riconosciuto un ingaggio (premi com presi) attorno ai 4 milioni l’anno. In campo, diventa subito una stella, deflagrando sotto rete con 28 gol in 32 partite. Come premio ottiene il raddoppio dell’ingaggio e l’auto più in voga, la Seicento Fiat. Quello (con l’aggiunta dei sostanziosi premi partita) è il suo ingaggio nel 1960, quando Helenio Herrera, tecnico vincente del Barcellona, cede alle lusinghe di Angelo Moratti e, dopo una non facile trattativa, spunta un ingaggio da favola: 36 milioni l’anno per tre anni, più i premi partita, doppi rispetto a quelli dei giocatori.

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Czeizler in veste di commissario tecnico dell’Italia nel 1954, assieme ai giocatori Boniperti e Frignani.

Per completare il panorama, guardiamo in casa della Fiorentina, che in quell’anno ha appena silurato l’argentino Luis Carniglia, titolare tuttavia ancora di un anno di contratto, e ha ingaggiato il vecchio “zio” Lajos Czeizler, che farà da aiutante-interprete a Nandor Hidegkuti, preso in Ungheria. Czeizler si accontenta di uno stipendio definito “irrisorio”, quattro milioni l’anno. Carniglia invece è tra i ricchi della panchina e si gode da turista dodici milioni annui (prima di accettare l’offerta del Bari e sostituire il silurato Capocasale). Gipo Viani, l’altro re dell’ingaggio, non è della comitiva, avendo già operato il salto della quaglia e avendo preteso, per lasciare la Nazionale dopo la spedizione olimpica di Roma, un sontuoso ingaggio, ma come direttore sportivo.

Queste sono le proporzioni ai piani alti, cioè tra i pochissimi ap partenenti all’elite. Al di fuori di questa ristretta cerchia, di cui fanno parte personaggi come Monzeglio (Sampdoria), Foni (Roma), Bernardini (Lazio), Amadei (Napoli), Valcareggi (Atalanta) e pure Frossi (Genoa, in B), la stragrande maggioranza dei tecnici riceve stipendi non molto più alti di quelli degli impiegati dell’epoca, lontani anni luce dagli ingaggi delle stelle che in maglietta e mutande catalizzano le passioni della folla. Ciò che accomuna invece i tecnici di tutto il Bel Paese è la decisiva importanza annessa alla loro opera quando la squadra imbocca la via della crisi: in quel caso, ricchi o poveri che siano, vengono additati al pubblico ludibrio e scaricati senza tanti complimenti.

CARTELLI E MILIONI

L’avvento di Helenio Herrera, come detto, spariglia le carte. Herrera è un “mago” nel senso pieno del termine. Innanzitutto nella trattativa contrattuale col presidente: memorabile la richiesta, ovviamente esaudita, della responsabilità di tutte le formazioni interiste, dalla prima squadra all’ultima delle giovanili. Esemplare senso di professionalità? Un’altra clausola gli riconosce (guarda caso) il doppio di tutti i premi partita corrisposti ai giocatori, a qualsiasi livello! Sa come enfatizzare il proprio ruolo e ha già in testa il motto dei grandi curatori dell”‘immagine” (come si comincerà a chiamarla molti anni dopo): bene o male, purché se ne parli.
La sua prima iniziativa, i famosi “cartelli” negli spogliatoi, gli procura feroci prese per i fondelli. Ecco alcuni esempi: “Nella vita si deve avere l’ambizione di raggiungere il traguardo più alto possibile: il tuo tra guardo È IL TITOLO!“, oppure “In partita non abbatterti mai!” per finire con l’aritmetico “Classe + Preparazione Atletica + Intelligenza = Scudetto

Helenio non se la prende, tutto aiuta, a costruire la sua fama di rivoluzionario del calcio. E quando, non senza precisi colpi di timone assestati da Angelo Moratti, imboccherà finalmente la rotta giusta, sarà ormai per tutti “Il Mago” per antonomasia. Forse per la prima volta in Italia, un allenatore viene riconosciuto determina te per le fortune della squadra alla pari dei giocatori. In ogni caso, per la prima volta il tecnico è per sonaggio che invade i giornali non meno delle stelle più applaudite.

Il dado è tratto. Grazie a Helenio, si ingigantisce la figura di Nereo Rocco, che l’anno dopo viene ingaggiato dal dirimpettaio Milan e vincerà in sequenza scudetto e poi Coppa dei Campioni. La grande rivalità tra i tecnici del le due sponde meneghine attira attenzioni ed esercita fascino. Lo stesso Rocco, anni dopo, ammetterà di essere indirettamente debitore al “grande nemico” della verticale ascesa dei suoi emolumenti. Rocco torna al Milan, dopo quattro anni, nel 1967. Quando si è appena chiusa l’epopea vincente della Grande Inter. Nel 1968, con l’abbandono di Angelo Moratti, anche Herrera deve cambiare aria e una volta di più dimostra la sua abilità. Si fa pregare dalla Roma di Alvaro Marchini e poi accetta per un compenso stratosferico: 258 milioni a stagione. Il passaggio di Herrera è una scia luminosa per tutta la categoria, che ne ricava inedite attenzioni e può reclamare più ricchi compensi an che al di fuori della cerchia dei tecnici di elite. Alla fine della “cura Herrera”, negli anni Settanta, l’allenatore è del tutto emancipato e nessuno stenta più a riconoscere alla scuola dei tecnici italiani, rinomata in tutto il mondo, un ruolo primario.

NON PASSA LO STRANIERO

Che ormai gli allenatori italiani avessero preso il sopravvento, d’altronde, nessuno poteva più dubitarlo. Ma un altro aspetto importante della storia degli allenatori in Italia è relativo all’influenza dei tecnici stranieri. I primi decenni dopo la Grande Guerra erano stati invasi dai cattedratici di fuorivia. Lo abbiamo visto: inglesi e danubiani avevano imperversato proficuamente per le nostre contrade, spargendovi il gusto per la cura dei fondamentali e per i basilari rudimenti tattici, in dispensabili a piegare il caos degli istinti a raffinate trame di gioco costruite sull’ordito di passaggi verticali e orizzontali.
La scuola italiana ne era nata per conseguenza: man mano che i giocatori forgiati dai maestri stranieri chiudevano la propria parabola agonistica e alcuni di loro si trasformavano in istruttori, nasceva una via italiana al pallone ricca di elementi originali.

Uno dei più grandi centrocampisti italiani di ogni epoca, Adolfo Baloncieri, istruì generazioni di aspiranti calciatori torinesi, che andarono sotto il nome di “Balon boys”, marchio di qualità a denominazione d’origine controllata e rigorosamente in inglese, quasi ad attestarne la piena fedeltà ai canoni assoluti della materia. Nei primi campionati a girone unico dominano ancora i tecnici stranieri, di cui poi opera una prima drastica selezione l’avvicinarsi della seconda guerra mondiale. Il clima del regime non era più propizio e se qualche fuoriclasse (come Guaita e Orsi) decideva di chiudere anzitempo la parentesi prima di restare invischiato in qualcosa di terribile, è più che comprensibile che anche i tecnici stranieri, in primis gli inglesi, fossero meno attratti dal panorama calcistico italiano.

Nils Liedholm

Nel dopoguerra, la preponderanza degli allenatori nostrani si afferma di prepotenza fino ai primi anni Sessanta e al fatidico blocco. Nel febbraio del 1965, quando il veto Pasquale (presidente della Federcalcio) chiude le frontiere ai giocatori stranieri per salvaguardare il prodotto italiano, pare logico estendere la norma ai tecnici. L’anno dopo, all’indomani della Corea, il tragico fiasco dei Mondiali inglesi, il blocco venne ribadito a oltranza.
Negli anni successivi, i residui tecnici stranieri sono soprattutto uomini “nati” all’allenamento in Italia: Nils Liedholm è svedese, ma è diventato allenatore nel Milan, dopo avervi chiuso la longeva carriera di campione, cosi come l’argentino Bruno Pesaola nel Napoli.

Il veto non appare molto giustificato, in verità. Già non sembra immediato il collegamento tra le frontiere aperte ai giocatori stranieri e il fallimento italiano ai Mondiali del 1966, meno che mai risulta comprensibile quale danno possano apportare al generale tenore del nostro calcio allenatori di scuola estera. Sia come sia, il blocco non sembra infastidire più di tanto i presidenti della Serie A. In tutto il mondo è opinione presso ché concorde che gli allenatori italiani siano i più bravi del mondo, per la loro raffinatezza tattica. Nessuno come loro sa “leggere” le partite e studiarle a ta volino sul piano strategico. Nascono nuove figure di spicco internazionale: dopo la generazione di Nereo Rocco, si afferma quella di Giovanni Trapattoni, grande italianista tuttora sulla breccia, che di Rocco è stato un allievo. E anche il “nuovismo” tattico, se vanta precursori stranieri (Amaral, Vinicio, Liedholm, tutti vessilliferi della zona), trova in Arrigo Sacchi un autorevolissimo esponente.

UN DESTINO CINICO E BARO

Nel frattempo, tuttavia, in un calcio che va allargando i propri orizzonti, il blocco ai tecnici stranieri è diventato sempre più anacronistico. Tutto cambia nel 1980, quando vengono finalmente riaperte, dopo sedici anni, le frontiere per i calciatori. Uno per squadra, presto seguito dal secondo e poi dal terzo, tanto evidenti sono i benefici spettacolari dell’iniziativa. E poiché l’Italia è pure campione del mondo e il calcio, grazie soprattutto alle Coppe, sta diventando un fenomeno sempre meno limitato ai confini nazionali, sembra logico a qualcuno superare l’asfittico panorama interno per cercare qualche novità all’estero an he per quel che riguarda la panchina.

Vujadin Boskov

Dino Viola, presidente della Roma, nel 1984 decide di saltare il fosso: gli piace Sven Goran Eriksson, giovane allenatore svedese che fila alla grande in Portogallo e lo ingaggia senz’altro. Il divieto? Eriksson viene tesserato come “consigliere tecnico” del presidente, mentre Roberto Clagluna, volonteroso prestanome col patentino, funge da allenatore ufficiale: zonista lui pure, tra l’altro, e quindi in grado di dare una mano effettiva all’uo mo di fuorivia. L’esempio, tra timide polemiche, viene seguito dall’Ascoli, che ingaggia lo jugoslavo Vujadin Boskov come “direttore tecnico”, per coadiuvare Carlo Mazzone sulla panchina del club marchigiano. Protestano gli allenatori italiani, ma la scappatoia che consente al dirigente di seguire in panchina la squadra mette tutto a tacere e nel 1985 l’Avellino va in scia, assumendo un altro “santone” jugoslavo, Tomislav Ivic, direttore tecnico lui pure, con Enzo Robotti a fare da “copertura”. La breccia è aperta e nel 1992 l’avvento della libera circolazione dei lavoratori nell’ambito dell’Europa unita fa cadere ogni divieto.

Siamo ormai ai nostri giorni, quando il cerchio si chiude con gli allenatori italiani corteggiati all’estero. Una migrazione centellinata nel corso dei decenni che comincia oggi a garantire importanti soddisfazioni economiche. Prima Arrigo Sacchi, Gianluca Vialli, Claudio Ranieri, Nevio Scala, poi Carlo Ancelotti, Roberto Mancini, Giovanni Trapattoni e Fabio Capello: non sono allenatori italiani a corto di ingaggio che riparano all’estero, ma stelle della panchina attratte da ingaggi importanti di club e nazionali straniere, che fanno follie per scritturarli.

EPILOGO

Il mestiere è profondamente cambiato. Oggi l’allenatore è ancora il parafulmine del piccolo universo della squadra di calcio, punto di riferimento per la dirigenza, i giocatori e il pubblico. Ma l’universo si è ingigantito a di smisura e il gonfiarsi degli interes si economici ha portato a una dila tazione delle tensioni, al centro delle quali si trova sempre lui, il benedetto manico.
Così un grande allenatore come Johan Cruijff vince a mani basse a Barcellona, guadagna cifre miliardarie, ma si deve poi fermare sul più bello a causa di un infarto: oggi gira con due pacemaker nel cuore e si limita a rimbeccare un po’ i suoi colleghi come una zitella ormai avvizzita. Michel Platini (oggi Presidente dell’UEFA), che ha ha fatto il Ct rigorosamente pro-tempore, ha esagerato lapidaria mente: «Io dico che per fare l’allenatore in un club bisogna essere matti oppure bisogna avere bisogno di soldi».

Talora l’ambiente è talmente arroventato da insidiare l’equilibrio mentale del tecnico. Giovanni Trapattoni, al momento di lasciare l’Inter nella primavera del 1991, definì il club nerazzurro «una lavatrice che ti centrifuga, sballottandoti e rendendoti uno straccio». Chi lo ha seguito su quella panchina l’ha poi lasciata come una piccola apocalisse personale: Osvaldo Bagnoli e Ottavio Bianchi hanno smesso di allenare, Roy Hodgson e Gigi Simoni non ne hanno più azzeccata una, avendovi profuso il meglio di sé. Tutti sono stati consolati dalla abnorme dilatazione del conto corrente.

Lo stress è il grande nemico dell’allenatore di oggi, cui è indispensabile, oltre a un minimo di cognizione tecnico tattica, essere psicologo, diplomatico e pure un poco figlio di buona donna (tanto per ricorrere alla terminologia tecnica) per uscire indenne dallo slalom tra le varie componenti del circo. Perché le rose si sono ampliate assieme al calendario e a ogni stormire di formazione titolare si levano mugugni e dichiarazioni sotterranee di guerra con l’appoggio di procuratori e tifosi.

Perché i club sono macchine da soldi e se la macchina va a scartamento ridotto il presidente si immalinconisce. E infine il pubblico vuole sempre di più. A fronte di tutto questo, una pioggia di quattrini, in Italia e all’estero. Né più né meno dei gran di artisti della sfera di cuoio, gli allenatori vengono contesi al suono di sirene miliardarie. E sotto il gruppetto dell’elite, che viaggia a quote variabili di diversi milioni di euro l’anno, gli altri guadagnano cifre sempre importanti e sempre o quasi proporzionate agli ingaggi dei calciatori del loro club. Poi, ogni tanto ci scappa il siluro e qualcuno riesuma l’antica figura del “capro espiatorio” per compiangere chi è rotolato nella polvere a pagare gli errori di tutti.