EDY BIVI: POCKET GOL

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Ci sono tanti modi per definire un attaccante. C’è l’opportunista, c’è quello bravo a giocare di sponda, quello che preferisce partire da lontano e nel calcio di ieri c’erano il nove e l’undici, rispettivamente prima e seconda punta. E poi c’è un’altra differenza, quella che dipende dal grado di “nobiltà” della casacca che si indossa. È questa la caratteristica che consente di distinguere un attaccante, da un attaccante di provincia. Ed Edy Bivi da Lignano Sabbiadoro è l’attaccante di provincia nella miglior accezione del termine. Partiamo dal nome: Edy, corto almeno quanto inusuale. Ma poi, si scrive Edy o Edi?

Sa che non lo si trova mai due volte scritto nello stesso modo? Mah, in realtà sulla carta d’identità ce l’ho con la y. Ma in fondo cambia poco, dai”.

Nella stagione 1980/81 “Bivi con la y” gioca nel Mestrina, in serie C2. Poi, senza tappe intermedie, attraversa l’Italia, dal Veneto alla Calabria e direttamente in Serie A, tra le fila del Catanzaro…
Il salto fu enorme. Dalla C2 alla A cambiò tutto, responsabilità comprese, ma rimase identico il mio approccio nei confronti del calcio. È chiaro che per un ragazzo di 20-21 anni, tanti ne avevo all’epoca, il cambiamento era immenso, ma il gioco del calcio è semplice, sia a Mestre che a Catanzaro servono sempre due porte e un campo di gioco. Da quel punto di vista cambiava poco, ma, come dicevo, erano diverse le responsabilità, quelle si”.

C’era poi da raccogliere un’eredità importante. Lei arrivava per sostituire Massimo Palanca, che era andato al Napoli. Fu effettivamente un peso ulteriore da sopportare?
Per rendere l’idea le racconto un episodio che mi è rimasto impresso. Eravamo in ritiro in Friuli, Amato, il massaggiatore che distribuiva le maglie per la partitella da fare contro una squadra del posto, tirò fuori la numero undici che era stata di Palanca e mi disse testualmente: ‘Adesso vedi un po’ cosa vuoi fare’. Non era un peso da poco, ma per fortuna poi andò abbastanza bene”.

edy-bivi-bari-wpLa prima stagione in A inizia alla grande e arriva la convocazione con la Nazionale Under 21, impegnata nell’Europeo di categoria…
Proprio così, nel giro di sei, sette mesi, finii prima in A e poi in Under 21, che salto. Quando vesti la maglia della Nazionale provi una grande soddisfazione, è l’apice della carriera per un giocatore. Tra l’altro l’esordio contro la Scozia si giocò proprio a Catanzaro. In quella nazionale c’erano giocatori come Baresi e Bergomi, era una squadra importante, con giocatori bravi, bravi veramente. E oltre a me c’erano anche Borghi, Mauro e Celestini, eravamo dei ragazzotti mezzi sconosciuti che giocavano nel Catanzaro. In quella stagione ci facemmo conoscere e fu per noi un ottimo trampolino di lancio”.

Vi faceste conoscere a suon di prestazioni. Lei segnò al Milan, all’Inter, al Toro, alla Roma, al Napoli e non solo…
La verità è che andò tutto bene, oltre le più rosee aspettative. Una di quelle annate in cui le cose capitano al di là dei giocatori. Nacque un’alchimia perfetta che consentì alla squadra di ottenere il settimo posto, miglior risultato di sempre. Fu un orgoglio per tutti, sia per noi che giocavamo che per la città”.

Orgoglio a parte, nella stagione di esordio nella massima serie, segna subito dodici gol e arriva secondo nella classifica cannonieri, dietro a Roberto Pruzzo (Roma). D’estate ci sono i Mondiali, ma sia lei che Pruzzo restate a casa. Con un solo gol segnato in stagione parte invece Massaro (Fiorentina). Aveva sperato nella convocazione? Come la prese?
Erano tempi diversi. Si era più conservatori, e lo era anche chi faceva le selezioni. Bearzot è stato un tecnico molto amato dalla gente, tra l’altro era friulano come me, quindi poteva metterci una parolina (ride, ndr). Ma non era facile, c’erano i blocchi di Juve, Inter e Milan e il fatto che giocassi nel Catanzaro forse mi ha un po’ penalizzato. Ricordo che poi, anni dopo, quando Sacchi divenne CT, convocò tantissimi calciatori. In una situazione del genere forse avrei avuto qualche possibilità in più, ma ormai è andata così. Ad ogni modo, non ho nulla da rimproverarmi, perché sul campo avevo fatto quello che dovevo fare”.

Ma dica la verità, nei suoi incubi c’è Paolo Rossi che alza la Coppa del Mondo al “Bernabeu”?
Beh, insomma. Io ricordo che al posto mio partì per il Mondiale Franco Selvaggi (8 gol col Cagliari, contro i 12 di Bivi, ndr) e rimase per tutta la competizione in tribuna. Lo avrei fatto volentieri anche io e oggi sarei un Campione del Mondo. È una cosa che ogni tanto nel corso degli anni mi è passata per la testa, però ormai è andata così e non ci posso fare più nulla. Mi consola e mi inorgoglisce il fatto che io sul campo avevo dimostrato di poter meritare quel posto. Ma le scelte le fanno gli altri e non si può interferire”.

Dopo la splendida annata, due retrocessioni consecutive e iniziano i trasferimenti. Prima Bari, poi: Trieste, Cremona, Monza, ci racconti un po’…
Dopo Catanzaro ho girato e mi sono trovato bene ovunque. Compagni, città, squadre, tutto è sempre andato per il verso giusto. Io non ho mai cambiato il mio approccio al calcio e ho sempre cercato di svolgere al meglio la mia professione. Nessuno mi ha mai regalato nulla e ciò che ho fatto lo devo alle mie capacità e ai miei compagni di squadra. Sono contento di ciò che ho realizzato nella mia carriera”.

edy-bivi-pescara-wpPoi la ingaggia il Pescara, con cui torna in Serie A, in compagnia di Dunga e Allegri…
Pescara è stata una tappa importante, basti pensare che sono arrivato qui nel ’90 e ancora non me ne sono andato. Tutt’ora vivo a Pescara. È una piazza bella per giocare a calcio, è una bella cittadina, un posto di mare. Calcisticamente c’erano tutti i presupposti per far bene e infatti l’esperienza fu ricca di soddisfazioni seppur a stagioni alterne. Diciamo che i primi due anni sono stati molto positivi. E si, negli anni a Pescara ho giocato con Dunga e Allegri, ma non c’erano solo loro. C’erano anche Righetti, Pagano, Dicara, Siskovic e anche Stefano Borgonovo. Sono passati giocatori importanti e bravi, per me sono dei bei ricordi, pieni di entusiasmo. Questa è una città che vive tutto con molta passione e credo che quella squadra abbia regalato molte emozioni, giocavamo un bellissimo calcio e avevamo un grande allenatore”.

Oggi che nessuno deve impedirle di far gol, può confessarlo, qual era la sua specialità?
Di certo non potevo metterla sul piano fisico, ma ero un giocatore rapido e tecnico e cercavo di sfruttare al meglio queste mie caratteristiche. Potevo esaltarmi in una squadra che proponeva un calcio offensivo sfruttando agilità e fantasia, se giocavo con una squadra che mirava a difendersi per ripartire in contropiede, chiaramente le mie qualità venivano un po’ meno”.

Adesso parliamo di allenatori: Bruno Pace è colui che la lanciò in A, Azeglio Vicini la convocò nella sua Under 21 e Giovanni Galeone la fece rinascere. Che ci dice di questi tre?
Tre profili completamente diversi. Vicini, poi, aveva un compito molto differente dagli altri due, perché una cosa è allenare una squadra di club, tutt’altro discorso è allenare una Nazionale. Bruno Pace era un tecnico emergente e come me era all’esordio in A. Arrivava a Catanzaro dopo un’esperienza al Modena, era una persona tranquilla e capace, che aveva il suo modo di vedere le cose. Si trovò ad allenare una squadra piena di ragazzi giovani, anche se in difesa avevamo gente di esperienza, vedi i vari Santarini, Ranieri o Sabadini che veniva dal Milan. Era un mix e lui fu bravo a metterci del suo per trovare la quadratura del cerchio. Ma dal punto di vista della qualità, dell’intelligenza e del modo di vedere il calcio, credo che Galeone sia stato una spanna sopra tutti. Aveva un modo di interpretare il calcio che era avanti rispetto agli altri. È stato importante nella mia crescita e nella mia carriera. E credo sia stato importante, più in generale, per quello che ha fatto nel calcio italiano, ovunque sia andato ad allenare. Un allenatore che io reputo uno dei migliori in assoluto”.

E invece, Bivi nei panni di allenatore…
Quando alleni, cambia tutto. La prima cosa sono le responsabilità, da calciatore sei un singolo, mentre l’allenatore deve essere capace di mettere d’accordo un gruppo, il ruolo è completamente diverso. E oggi fare l’allenatore non è semplice anche per altri motivi, alle volte i meriti non vengono riconosciuti, contano le conoscenze. C’è gente capace che non riesce ad allenare, perché magari prima delle idee vengono apprezzate doti che con il calcio c’entrano poco e questo mi dispiace molto. Ho fatto qualche esperienza a livello dilettantistico e avrei voluto provare tra i professionisti. Speravo di avere qualche possibilità, ma non è semplice, per tanti motivi”.

edy-bivi-catanzaro-wpSenza pensarci, scelga un ricordo e un rimpianto…
Il ricordo migliore è sicuramente l’esordio in campionato al “San Paolo” contro il Napoli nell’81. Dai campi di Mestre o Trento, mi ritrovai davanti a un pubblico di 70.000 persone, sono cose che non si possono dimenticare. E poi quel Napoli in difesa aveva Ruud Krol che era un nazionale olandese, un grande giocatore. Se devo trovare un rimpianto, penso ad un mancato trasferimento. Un anno mi capitò di poter andare al Milan del presidente Farina o alla Roma, ma il Catanzaro che deteneva il mio cartellino chiedeva un sacco di soldi, mi sembra di ricordare un qualcosa come quattro miliardi delle vecchie lire, e non se fece niente. All’epoca decideva la società, non c’erano svincoli e parametri zero, in una trattativa odierna forse sarei stato agevolato. Chissà, andando in una grande società magari avrei potuto fare una carriera diversa. Ma, come dicevo prima, sono contento di ciò che ho fatto… Anche se andare alla Roma o al Milan… ma non fa niente, ormai è andata così”.

Un’ultima cosa prima di salutarci: chi è Edy Bivi oggi e chi potrebbe essere oggi il nuovo Edy Bivi?
Parto dalla seconda e dico che i paragoni non mi piacciono. Spesso sono inopportuni, perché non c’è mai un giocatore uguale a un altro. Quindi, no comment. Su me oggi: sono un comune mortale con una vita normale e la speranza di allenare. Se non avrò possibilità, continuerò la mia vita con la mia famiglia, i miei amici e i miei cani. Edy Bivi è questo”.

LA SCHEDA

Edi Bivi (Lignano Sabbiadoro, 11 gennaio 1960)

Cresciuto nelle giovanili della Fiorentina, nel 1978 viene ceduto alla Mestrina, con cui disputa tre campionati di Serie C2 nei quali realizza 29 reti. Nell’estate 1981 viene acquistato dal Catanzaro: esordisce in A a Napoli trasformando all’ultimo minuto il rigore del definitivo 1-1. Nella sua prima stagione realizza 12 reti ed è il secondo miglior marcatore del campionato dietro Pruzzo.

Nella stagione successiva rimane coinvolto nell’annata negativa del Catanzaro, che retrocede in Serie B, e le reti scendono a 3. Riconfermato per il campionato 1983-1984, segna 14 gol; la squadra finisce ancora all’ultimo posto e retrocede Serie C1.

Nel 1984 passa al Bari, neopromosso in Serie B dove vince con 20 reti la classifica cannonieri e contribuisce alla promozione in Serie A dei baresi. Nelle due successive stagioni (una nella massima serie e una in Serie B) lo spazio in prima squadra si riduce e realizza complessivamente 4 reti.

Nel 1987 si trasferisce alla Triestina dove segna 10 gol ma la squadra retrocede in Serie C; l’anno successivo passa alla Cremonese, realizza 14 reti e ottiene la sua seconda promozione in Serie A. Ceduto al Monza, nella formazione brianzola mette a segno 14 reti.

Nell’estate 1990 passa al Pescara, dove resterà quattro anni. Rivitalizzato da Giovanni Galeone, ottiene nella stagione 1991-92 la sua terza promozione nella massima serie con 12 reti all’attivo, come attaccante centrale nel tridente con Rocco Pagano e Frederic Massara. Dopo un’ultima stagione nella massima serie finita con una retrocessione (campionato 1992-93, concluso con 3 reti e ultimo posto in classifica), lascia il Pescara nel 1994 per concludere la carriera agonistica nelle serie inferiori, con Giorgione, Livorno, Ospitaletto, Ortona e Imolese.

Ha totalizzato complessivamente 93 presenze con 20 reti in Serie A e 274 presenze con 92 reti in B.