La guerra di Van Hanegem

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Questa storia comincia in uno sperduto villaggio della Zelanda che oggi non esiste neppure più e vuole dimostrare che una partita di calcio non è mai solo una partita di calcio. Perché in quei 90 minuti entrano tante cose, compresa la storia con la S maiuscola, l’identità dei paesi, le memorie, le vite degli altri e di tutti noi. Oggi Breskens è un ex comune che nel 1970 ha perso la sua municipalità, inglobata nella più grande Sluis per la mancanza di abitanti e per l’abbondanza di senso pratico degli olandesi. Nel 1944 è un villaggio di pescatori nel sudovest dei Paesi Bassi affacciato sulla Schelda, il fiume che nasce in Francia entra in Belgio e trova il Mare del Nord scorrendo a ovest dei Paesi Bassi.

Ad accompagnare il suo percorso con un dito troviamo la linea Sigfrido, quello che nei termini calcistici di una volta chiameremmo l’estremo baluardo di Hitler contro l’avanzata degli Alleati dopo lo sbarco in Normandia. L’apertura del porto di Anversa è una delle necessità assolute delle forze che combattono nel Terzo Reich. Un compito che viene affidato all’armata canadese. La battaglia della Schelda dura oltre un mese ma, come spesso accade nella seconda guerra mondiale, è una resa dei conti, un atto finale preceduto da settimane di bombardamenti a tappeto che hanno il solo obiettivo di fare terra bruciata al nemico e l’effetto collaterale di uccidere decine, centinaia, migliaia di civili.

La notte dell’11 settembre 1944 era destinata a durare poco. Cominciava la stagione delle aringhe quando i pescatori preparano le reti prima che faccia luce e salpano all’alba. Gli aerei della Luftwaffe partono direttamente dalla Germania. Siamo in quel lenzuolo d’Europa che tiene dentro tutto, Olanda, Belgio, Francia, e che ha pagato la sua collocazione con i peggiori massacri delle due guerre mondiali.Non è un bombardamento come gli altri. Non finisce più, i caccia passano una due tre volte su Breskens, che ha il solo torto di stare su quel fiume così importante perché risale fino ad Anversa.

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Nel cimitero di Breskens c’è una fossa comune con le vittime della battaglia dello Schelda

I Van Hanegem sono una piccola impresa a conduzione familiare. Sono arrivati alla terza generazione; significa che sono lì da sempre, da quando quella terra venne strappata al mare. I Van Hanegem sono tanti e vivono in due casolari affacciati sul porto. Il 20 febbraio di quell’anno hanno festeggiato la nascita insperata e quasi fuori tempo massimo dell’ultimo di sette figli. Si chiama Willem.

Le bombe non lasciano scampo quasi a nessuno e alla fine si conteranno 199 vittime, un quinto della popolazione dell’epoca. I Van Hanegem muoiono quasi tutti. Muore il padre che ha dato il suo nome a quell’ultimo arrivato. Muoiono i tre figli grandi, uno zio e altri cugini. Otto membri della famiglia in tutto. Si fa prima a dire chi si salva: la madre, il piccolo Willem, i suoi fratelli che vengono portati via e messi in salvo in una casa colonica abbandonata appena fuori dal villaggio mentre i grandi della famiglia muoiono cercando di salvare le loro attrezzature.

Al mattino arriva la Wehrmacht. I corpi delle vittime vengono seppelliti frettolosamente in una fossa comune. L’ultimo dei Van Hanegem non avrà mai una tomba dove piangere suo padre e i suoi fratelli maggiori.

Quando Wim, questo il suo soprannome, ha due anni, la madre si trasferisce a Utrecht. I Van Hanegem superstiti sono poveri. Il più piccolo va poco a scuola, fa mille lavoretti e gioca a pallone in una squadra di quartiere. Fa provini ovunque: al DOS e all’Elinkwijk, le prime due squadre della sua città di adozione, all’Ajax, dove Rinus Michels, l’inventore del calcio globale che diventerà suo allenatore in Nazionale del 1974, lo boccia giudicandolo molto lento e altrettanto sgraziato. A 16 anni è ancora lì, nella periferia del calcio che conta. Un giorno l’allenatore del Velox, la terza squadra di Utrecht, sta allenando i portieri. Accanto alla porta c’è Wim che osserva e intanto stoppa e rilancia tutti i palloni che gli passano intorno.

Sembrava che avesse un piede radiocomandato“, racconterà poi il suo scopritore. La sua carriera comincia in ritardo ma decolla subito: promozione in serie B olandese, cessione in Eredivisie, gol decisivo nel dicembre del 1967 che spezza l’imbattibilità del Feyenoord che durava dal campionato precedente e conseguente acquisto pressoché immediato del reprobo da parte del club di Rotterdam.

Sta nascendo il calcio totale olandese figlio del ’68 e di una anarchia destinata a diventare sistema. In lingua calcistica si può tradurre così: una generazione di fuoriclasse quasi irripetibile guidata dai due Johann, il primo e più importante è Cruyff, il secondo corre per tutti e si chiama Neeskens. Giocatori tecnici, raffinati, addirittura troppo al punto da specchiarsi spesso nella loro bellezza, che sanno fare tutto a cominciare dal controllo di palla e che ben presto verranno chiamati i brasiliani d’europa.

Wim Van Hanegem è diverso. Non è bello, anzi. I giornalisti gli daranno un soprannome che gli resterà attaccato per sempre: il gobbo. Van Hanegem ha le spalle ricurve e le gambe storte, litiga con tutti i suoi allenatori, ha un carattere feroce, sta sempre sulle sue e quando parla è sarcastico, fa battute cattivissime.van-hanegem-feyenoord

Giocare contro di lui era un incubo“, racconterà Dick Advocaat, oggi allenatore e ai tempi buon difensore ,”ti insultava dal primo all’ultimo minuto, dava calci e gomitate, ti graffiava sulla schiena“. C’è un piccolo dettaglio però, Van Hanegem è anche un genio. Per dire, Mariolino Corso, uno che di calcio qualcosa ne sa, sostiene ancora oggi che fosse il centrocampista più forte che abbia mai incontrato. “Gli altri lanciavano nello spazio“, raccontava la grande mezzala dell’Inter di Herrera,” lui gli spazi li creava“.

Giocava con un senso di disperazione, come fosse sempre l’ultima partita della sua vita, come fosse questione di vita o di morte. Il segreto di Wim era questo“. A parlare è l’austriaco Ernst Happel, suo allenatore al Feyenoord, l’unico con il quale sia mai andato d’accordo tra risse con scontri fisici e clamorose riappacificazioni, con il quale nel 1969 a San Siro vincerà la prima Coppa dei Campioni del ciclo olandese. Happel usa un delicato giro di parole per dire che Van Hanegem è un sopravvissuto, è un bambino che ha vissuto un trauma devastante che come spesso accade a chi si salva, diventa quasi un punto di forza. Chi ha sofferto certe cose non avrà mai paura. Sarà sempre più deciso e determinato degli altri, non tira mai indietro la gamba anzi, la allunga più del necessario.

Van Hanegem è tutto questo. Nel 1972 in quel salotto che era la Eredivisie al tempo del grande Ajax e della Grande Olanda, diventa il primo giocatore ad essere mai ammonito quando falcia da dietro un attaccante del NEC Nimega. Non resterà un episodio isolato, alla fine della carriera interamente spesa in Olanda tra cartellini gialli e rossi arriveremo a quota 45, un record ancora imbattuto. “Non è mai stato un uomo cattivo” racconta ancora Happel “ma solo un uomo che ci tiene a sembrare che vuole essere più forte di tutto“.

Van Hanegem si è costruito una corazza con un solo punto debole, nella sua vita da sopravvissuto tutta cinismo e razionalità gli unici che ti possono far sentire nudo e indifeso sono quelli che rappresentano chi ti ha fatto tutto quel male. Wim odia la Germania, odia i tedeschi, ci ha costruito sopra una carriera sul sentimento di rivalsa della sua tragedia personale. Quando si trova davanti discendenti di chi l’ha causata però perde il lume della ragione, perde forza e convinzione. “Non mi piacciono” dirà Van Hanegem, “non mi è mai piaciuto giocare con loro. Non riesco a concentrarmi, vengo sopraffatto da altri sentimenti“.

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Van Hanegem nel match contro la Bulgaria a Monaco 74

Ma invece se li trova davanti, i tedeschi, nella partita più importante della sua vita, della sua nazionale e della storia del suo paese. L’Olanda batte il calcio d’inizio della finale dei Mondiali del 1974 e comincia un balletto incredibile. Alla fine furono 45 passaggi: Van Hanegem per Cruyff, Van Hanegem per Jansen, ancora Van Hanegem per Krol, Rijsbergen, Haan, Surbieer, Van Hanegem per Haan, ancora Rijsbergen ancora Haan… Il pubblico tedesco a imbestialito, fischia e urla convinto che l’Olanda li stia prendendo in giro.

E ha ragione. E’ proprio così, li odiavano. Non c’è solo Van Hanegem in quella squadra ad avere un conto aperto con la Germania. Anche Wim Rijsbergen, compagno di squadra del gobbo nel Feyenoord, li odia. Alcuni suoi parenti hanno subito la stessa sorte del padre e dei fratelli Van Hanegem.

Anche Wim Suurbier, che viene dalla stessa regione, ha perso delle persone care. Lui è uno dei dodici apostoli dell’Ajax che sta dominando il mondo ma è il dissidente del gruppo. Gli altri insistono che è solo una partita di calcio. Lui la pensa come gli altri Wim, come Van Hanegem: non bisogna solo vincere. Dobbiamo punirli, umiliarli e ridicolizzati.

Cruijff scatta all’improvviso. Riceve palla e viene steso. Rigore. Tira Neeskens. Dopo 160 secondi di gioco, due minuti e mezzo, il primo giocatore tedesco a toccare il pallone è Sepp Maier, il portiere, che lo raccoglie dalla propria rete. Nessuna squadra ha mai cominciato in modo così perfetto in una partita tanto importante.

Quell’Olanda è la squadra perfetta e lo sanno tutti, a cominciare dagli avversari. Non ce ne sarà mai un’altra così forte e così bella, così rivoluzionaria e capace di impregnare di sé stessa tutto quel che di bello abbiamo avuto dal calcio fino a oggi. Sei giocatori venivano dall’Ajax che negli ultimi tre anni aveva dominato la Coppa dei Campioni e nell’edizione del 1973 nei quarti di finale aveva distrutto il Bayern Monaco dal quale proveniva gran parte della nazionale tedesca battendolo per 4 a 0 con l’aggiunta di quattro tra pali e traverse. Gli altri giocatori erano del blocco Feyenoord che aveva vinto la coppa con le orecchie l’edizione prima dell’ascesa dello squadrone di Amsterdam. Il Totaalvoetbal, il calcio totale, è una rivoluzione che annichilisce un avversario dopo l’altro.

Contro l’Olanda lo sanno anche i giocatori tedeschi che non c’è storia. “Erano una squadra migliore” spiega l’ala Bernd Hölzenbein a David Winner che lo intervista per il libro Brilliant Orange, la bibbia dello spirito che anima il calcio olandese. Hölzenbein racconta che nel tunnel i tedeschi avevano deciso di fissare negli occhi gli olandesi per dimostrargli che erano al loro stesso livello ma lui e altri non ci riescono. Si sentono inferiori. Non c’è storia, ma in soccorso della Germania arriva la storia con la S maiuscola con il suo peso tremendo che diventa devastante quando muta la vita delle singole persone.

I 23 minuti seguenti decidono la partita e definiscono la storia olandese del secondo dopoguerra perché quella finale diventerà un’ossessione che dura ancora oggi. La Germania Ovest è allo sbando ma l’Olanda invece di cercare il secondo gol, che sarebbe stato la logica conseguenza della sua superiorità, si mette irridere gli avversari con un possesso palla virtuoso e provocatorio. All’ottavo minuto si vede addirittura Van Hanegem, il duro e cattivissimo Van Hanegem, che si mette a toccare il pallone di fino, a palleggiare da solo invece di impostare l’azione. E si vedono i giocatori tedeschi che giustamente diventano matti e cominciano a insultare gli olandesi per quella mancanza di rispetto.holland-final1974

Finiteci, sembrano dire, ma giocate a pallone. “Non era una cosa programmata ma cominciammo a farci beffe dei tedeschi” dirà Johnny Rep. “Ad alcuni di noi importava solo irridererli e ci dimenticammo la partita, fu solo colpa nostra“.

Nel 2004, 30 anni dopo Van Hanegem confesserà di essere stato l’ispiratore del peccato originale. In campo la squadra era spaccata: da una parte gli ortodossi dell’Ajax, con qualche eccezione come Surbieer. Dall’altra quelli che stavano con il gobbo: “mi andava bene anche vincere solo uno a zero. Quel che contava di più era umiliarli, umiliarli e umiliarli ancora“.

Al venticinquesimo, quasi per caso, la Germania pareggia su un rigore molto generoso. Sembra quasi un paradosso che a trasformarlo sia stato Paul Breitner, il terzino con i baffoni, maoista e rivoluzionario convinto, l’uomo inviso a tutta la Germania perché si dichiarava anti tedesco. Al 43’ Gerd Muller, il centravanti detto bomber, soprannome sinistro per chi ha brutti ricordi, si inventa un gol bellissimo trasformando una palla quasi persa in un tiro imparabile.

Herman Kuiphof, il più celebre commentatore della tv olandese che per la prima volta nella sua storia trasmetteva in diretta una finale mondiale, pronuncia una frase divenuta anch’essa storica, diventata titoli di libri, di canzoni, nome di gruppi rock. “Zijn we er toch nog ingetuind”, ci hanno fregato di nuovo. La partita finisce con quel gol di Muller. Al rientro negli spogliatoi dopo i primi 45 minuti Van Hanegem tira il pallone in faccia all’arbitro che si sbaglia e ammonisce Cruijff al suo posto. Rivedendo il secondo tempo si capisce che c’è qualcosa che non va.

Gli olandesi sembrano narcotizzati e svuotati, i tedeschi si difendono ma il ritmo è basso come se non ci fosse fretta. Come se il destino fosse già compiuto. Maier salva su un tiro da 30 metri di Neeskens, Rep colpisce un palo, a Muller che è scattato per evitare l’estenuante tattica del fuorigioco olandese viene annullato un gol regolare di almeno tre metri.

Ma è come guardare un film già visto. Dove tutto è già deciso. Franz Beckenbauer il capitano solleva la coppa per i tedeschi. Anni dopo farà la sintesi migliore dell’accaduto. “Le ragioni della nostra vittoria non possono essere cercate e trovate su un campo da calcio. Anche nel secondo tempo noi sapevamo che avremmo subito un altro gol ma ciò non accadde perché loro erano abbattuti come se avessero già mancato il loro vero obiettivo“.

Van Hanegem esce dal campo a testa bassa incredulo. Nei libri è scritto che ha pianto dopo il fischio finale ma le immagini non confermano, quel che è certo è che darà scandalo diventando il primo giocatore che non si presenta al banchetto ufficiale organizzato dalla FIFA dopo la finale. Nel 2014 per il quarantennale darà un’intervista bella e sincera a un quotidiano inglese nella quale a volte parlerà dei tedeschi chiamandoli appunto tedeschi e altre si rivolge a loro definendoli nazisti, come se i due termini fossero sinonimi. E dirà cose dure, sconvenienti. Dirà che Rinus Michels non contava nulla, decidevano tutto i giocatori e questo si era capito.

Ma proprio per questo nella finale la squadra era spaccata. Da una parte chi voleva umiliare i tedeschi dall’altra chi come Cruyff non voleva arrivare a tanto. “Io stavo nel primo gruppo. Avrei voluto anche spezzare una gamba a Berti Vogts perché era un bastardo arrogante come tutti i tedeschi e sono ancora convinto che avessimo ragione noi. I nazisti hanno sterminato la mia famiglia e finché respiro avrò un conto in sospeso con loro“. Non esiste un Paese in Europa che abbia un sentimento anti germanico forte come quello che impregna l’Olanda.

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La stoccata vincente di Muller

I finalisti di Monaco 74 vennero accolti in patria come degli eroi ma nel tempo quella sconfitta divenne una seconda sconfitta. La riproduzione in miniatura della seconda guerra mondiale. Lo storico Hermann von der Dunk sostiene che i giovani degli anni Settanta usarono inconsciamente la finale di Monaco per identificarsi con i propri genitori che avevano vissuto la sconfitta dell’invasione tedesca del 1940. Pur essendo durata solo cinque giorni generò un’occupazione lunga cinque anni. Fino a poco tempo fa, le guide turistiche sconsigliavano ai visitatori tedeschi di farsi vedere per le strade di Amsterdam tra il 3 e il 6 maggio di ogni anno. Il Goethe-Institut e i vari consolati tedeschi non espongono mai la loro bandiera.

Gli studiosi sostengono che la traccia dell’odio verso i tedeschi sia portata nella società olandese dai baby boomers nati a cavallo della Seconda Guerra Mondiale. Coloro i quali hanno visto e sentito o vissuto sulla propria pelle il trauma dell’invasione.

L’irriducibile Van Hanegem non si è mai pentito di quel peccato di odio e superbia e non si è mai riconciliato con il passato e continuò a odiare i tedeschi. La Germania invece è diventata sempre più il demone calcistico della piccola Olanda e il dolore per la sconfitta del 1974 è diventato un bene collettivo, una usanza condivisa. Come disse Jan Mulder, nel giro della nazionale negli anni 70, per gli olandesi è come la morte di Kennedy, tutti sapevano dove erano e cosa facevano quel giorno.

Nel 1976 due anni dopo la finale di Monaco si disputarono nella ex Jugoslavia i campionati europei. Nel corso della semifinale contro la Cecoslovacchia sia Neeskens che Van Hanegem danno di matto con l’arbitro. Quando a Van Hanegem viene mostrato il rosso lui si pianta in mezzo al campo e rifiuta di uscire.

A quel punto è l’arbitro Clive Thomas, inglese come a quello della finale di Monaco, che esasperato raccoglie la palla e si avvia verso l’uscita. Lo ferma il guardalinee indicando Van Hanegem che si allontana. dopo una lunga discussione con il delegato Uefa ha deciso di ubbidire. Se avesse vinto, l’Olanda avrebbe incontrato in finale la Germania e forse c’è un nesso tra l’appuntamento mancato e l’ira funesta di Van Hanegem.

Ma l’Olanda e la generazione di Van Hanegem hanno avuto la loro vendetta sportiva. Gli Europei del 1988 si giocano in Germania, la semifinale è ad Amburgo. ancora Loro, ancora un rigore dubbio, ma questa volta a favore dell’Olanda che pareggia lo svantaggio iniziale e all’ultimo minuto un’invenzione di Marco Van Basten fa il paio con quella di Gerd Muller. Stesso andamento ma questa volta è 2-1 per gli arancioni.

La partita però vale il giusto. In fondo gli europei che quell’anno saranno vinti dall’Olanda sono una parentesi inventata per lenire l’attesa dei Mondiali. Uno dei leader di quella Olanda è Ronald Koeman. Il padre Martin è uno dei migliori amici di Van Hanegem. Lui è cresciuto nel suo culto e gli assomiglia anche per come tiene il campo. Al novantesimo chiede la maglia dell’avversario Olaf Thon, la prende, la guarda e in mondovisione ci si pulisce il sedere.

Negli anni seguenti ci saranno altri segnali evidenti del sentimento anti tedesco dei giocatori e del pubblico olandese. Lo striscione esposto a Rotterdam durante l’amichevole del 1989 che dava del nazista a Lothar Matthäus, i celebri e famigerati sputi di Frank Rijkaard a Rudi Völler durante i Mondiali italiani del 1990 e molti altri episodi.

Non è mai solo una partita di calcio. E per i sopravvissuti come Wim van Hanegem ci sono cose che vanno oltre. Persino più importanti di una vittoria nella finale dei mondiali.

Testo: Marco Di Risio