Ajax e Olanda, un contropotere a zona

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Da Michels a Cruijff, in un libro la rivoluzione culturale che ha cambiato il calcio

Fine Sessanta, inizio Settanta: uno dei punti più profondi della rivoluzione culturale in corso è senz’altro la nuova concezione dello spazio. E’ il «nuovo spazio» dei film di Kubrick: soprattutto con 2001, nasce un cinema «a zona» che rompe una volta per tutte con la narrazione lineare e usa la macchina da presa come uno sguardo nella tenebra esteriore (il cosmo) e in quella interiore (l’inconscio). E’ il nuovo spazio della musica dei Pink Floyd: con album come Ummagumma o Meddle (un cui pezzo, Echoes, è minutato proprio sul viaggio lisergico di 2001 ) l’uso innovativo delle chitarre, dei synth e delle voci polverizza la forma-canzone dei Beatles e la fa deflagrare in pulviscoli emotivi alieni, quasi inumani. Ed è il nuovo spazio del calcio dell’Ajax prima e dell’Olanda poi, non a caso battezzata — di nuovo Kubrick — «arancia meccanica», cioè un calcio che contrasta l’ideologia tattica dominante e sostituisce la staticità col dinamismo, l’individualismo della marcatura a uomo e del dribbling a tutti i costi con il pensare collettivo, il ruolo specifico con l’atleta polivalente, la cultura difensivo-speculativa con quella offensivo-utopistica.

LO SPAZIO MENTALE

Proprio sullo «spazio fluido» degli olandesi insiste il bellissimo libro di David Winner (Brilliant Orange. Il genio nevrotico del calcio olandese), riconducendolo a una «natura» e a una «cultura» che alla fine si riflettono l’una nell’altra come certi palazzi di vetro dell’Amsterdam postmoderna e le acque immobili dei canali. Da una parte, lo spazio mentale del giocatore olandese spartisce il terreno di gioco in aree simili a quelle delle grandi coltivazioni, geometriche come quadri di Klee o di Mondrian; dall’altra, specularmente, viene proprio da una pittura geometrica e astratta (da Van Eyck a Vermeer) che però riproduce la luce, i cieli e la concretezza materiale degli oggetti quotidiani. Sintesi massima: Saenredam, il Bach della pittura, che traduce in dipinti fotorealistici rigorosi come fughe la spazialità rarefatta delle cattedrali olandesi. Dove Winner sbaglia, è nel confronto tra calcio e pittura in Olanda e in Italia: cita infatti Tiziano (pittore «morbido, insinuante, seduttivo») come equivalente del calcio furbo e levantino, ma non cita Piero della Francesca così come non cita Sacchi: il primo nutrito di gelide geometrie fiamminghe, il secondo capace di portare il calcio olandese (e non solo con «gli olandesi») a un grado di furore scientifico inedito e inaudito.

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Invece Winner è persuasivo quando riconduce a un’altra disciplina — l’architettura — un altro aspetto decisivo del «calcio totale»: l’armonia tra individualità e collettivo. Qui il paragone è tra l’idea di città totale di un urbanista come Michel de Klerk, che vede case private e edifici pubblici, giardini e aeroporti come pezzi allo stesso tempo dotati di autonomia estetico-funzionale e coordinati in un insieme integrato dove scompaiono le «gerarchie di classe»; e un’idea di calcio, appunto, in cui ogni giocatore pensa al compagno, all’avversario e ai tempi di gioco senza rinunciare al proprio istinto creativo. In quest’ottica, diatribe come quella sulla maggiore incidenza dell’allenatore o dei giocatori in una squadra, diventano umilianti.

IL FUORIGIOCO

Nell’Ajax storico, per esempio, il tecnico Rinus Michels porta il fuorigioco sistematico, ma trova nello slavo Velibor Vasovic un interprete capace di attuarlo in modo insieme estremistico e razionale, efficace e spettacolare; porta il pressing (spesso alto) per la riconquista della palla, ma trova in Neeskens un esecutore predisposto per vocazione cursoria e aggressività; e predica il «dai e vai» e il tocco di prima, ma trova in Piet Keizer un genio cartesiano che taglia fuori con un passaggio quattro avversari. Quanto a Cruijff, non c’è ovviamente miglior esempio di quadratura del cerchio tra esuberanza tecnica e coscienza tattica. Insomma, alla fine il «totalvoetbal» è una coproduzione di Michels (come dice Krol) e dei suoi giocatori (come dice Hulshoff); così come nell’Ajax dei Novanta è impossibile scorporare il possesso palla, i triangoli fitti, il rapporto ossessivo velocità-precisione voluti da Van Gaal dell’attuazione di giocatori come i due De Boer, Kluivert, Litmanen.

Ma il rapporto individualità/collettivo dipende da altre concause: una legata alla storia calcistica, l’altra alla storia (e all’antropologia) olandese in generale. Sul primo versante Winner risale al Dna inglese dell’Ajax, cioè al lavoro del manager Jack Reynolds (che negli anni Venti struttura la società con il mix basico di disciplina, filosofia offensiva, lavoro sulla tecnica e cultura del passaggio opposta a quella del dribbling) e a quello del primo grande coach Vic Buckingham, maestro di Michels, inventore di automatismi e mentore di Crujjff, che con lui si trasforma da crisalide gracile in farfalla non meno tenace che elegante. Sul versante dell’identità nazionale, Winner ricorda invece l’influenza incrociata dell’ideologia calvinista, che sta alla base delle ragioni individuali ma anche del rigore e della disciplina (e quindi favorisce l’adesione allo schema), e della socialdemocrazia nordica, che spiega sia il senso di responsabilità e quindi la propensione al pensare in gruppo, sia un’emancipazione culturale (vedi le mogli in ritiro) e un anarchismo anticapitalista (vedi Cruijff che mette le scarpe Puma fregandosene dello sponsor Adidas) decisive per dare all’Ajax e all’Olanda quel blend irripetibile di libertà, maturità e piacere del gioco a prescindere dal risultato.

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Per inciso, qui ci sarebbe da approfondire proprio la vocazione autodistruttiva degli orange, quella specie di «vergogna della vittoria». La spiegazione non è facile: ma precisato che l’Ajax ha vinto tutto e che le due finali mondiali sono state perse contro le nazionali di casa e quindi in un contesto «politico» avverso (i militari a Buenos Aires), non c’è bisogno di ricorrere agli psicanalisti, come fa Winner, per trovarne una plausibile. Per citare Sacchi, gli olandesi non concepiscono il risultato se non attraverso il gioco. E’ una questione di rigore e di coerenza rispetto alla loro filosofia; la stessa che fa loro disprezzare la ferocia difensiva (i Vogts, i Gentile, i Passarella) e quella offensiva.

IL TRAUMA DI MONACO

E poi, non tutte le sconfitte hanno lo stesso sapore. Quella a Monaco ’74, per esempio, è un trauma non ancora metabolizzato. E questo perché — spiega Winner in un capitolo magistrale del libro — «in Olanda la Resistenza è continuata anche dopo la guerra». Particolarmente colpito dall’antisemitismo nazista, il paese ha visto migliaia di ebrei deportati in Polonia e giustiziati nelle camere a gas, tanto che Amsterdam è diventato quasi un centro simbolico della persecuzione, come riassume il caso atroce della famiglia di Anna Frank. Non sorprende, quindi, che il percorso dell’Ajax e della Nazionale sia interamente rigato da fotogrammi tragici: Jack Reynolds è stato in un campo come soldato; Eddy Hamel, grande ala-Ajax degli anni Venti, è morto ad Auschwitz; Krol è cresciuto in un distretto ebraico e ha avuto nel padre un mini Schindler (14 ebrei salvati); Van Hanegem — il più scioccato dalla sconfitta di Monaco — ha perso in guerra padre, sorella e due fratelli. Così come non sorprende che la curva del-l’Ajax abbia una forte tradizione filosemita e antinazista.

Nel momento in cui, soprattutto in Italia, certi poteri utilizzano i loro servi ideologici per produrre nella coscienza collettiva l’Alzheimer artificiale del revisionismo/negazionismo, il libro di Winner è anche un esercizio efficace di fisiologia — prima che di etica — della memoria.