E a Boston comparve «un tale» di Napoli

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Mondiali 1994. Tutti sono curiosi di vedere all’opera Maradona, reduce da due anni di tremende disavventure. L’Argentina funziona. La Grecia soccombe. E Diego «gira» a meraviglia dando un’anima all’intera competizione.

«Il suo passaporto, prego». Al suo arrivo negli aeroporti di tutto il mondo, l’ultima cosa che viene chiesta a Diego Armando Maradona è il passaporto. Dal doganiere al caposcalo, nessuno si sogna di identificare il più celebrato campione del calcio moderno con un documento di identità. Quasi tutti cercano piuttosto di strappargli un autografo, una dedica o una fotografia. Mercoledì 8 giugno 1994, vigilia dei primi Mondiali di calcio disputati nel Nord America. All’Immigration Service dell’aeroporto intercontinentale Logan di Boston, i funzionari di dogana si rigirano a lungo tra le mani il passaporto di Maradona Armando Diego, nato a Lanus, Argentina, il 30 ottobre del 1960. Senza chiedergli l’autografo.

Per loro Maradona è solo il più piccolo, nero e sospetto dei 22 hidalgos argentini che sbarcano negli Usa per giocare il campionato del mondo di soccer. L’unico con la fedina penale poco pulita. Quando il passaporto gli viene restituito, Diego Armando tira un sospiro di sollievo. La paura che i suoi guai con la giustizia facessero irrigidire i severi funzionari americani si sono finalmente dissolte. E nelle esclusive stanze del Babson College di Boston per Diego Maradona comincia il quarto mondiale. Uno l’ha vinto, in un altro è arrivato secondo. Arrivato nel senso che ci è arrivato da solo, portando alla finale di Italia ’90 una squadra che senza lui avrebbe ripreso al volo il primo aereo per Buenos Aires.

E pensare che nessuno avrebbe scommesso una lira sulla sua partecipazione al mondiale americano. L’ultimo, l’ennesimo ritorno in campo era stato nelle file dei Newell’s Old Boys, una formazione che gioca nella prima divisione del campionato argentino. Solite le scene di delirio dei tifosi, soliti i titoloni sui giornali e solite anche le dichiarazioni del «pibe»: «Sto benissimo, questo è veramente l’ambiente giusto. Resterò qui fino a fine carriera». Coi Newell’s Diego gioca giusto il tempo di due amichevoli e cinque partite di campionato. Prima della sesta scappa dal ritiro senza più tornare. Considerando che era stato ingaggiato per un milione e mezzo di dollari, ne ha guadagnati 2400 per ogni minuto giocato. E aveva chiesto e ottenuto che il contratto non prevedesse penali, ovviamente.

Questo alla fine del 1993, l’ultimo del biennio più nero della vita di Maradona. Che in due anni era riuscito a raccogliere una squalifica per doping e due procedimenti penali in Italia (dove il suo nome sarà a lungo nella lista degli indesiderabili delle polizie di frontiera), arresto e processo per droga in Argentina e varie cause civili in Spagna dove il suo rapporto col Siviglia si era concluso, come sempre, malissimo. In tutto questo tempo il pibe, che non ha mai avuto un buon rapporto con la bilancia, era ingrassato fino a 91 chili. Viveva stravaccato nei divani della sua tenuta di Moreno e circondato dalla solita corte di improbabili amici pronti a sfruttare quello che gli restava della sua popolarità e dei suoi quattrini. Davanti alla villa una muta di fotografi e giornalisti e, in permanenza, una cinquantina di perditempo. Tanto che un chiosco di hot dog e bibite stazionava a tempo pieno all’ingresso. Pare facendo ottimi affari.

La riabilitazione di Maradona, se di riabilitazione si può parlare, non è stata affatto lineare. Da quando il giudice del tribunale di Buenos Aires condizionò la sua libertà a una efficace terapia di disintossicazione, la vita di Diego ha conosciuto alti e bassi clamorosi. Tra gli alti la stessa terapia, gli ingaggi col Siviglia e coi Newell’s, le continue diete che l’hanno ricondotto più volte dalle dimensioni di un vitello a quelle di un giocatore di soccer. Per i bassi c’è solo l’imbarazzo della scelta. Nella stagione giocata col Siviglia (1992/93, il totem Bilardo in panchina), la società gli sguinzagliò alle spalle un segugio della Detective Walker, la più prestigiosa agenzia investigativa cittadina. Il segugio (nome d’arte «Perfecto», lo stesso che Diego aveva assoldato per controllare gli spostamenti della moglie) raccolse in un dossier di cento pagine e cinque videocassette le bravate notturne del pibe. Riassumibili facilmente in donnine, night, roulette e alcool. Di donnine in particolare, Diego era un insaziabile consumatore e, pare, un formidabile amante. Ancora bassi i suoi rapporti con la stampa argentina. Tanto che l’anno precedente Maradona aveva impallinato, fortunatamente con proiettili di gomma, cinque reporter che stazionavano davanti alla sua villa. In questo Diego merita umana comprensione e generiche attenuanti. Nei giorni della crisi coi Newell’s la prima pagina di un quotidiano popolare uscì con la foto del suo faccione stravolto e un titolo a nove colonne: «E’ matto?».

 

Eppure, tra alti e bassi, Diego negli Usa ci è arrivato. Vincendo l’iniziale diffidenza di Alfio Basile, il CT che di lui non ne voleva sapere e che è stato letteralmente trascinato dall’entusiasmo popolare. E quando Maradona ha debuttato in patria (contro la nazionale del Marocco) il paese si è fermato e i cinque principali canali televisivi hanno trasmesso la partita a reti unificate. Roba che da noi nemmeno i messaggi del presidente della Repubblica.

Intanto Diego si è allenato duro e ha seguito una dieta ferrea preparata da uno specialista uruguayano di origini cinesi. Ha digerito senza scomporsi anche il veto giapponese alla sua partecipazione a una tournée nel paese del Sol Levante. Digerito e vendicato: la nazionale ha preferito rinunciare al Giappone piuttosto che a lui.

Sul suo ritorno al Mondiale ci sono state opinioni ferocemente contrastanti. Sacchi, ammirato: «E’ un giocatore inarrivabile. L’unico calciatore di squadra avversaria che mi sia mai trovato ad applaudire quando stavo in nazionale. La sua presenza in Usa è un bene per il mondo del calcio». Pelè, «Maradona mi fa pena. Tecnicamente, gioca con un solo piede ed è nullo sui palloni alti». Osvaldo Soriano, lo scrittore: «Lo vorrei in campo a qualunque età, anche grasso e fermo come se se aspettando un bus alla fermata». Cristina Sinagra, interessata: «Spero che torni grande, per lui e per nostro figlio».

Il soggiorno negli Usa per Diego è una sorpresa. Abituato a viaggiare tra la morbosa curiosità della gente, ha trovato totale indifferenza. L’Fbi, non si sa se per proteggerlo o per impedirgli di combinare guai, gli ha messo alle spalle quattro poliziotti che lo seguono in ogni spostamento. Chi se lo scorta da 15 giorni, il sergente i Brardsley, ai giornalisti che gli domandano ironicamente come si chiama l’uomo che sta proteggendo risponde sempre compito: «Maradonna, a soccer player».
Dell’indifferenza e della grande tranquillità del ritiro bostoniani, Maradona è soddisfatto. A dispetto di piccoli inconvenienti, tipo quella volta che l’addetto alla sicurezza del College gli ha negato l’accesso alle camere. Diego non aveva il pass, né vestiva la divisa della nazionale. «Ma io sono Maradona». «Mara-what?». E Maradona è andato a cercarsi il pass quando in altri tempi avrebbe piantato un casino memorabile.

E intanto a Boston Diego gioca, si allena e impreca contro il caldo. E segue scrupolosamente la dieta speciale studiata per lui dal santone cinese. Sei micropasti al giorno: cereali, pollo bollito, frutta e verdura. In tutto fanno cinquemila calorie, informano i cuochi, sessanta per cento carboidrati, il resto proteine. Certo non patisce la fame.

Nei momenti liberi gira per la città con la moglie e le figlie comprando souvenir e, quando li trova di suo gusto, vestiti. Magari di Versace, il sarto che ama al punto da essere riuscito, in un solo anno, a spendere 50 mila dollari in «couture» da lui griffata.

Nei lunghi giorni del ritiro non manca mai il quotidiano pensiero per l’Italia e per Napoli. L’Italia amata, l’Italia odiata. Che gli ha dato soldi, successo, popolarità e affetto come non ne ha trovato mai. Ma anche veleni, accuse e fischi. Fischi feroci come quelli che l’hanno perseguitato dopo Italia ’90, dopo che Diego aveva tolto all’Italia (dribbling, millimetrico assist su Caniggia, gol) la possibilità di vincere il mondiale in casa. E poi guai con la giustizia per tasse mai pagate, per ingaggi presi e mai onorati, per spaccio di droga e per l’abbandono di un guaglioncello che Cristina Sinagra, una delle sue infinite avventure di una sola notte, ha avuto il pessimo gusto di chiamare Diego Armando junior. Anche se proprio nei giorni del mondiale americano Diego ha aveva fatto sapere di voler riconoscere e abbracciare il figlio.

E accuse tremende. L’ultima quella di Pietro Pugliese, uno che è repentinamente passato dal ruolo di secondino di camorristi a quello di camorrista recluso: «Diego ha venduto lo scudetto dell’88 alla camorra. Aveva bisogno di soldi e di droga». Si è parlato di una partita di tre chili di coca espressamente recapitata a Maradona per i suoi bisogni personali. Tre chili, nemmeno la usasse come borotalco.

Eppure a Diego l’Italia continua a mancare. E quando Ciro Ferrara, uno dei pochi amici veri, andò a trovarlo in Argentina portandogli gli ultimi CD di Pino Daniele, il suo cantante preferito, Diego si mise a piangere. Forse ripensando alla calde serate sotto il Vesuvio, all’affetto dei napoletani, alla gioia folle dello scudetto e alle cene con gli amici in costiera. Gli manca l’Italia e all’Italia manca lui. Prima delle ultime elezioni politiche un’autorevole società demoscopica ha fatto dei sondaggi elettorali inserendo, tra i partiti veri, un partito posticcio chiamato «Avanti Italia» e capeggiato da Maradona: le proiezioni gli hanno assegnato il 10.8 per cento dei voti, cioè cinque milioni.

E adesso pare che rispunti il Napoli. Il Napoli che l’aveva tradito e che è stato tradito a sua volta dai dirigenti, dal gioco e dai risultati. Maradona tornerà a Napoli, è cosa sicura, si dice in giro. Un pool di avvocati sta trattando in gran segreto tutti i dettagli dell’affare. La società sarebbe pronta a pagare debiti, tasse e robusti alimenti a Diego junior che già tira i primi calci nelle giovanili biancazzurre. Tornerà per giocare un anno e poi farne tre da dirigente. Tornerà per giocare due anni, tornerà per fare il presidente. Tornerà per fare sognare la città coi suoi occhi tristi. Tornerà per far rivivere a Napoli il più grande sogno da quando in città arrivarono gli americani. Non succederà niente di tutto questo.

E arriviamo alla vigilia che precede la partita mondiale con la Grecia. Con tutti i riflettori puntati addosso e i giornalisti pronti a sancire il definitivo crollo di un genio del pallone che è annegato nel mare del vizio dopo l’ultimo disperato tentativo di tornare a galla.

Questo fino alle 19 e 50 di martedì 21 giugno 1994 quando Diego Armando Maradona raccoglie un suggerimento di Redondo infilandolo alle spalle dell’allibito portiere greco. E carico di rabbia si fionda, naso contro obbiettivo, contro la telecamera più vicina. Per urlare al mondo la sua gioia. La gioia di un uomo finalmente libero dai mostri che per anni l’hanno tenuto incatenato.

Ma sappiamo che non si tratterà di una liberazione definitiva. Diego Maradona, che tante volte è risorto, cederà ancora alle sue debolezze e a quella che qualcuno ha chiamato idiosincrasia da lieto fine.

Sappiamo però che con quel guizzo, nella torrida estate 1994, Maradona cambiò il Mondiale, restituendogli per pochi momenti un protagonista e una grande storia da raccontare. E restituendo a milioni di persone, non solo tifosi, un sogno che pensavano di avere perduto.