Da eroe del Mondiale 1938 con doppietta in finale alla tragica morte in povertà. La storia del campione dimenticato che fece grande il calcio italiano.
Luigi Colàusig – questo il suo vero nome all’anagrafe – nasce il 4 marzo 1914 a Gradisca d’Isonzo, una piccola cittadina del Friuli. Il cognome verrà poi italianizzato in Colaussi durante il periodo fascista, vittima di una delle tante imposizioni del regime. Figlio di umili agricoltori, il giovane Gino cresce in un ambiente di grande povertà e fin da bambino deve contribuire al sostentamento familiare.
Trovato un lavoro come apprendista ciabattino, il ragazzo guadagna appena due lire per ogni paio di scarpe riparate. Ma ha il calcio nel sangue: nei momenti liberi, gioca con la squadretta dell’oratorio e successivamente con l’Itala Gradisca, la squadra della sua città. È qui che inizia a farsi notare per le sue qualità naturali: velocità, tecnica e soprattutto un sinistro potente e preciso.
La scoperta del talento
Il destino di Gino Colaussi cambia radicalmente quando gli osservatori della Triestina lo notano durante una partita giovanile. Siamo nei primi anni Trenta e la società giuliana milita nel massimo campionato italiano, vantando in rosa personaggi destinati a entrare nella leggenda come Nereo Rocco e Pietro Pasinati.
Il presidente Celso Carretti crede fermamente nel ragazzo e lo presenta all’allenatore ungherese Stefano Toth con queste parole: “Su questo Colaussi ci credo, lo guardi giocare”. Il provino avviene il 14 settembre 1930 in un’amichevole Triestina-Fascio Grion. Il giovane “Ginùt” – così lo chiamano affettuosamente i compagni – convince immediatamente il tecnico magiaro.
L’ingaggio è simbolico: due camicie a righe che Colaussi ha sempre sostenuto di aver pagato con i rimborsi viaggio. Il ragazzo si presenta agli allenamenti in bicicletta, pedalando da casa con gli scarpini avvolti in carta di giornale. Un’immagine che racconta perfettamente le sue umili origini e la determinazione con cui affronta questa opportunità.
Gli anni d’oro alla Triestina
L’esordio in Serie A arriva prestissimo: Gino Colaussi ha appena 16 anni quando Toth lo fa debuttare il 28 settembre 1930 in Bologna-Triestina. La partita si rivela amara per lui e i suoi compagni, con una pesante sconfitta per 6-1, ma rappresenta l’inizio di una carriera straordinaria.
Il tecnico ungherese intuisce subito che il ragazzo, inizialmente utilizzato come interno, può rendere al meglio come ala sinistra. La trasformazione tattica si rivela vincente: Colaussi diventa titolare fisso e il 2 novembre segna il suo primo gol in una memorabile vittoria per 5-1 contro l’Ambrosiana-Inter.
Per dieci stagioni consecutive, dal 1930 al 1940, Gino Colaussi veste la prestigiosa maglia alabardata della Triestina. Il bilancio è impressionante: 248 presenze e 42 reti in campionato, numeri che testimoniano la sua importanza nel gioco della squadra. È quello che un tempo si definiva un’ala sinistra classica: grande rapidità, primo passo fulminante e una conclusione potente e precisa che terrorizza i portieri avversari.

La gloria mondiale del 1938
Nel 1935, all’età di 21 anni, Gino Colaussi viene notato dal mitico Vittorio Pozzo, commissario tecnico della Nazionale italiana già campione del mondo nel 1934. L’esordio in azzurro avviene il 27 ottobre 1935 contro la Cecoslovacchia in una partita che l’Italia perde di misura per 2-1. Nonostante la sconfitta, Pozzo ha la convinzione che questo giovane di poco più di vent’anni possa risolvere il problema dell’ala sinistra, sostituendo il leggendario Raimundo Orsi, ormai al tramonto della carriera.
La fiducia del commissario tecnico si rivela profetica. Colaussi diventa un elemento fondamentale della squadra azzurra e quando arriva il Mondiale del 1938 in Francia, Pozzo lo considera così importante da convincerlo a rimandare il matrimonio per concentrarsi sulla preparazione. “Mi bastano pochi tuoi minuti per partita”, gli dice il commissario tecnico, ma Gino ne giocherà 270, regalando all’Italia le quattro reti più importanti della sua vita.
Tenuto a riposo precauzionale nella prima partita contro la Norvegia a causa di un problema inguinale, Colaussi partecipa concretamente alle vittorie successive contro Francia e Brasile. Ma è nella finalissima contro l’Ungheria, il 19 giugno 1938 allo stadio Colombes di Parigi, che scrive la pagina più gloriosa della sua carriera.
Al 5° minuto, Colaussi realizza il primo gol azzurro con un’azione fulminea: liberazione da calcio d’angolo, sviluppo sulla destra con Biavati, cross al centro, sponda di Piola e inserimento vincente dell’ala sinistra nel vuoto lasciato dalla difesa ungherese attratta dall’altra parte. Nel secondo tempo, con l’Italia sul 2-1, Gino sigla anche il gol della sicurezza con un’azione personale: aggancio sulla sinistra, scatto su Polgar, finta su Szabo e tocco nella rete sguarnita per il 3-1.
La doppietta di Colaussi spiana la strada al secondo titolo mondiale consecutivo dell’Italia. Per festeggiare, offre alla squadra una sontuosa cena a base di caviale e champagne. È l’apice assoluto della sua carriera: primo calciatore italiano a segnare una doppietta in una finale mondiale, Gino Colaussi entra per sempre nella leggenda del calcio azzurro.

Gli ultimi anni da giocatore
Dopo il trionfo mondiale, le grandi squadre iniziano a corteggiare Colaussi. Nel 1940, la Juventus lo acquista dalla Triestina per 450.000 lire, una cifra record per l’epoca, battendo la concorrenza del Genoa che aveva offerto il doppio. A Torino disputa due stagioni senza particolari squilli, collezionando 42 presenze e 7 reti, ma contribuisce alla conquista della Coppa Italia nel 1942.
Nel 1942 passa al Lanerossi Vicenza, dove si rivela particolarmente prolifico con 23 gol in 47 partite. È l’ultima fiammata di una carriera in declino. Nel 1946, a 32 anni, si trasferisce al Padova in Serie B, dove rimane due stagioni contribuendo nel 1948 a riportare i biancoscudati nella massima divisione.
Il bilancio finale della sua carriera è di tutto rispetto: 339 presenze e 63 gol in Serie A, 26 presenze e 15 reti in Nazionale. Vittorio Pozzo riconosceva pubblicamente in lui “intelligenza, fantasia, ragionamento, scatto, tiro e disciplina”.
Il triste declino
Appese le scarpette al chiodo, Gino Colaussi intraprende una grigia carriera da allenatore che non gli regalerà le soddisfazioni speerate. Allena squadre di Serie C come Ternana, Campobasso e Tharros Oristano, ma i risultati sono modesti. Una fugace e infelice esperienza in Libia con Amedeo Biavati, ingaggiati da un giovane Gheddafi per allenare una rappresentativa dilettantistica, si rivela un disastro economico.
Rientrato in Italia negli anni Settanta, Colaussi prova a procurarsi da vivere aprendo un bar a Bassano, ma anche questo si rivela un fallimento. Le difficoltà economiche diventano sempre più pressanti e l’ex campione del mondo arriva al punto di impegnare la medaglia d’oro conquistata nel 1938 per tirare a campare.
Solo nel 1986 lo Stato gli riconosce un vitalizio, ma ormai è troppo tardi. Luigi Colàusig, una delle più grandi ali del calcio italiano, muore in povertà il 24 dicembre 1991 in una corsia d’ospedale a Trieste. Viene sepolto nel cimitero monumentale di Sant’Anna. La sua Gradisca gli intitola lo stadio comunale, mentre a Trieste gli viene dedicata una delle tribune dello stadio “Nereo Rocco”. Ma lui se n’era andato in punta di piedi, dimenticato da tutti, povero nel giorno della morte come lo era stato in quello della nascita. Una parabola che racconta le contraddizioni di un calcio che troppo spesso dimentica i suoi eroi.