PESAOLA Bruno: un napoletano nato in Argentina

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Bruno Pesaola nasce ad Avellaneda, una provincia di Buenos Aires, il 28 luglio 1925. Suo padre, Gaetano, è un calzolaio originario di Montelupone, in provincia di Macerata, emigrato in Argentina dopo la prima guerra mondiale dove sposa una spagnola di La Coruna, Inocencia Lema. Bruno ha un fratello, Giordano, più grande di lui di sette anni e grande promessa del calcio. Una carriera stroncata a vent’anni quando, facendo il militare a Cordoba, il rinculo di un cannone gli lesiona seriamente una gamba. Giordano porta il giovane Pesaola a giocare nei campetti della provincia e gli insegna, oltre ai primi rudimenti del football, a calciare di sinistro. A 14 anni va a provare per le giovanili del River Plate dove stanno cercando proprio un mancino.

L’allenatore è il grande Cesarini, personaggio straordinario, uomo di calcio ma anche boxeur di strada da ragazzo, acrobata in un circo e grande ballerino di tango. Anche lui marchigiano (era nato a Senigallia), come Pesaola padre. Con il River inizia a giocare con le riserve incorciando tra l’altro i tacchetti di un tal Alfredo Di Stefano, fino a quando durante il servizio militare viene dato in prestito al Dock Sud di Avellaneda. Bruno è alto soltanto 165 centimetri e già lo chiamano “el Petisso”, il piccoletto. Il suo nome inizia a circolare ed un emissario della Roma gli propone il trasferimento in Italia. Pesaola fa due conti ed accetta la trasvolata strappando un ingaggio da 120 mila lire al mese.

Un volo interminabile Buenos Aires-Roma, addosso l’abito migliore. Con lui viaggia Osvaldo Peretti, un altro italo – argentino, nella Roma poco più di una meteora. Arriva dall’inverno argentino e piomba nel caldo asfissiante romano. ”Attraversammo una zona di rovine archeologiche e le scambiammo per macerie di guerra. Ci guardavamo sbigottiti, chiedendoci dove fossimo capitati“. Pesaola gioca all’ala, rigorosamente a sinistra (“Il destro lo usavo soltanto per disperazione“), e in due stagioni disputa 73 partite e segna 19 gol.

A Roma proprio in quegli anni l’atmosfera è già da dolce vita e Bruno ne viene coinvolto in pieno. Abita a Trastevere, cena nei ristoranti alla moda, frequenta via Veneto. Diventa amico del figlio dell’ambasciatore argentino con il quale si apposta all’uscita del Teatro Valle per rimorchiare le ballerine. Conosce attori e cantanti, Togliani e Rascel, Tognazzi e Tata Giacobetti, Latilla e la Masiero. Un vero paradiso per chi era cresciuto povero nella periferia di Buenos Aires.

Ma se la vita a Roma va alla grande, all’interno della società l’ambiente non è favorevole; la squadra, mal congegnata, stenta in campionato ed è stata salvata miracolosamente da arbitraggi amichevoli; il caldo pubblico romano rumoreggia. E’ un inferno giocare al Testaccio di fronte a platee palesemente insoddisfatte e piuttosto critiche. Pesaola nelle due stagioni giallorosse colleziona incidenti assortiti che lo penalizzano nel gioco e nel rendimento. I muscoli sono a pezzi e senza scatto il suo gioco perde il novanta per cento di qualità.

Così nell’estate del 1950, frustrato e deluso, progetta di tornare in Argentina. A Buenos Aires si ricorderanno ancora certamente di lui, e una delle tante squadre della capitale sudamericana lo assumerà. Gli spiace però archiviare con una sconfitta l’esperienza italiana, lui che era sbarcato a Genova con tante speranze e tante illusioni. La valigia è pronta sul letto dell’albergo quando arriva un telegramma firmato Silvio Piola. Dice: “Petisso vieni a Novara. Ti proviamo e vediamo se puoi giocare con noi. Io ho fiducia. Ti ho visto giocare e mi sei piaciuto Dai vieni. Ciao, Silvio“.

Piola Silvio ha anche l’appoggio dello zingaro Azza Arangelovich che ha giocato con Pesaola nella Roma e conosce le qualità (ancora non completamente svelate) del piccolo scattante argentino.
Dunque il Petisso torna ad essere un emigrante, da Roma a Novara, dalla metropoli caput mundi alla provincia piemontese, seria, tranquilla ma forse noiosa. Ricomincia ad allenarsi mattina e pomeriggio sullerba di viale Alcarotti. Al mattino per ricostruire il fisico e le gambe offese da troppi infortuni; il pomeriggio giocando con la squadra azzurra.

Pesaola cresce a vista d’occhio, balla il tango nelle balere novaresi, piace alle ragazze, è abilissimo nella camminata, nella baldosa, nella parada, tutti passi e figure dell’eccitante e sinuoso ballo sudamericano. E intanto, durante una serata da ballo alla sala sotterranea del Vittoria, adocchia una bruna slanciata: è Ornella Olivieri, un’incantevole reginetta di bellezza, che diventa sua moglie e gli regala un figlio, Roberto, laureato in filosofia, autore di testi radiofonici e teatrali con lo pseudonimo notissimo di Zap Mangusta. Un matrimonio felice, troncato nel 1986 dal tumore che la porta via.

Pesaola resta con il Novara due stagioni con un positivo bilancio personale: confeziona i cross per Piola, che a 39 anni segna 21 gol e torna in nazionale. Ma soprattutto si sente ricostruito nel fisico e nel morale. Ovviamente le sue prestazioni non sfuggono alle grandi squadre. E arrivano offerte sostanziose da Milano e da altri club importanti. Pesaola chiese consiglio a Ornella; la moglie immediatamente sceglie Napoli (suo fratello lavora tra l’altro alla Siae di Pozzuoli), e approfittano del viaggio al Sud per realizzare una bellissima “luna di miele” sulla costiera amalfitana. Si presenta poi al Parker’s dov’è radunato il Napoli di Monzeglio con Amadei, Casari, Comaschi, il vecchio Gramaglia, Eugen Vinyei, il terzino ungherese dal tiro potente, persino un Manlio Scopigno di passaggio in maglia azzurra. Pesaola, Jeppson e Giancarlo Vitali sono gli acquisti di Lauro per un tridente offensivo memorabile.

E’ il calcio allegro ai tempi del “Petisso”. «Lauro veniva a giocare a scopa con noi. Mille lire a partita. Io e Comaschi lo facevamo vincere, e lui era contento. Una volta gli chiesi un prestito per aprire un’attività commerciale a Sanremo dove c’erano i parenti di mia moglie. Mi disse: vediamo. Credetti che volesse prendere tempo per non darmi nulla. Invece, s’informò perché non prendessi una bidonata e, quando ebbe le assicurazioni giuste, mi diede i soldi».

Sono anni indimenticabili, anche se con tutti i campioni presenti in squadra Pesaola deve fare il gregario, il portatore d’acqua. Per loro sacrifica anche le sue originali caratteristiche di attaccante puro, compiendo il lavoro oscuro e faticoso della mezz’ala. Ma le soddisfazioni non mancano: nel 1956 il Napoli va a San Siro e batte il Milan di Schiaffino che poi avrebbe stravinto il campionato. Nel primo tempo 5-0 per gli azzurri. Pesaola fa due gol al grande Buffon, due Vinicio e uno Posio. A un certo punto, un certo Beltrandi fa un tunnel a Pepe Schiaffino: “Mi sembrò un oltraggio. Rincorsi Beltrandi e gli diedi uno schiaffone. Così impari a rispettare i campioni, gli dissi“. Altri tempi.

Da giocatore, Pesaola disputa 231 partite al vecchio stadio Vomero e fa in tempo anche a giocarne 9 nel nuovo San Paolo: «Il trasferimento a Fuorigrotta fu uno choc. Il Vomero era piccolo, col pubblico addosso, era uno stadio familiare, conoscevamo quasi tutti i tifosi. Il San Paolo era un’immensità. E ci toccò inaugurarlo contro la Juve di Sivori, Charles e Boniperti. Ci facemmo coraggio e vincemmo 2-1, gol di Vitali e Vinicio. Al San Paolo non feci mai gol, ma ci stavo per rimettere un occhio. Nella partita col Bari presi un calcio al viso e rimasi cieco per 48 ore alla clinica Mediterranea. Nella partita contro l’Alessandria vedemmo per la prima volta Rivera. Aveva 17 anni e ci fece anche gol».

Al termine della stagione 1959/60 Amadei, nuovo allenatore del Napoli, ne pretende l’allontanamento. Ottiene così un ingaggio al Genoa, dove gioca solo 20 partite prima di rompersi un piede e decidere, a 36 anni, di smettere di giocare. Comincia ad allenare la Scafatese in IV serie, stagione 1961-62. A metà campionato, col Napoli allenato da Fioravante Baldi quart’ultimo in serie B, Lauro lo chiama sulla panchina azzurra. E’ febbraio. Il presidente della Scafatese, Romano, lo lascia libero dicendogli: «Segua il suo cuore».

Pesaola lo segue: conduce la squadra al secondo posto in classifica e all’immediato ritorno in massima serie fumando 40 sigarette a partita, ma anche alla conquista del primo trofeo nella storia del club, la Coppa Italia, unica squadra di Serie B ad essere mai riuscita nell’impresa. Il “Petisso” è anche il primo allenatore del Napoli a vincere un torneo internazionale, la Coppa delle Alpi 1966. Una vittoria ottenuta con un trucco che vale la pena raccontare. Il Napoli è in un girone e la Juve nell’altro con squadre svizzere. Ultima giornata con le due italiane a pari punti. Nell’intervallo della gara contro il Servette a Ginevra, col Napoli in svantaggio 0-1, il “Petisso” fa annunciare dall’altoparlante che la Juve sta vincendo la sua partita a Losanna e stuzzica Sivori: «Lasci la vittoria al tuo nemico Heriberto, bella figura!». Comincia la ripresa e Omar si scatena mandando in gol Canè, Bean e Montefusco. Il Napoli stravince (3-1) e conquista il trofeo. In realtà, la Juve sta perdendo a Losanna e finirà sconfitta.

L’ultima stagione a Napoli è la 1967/68 e sul campo domina la strana coppia Altafini – Sivori. Si racconta che a Napoli Pesaola sacrifichi ore e ore del suo tempo libero per riuscire a “legare” due campioni così diversi Entrambi sono reduci da delusioni cocenti, il primo ha “rotto” con la Juventus, l’altro con il Milan. Occorre stimolarli, restituire loro il gusto di giocare, ricostruirli psicologicamente. L’allenatore si sottopone volontariamente a una lunga serie di pranzi e cene a tre. Serate intere a discutere, a chiacchierare, a ragionare. “Farli convivere fu il mio capolavoro. Li invitavo spesso a cena, li coccolavo. La prima sera a casa mia siamo usciti sul terrazzo che dominava il golfo. Ho detto: ragazzi, questa è come una torta e ce n’è una fetta per tutti, basta che non ci rompano le scatole. O se preferite è una vacca con tre tette, io mi prendo la tetta più piccola, cerchiamo di non litigare”.

Ma intorno alla squadra partenopea divampa intanto una lotta accanita di fazioni, c’è gente che arriva a minacciare di morte la moglie e il figlio di Pesaola. L’allenatore sopporta tutto e porta il club partenopeo al secondo posto della classifica generale, un risultato mai raggiunto in precedenza. Poi, a fine campionato, fa le valige e parte per Firenze dopo che Boniperti lo cerca invano per portarlo alla Juventus. Ma offre 60 milioni all’anno: la metà di quello che prenderà con la Fiorentina.

Il compito del Petisso, ingaggiato dal dirigente sportivo Montanari, è quello di rilanciare un gruppo giovane che tra alti e bassi è comunque giunto quarto in classifica l’anno precedente. Per prima cosa c’è da risolvere la grana Amarildo che, rintanatosi in patria per le vacanze, minaccia di non fare ritorno in Toscana se non in cambio di un congruo adeguamento del suo contratto. Pesaola, che da bravo argentino conosce bene questi giochetti tipicamente sudamericani, tranquillizza la dirigenza: “Calma ragazzi, lasciatelo dire. Ho amici in Brasile, vedrete che Amarildo tornerà presto. E giocherà come finora non ha mai giocato in Italia». Tutto vero. Il “Garoto” tornerà in Italia carico di un inaspettato entusiasmo e pronto per disputare un campionato favoloso.

La dirigenza viola è guardinga e pronta ad aspettarsi un campionato di transizione, ma a rompere gli indugi, nella perplessità generale, è ancora il buon Pesaola, entusiasta dei suoi dopo un incontro estivo col Grasshoppers: «Signori, ho capito una cosa: se con questa squadra noi non vinciamo lo scudetto, mi faccio frate. Frate trappista, sapete, i frati che fanno più penitenze degli altri». Il Petisso non si è improvvisamente rimbecillito e non ha alcuna intenzione di rinchiudersi in convento. E’ semplicemente l’unico che ha capito di avere tra le mani un gruppo sensazionale.

La difesa si dimostra l’arma vincente. Superchi è portiere di strepitosa agilità, davanti a lui spazza l’area l’imponente Ferrante, coadiuvato dallo stopper Brizi. Ai lati, il mastino Rogora a destra e il fluidificante Mancin a sinistra. A centrocampo, lo stantuffo Esposito sostiene la regia dell’immenso De Sisti, mentre sul lato destro si dannano a turno o Rizzo o Chiarugi; sulla trequarti, poi, trova sfogo la genialità di Merlo. In avanti, la potenza di Maraschi e le saettanti intuizioni di Amarildo, campione finalmente ritrovato.

Ma la galoppatta vero lo scudetto della Fiorentina non sarà un monologo. Le sorti del campionato rimangono incerte fino all’ultimo, in un estenuante testa a testa col Milan di Rivera e il Cagliari di Riva. L’inserimento di Chiarugi nel finale della stagione fu decisivo. I viola non possono cantar vittoria fino alla penultima di campionato quando un trionfale 2-0 alla Juventus consegna a Pesaola e alla città di Firenze un insperato titolo.

Dopo un quinto posto nella stagione successiva, l’avventura in riva all’Arno del Petisso si conclude il 13-01-1971, protagonista ancora la Juventus che passaper 2-1, lasciando malinconicamente i Viola all’ultimo posto in classifica. L’esonero diventa inevitabilie, ma anche con il sostituto Oronzo Pugliese, pittoresco personaggio detto il “Mago Turi”, la Fiorentina faticherà prima di riuscire a salvarsi per un solo gol di scarto ai danni del Foggia di Maestrelli.

Pesaola rimane fermo per tutta la stagione 1971/72 prima di una nuova chiamata dell DS Montanari, questa volta in direzione Bologna. Qui trova un altro Presidente (Luciano Conti, apprezzato Editore ed ex pilota di Rally) con cui trascorrere intere nottate a giocare a poker non disdegnando un goccio di whisky. Per inciso si dirà che il Presidente gli riprendesse buona parte dellingaggio. Pur con qualche critica da un pubblico raffinato che ha ancora negli occhi lo squadrone scudettato del 1964, Pesaola in quattro stagioni scende una sola volta al di là del settimo posto, togliendosi anche lo sfizio di vincere la sua seconda Coppa Italia nel 1974 in una burrascosa finale contro il Palermo.

Per la stagione 1976/77 Ferlaino richiama in panchina Bruno Pesaola con il compito di rivitalizzare Savoldi e rilanciare la squadra con gli ingaggi di Chiarugi, Speggiorin e Vinazzani. Il Petisso questa volta delude conducendo gli azzurri ad un poco entusiasmante settimo posto finale con 28 punti. Entusiasmante fino alle semifinali invece la cavalcata in Coppa delle Coppe. Il Napoli batte in successione, il Bodoe, l’Apoel Nicosia e il Slask Wroclaw. La semifinale di andata contro l’Anderlecht, giocata in un San Paolo stracolmo è vinta dagli azzurri per 1-0 con goal di Bruscolotti. Quindici giorni dopo a Bruxelles, succede di tutto: l’arbitro è Bob Matthewson, rappresentante in Inghilterra della birra Bellevue che oltre ad essere di proprietà del presidente dell’Anderlecht, è anche lo sponsor della squadra belga. Pronti, via, segna Speggiorin ma il gol è annullato, Esposito colpisce la traversa. Segnano Thissen e Van der Elst e Napoli eliminato tra le più feroci polemiche. I partenopei però si consolarono con la conquista della coppa di lega italo-inglese battendo in finale il Southampton.

Il Petisso si ripresenta a Bologna a sostituire il mister Cervellati nel 1977-78 in tempo per evitare la prima retrocessione dello “squadrone che tremare il mondo fa”. L’anno dopo la dura legge dell’esonero colpirà però proprio il Petisso e chiuderà definitivamente la sua parentesi rossoblu. Nel corso del 1979-80, dopo essere stato 33 anni prima uno dei primi oriundi ad approdare nel Bel Paese e diventato ormai italiano, vive l’esperienza di essere anche uno dei primi tecnici ad allenare all’estero. Il Panathinaikos di Atene lo chiama nel tentativo di contrastare l’emergente Olympiakos. Pesaola mette a frutto lenorme esperienza accumulata in Italia rivitalizzando la squadra tanto da arrivare a sfiorare il titolo.

Lo richiama Ferlaino per salvare il Napoli nella stagione 1982/83. Dopo 11 giornate, con Giacomini, la squadra è ultima. C’è Castellini in porta, un triste Diaz all’attacco e Krol fa il libero sganciandosi e scoprendo la difesa. Pesaola ordina: tutti indietro. Decisivi quattro rigori, quattro vittorie (e in panchina, il Petisso si copre gli occhi e abbraccia il rosario per non vedere Ferrario che tira i penalty). Da allora, più nulla.
A 58 anni mi sono sentito già in pensione. Le mie capacità non contavano piu’ perchè ho sempre corso da solo, senza mai legarmi a qualche carro. Dei miei colleghi, ho stimato soprattutto Trapattoni e Capello. Rimpianti? Uno solo. Non aver allenato Maradona perchè lo scudetto a Napoli lo avrei portato anch’io”. Di tutto quello che ha guadagnato, a Pesaola è rimasto quasi nulla. Una lunga serie di investimenti sbagliati, un pò per leggerezza, in parte per indolenza, molto per ingenuità. Due bar, una fabbrica di scarpe, un’azienda floricola, un’industria vetraria. “Pochi sanno di calcio quanto me. Avessi avuto lo stesso fiuto negli affari, sarei miliardario“.

Per ultimo, il dream team del Petisso: «In porta Zoff, non si discute, terzini Djalma Santos e Nilton Santos, due che potevano fare anche i registi, in mezzo Scirea e Ronzon, tra parentesi Baresi. A centrocampo Bruno Conti, Schiaffino e Valentino Mazzola, centravanti arretrato Di Stefano, tra parentesi Platini, davanti Pelè e Maradona. Come allenatore mi propongo io, modestamente….».