HÜBNER Dario: il bomber operaio

«Quello che ho ottenuto non me lo ha regalato nessuno, ho scalato le categorie facendo gol in tutti i modi»

Il ceppo Hübner, con tanto di dieresi, arriva dalla Germania. Bisnonno di Francoforte, famiglia sistemata proprio ai confini con l’Istria. Muggia, Trieste, un posto piccolo in cui crescere con addosso i valori della famiglia, dell’amicizia, della piccola comunità che poi ti porti dietro per la vita. In questo mondo piccolo il giovane Dario chiude in fretta gli anni dell’adolescenza. Figlio di un operaio e di una casalinga, a quattordici anni chiude i libri dopo il diploma delle medie e segue la strada che la maggior parte dei suoi compaesani ha intrapreso.

«Lo dissi subito ai professori, il giorno dell’esame: comunque vada, io da domani vado a lavorare. Che senso avrebbe avuto studiare altri cinque anni per poi mollare tutto? Meglio cercare subito la strada giusta».

All’inizio Dario fa il garzone di panetteria, poi diventa operaio, come tanti suoi coetanei. Lavora in una fabbrica d’infissi d’alluminio per le finestre, impara un mestiere. Non gli servirà, perché il destino gli sta preparando un percorso diverso, decisamente unico. Dario cresce, anche in altezza, e come i suoi amici ha la passione del pallone. Ma è un gioco, niente di più. Il lavoro in fabbrica è una certezza, il calcio è divertimento, allegria da spendere di sera, dopo i turni da operaio.

Un gioco con solide radici, comunque. Piantate durante l’infanzia, quando ad appena sei anni Dario entrò a far parte dei Pulcini della Muggesana. La sua prima squadra, probabilmente la prima e l’ultima nei pensieri del giovane operaio, che non immaginava che un giorno avrebbe avuto la possibilità di vivere di calcio. Nella società del paese Dario si fa tutta la trafila delle giovanili: fino a sedici anni gioca negli Allievi, poi finisce tra i titolari, ma è pur sempre Prima Categoria. Ricorda:

«Ero piuttosto grezzo, stile zero, perché ci allenavamo appena due volte a settimana, e sempre dopo il lavoro».

Dieci ore in fabbrica e poi hai voglia, a parlare di tecnica di base. Si va dietro al pallone, si gioca e ringraziare. E poi, mica è un fanatico Dario Hubner. Ama il calcio, ma non solo quello. Gli piace andare a sciare, ama il basket e ha una passione forte per la Virtus Bologna. E poi c’è la Formula Uno, roba che ti prende, ti coinvolge. E infatti ogni anno, dai quattordici in su, c’è il rituale del treno da prendere ogni volta che in cartellone c’è il Gran Premio a Monza. Partenza alla sera, dopo il lavoro, notte fuori casa, gara vista da vicino e ritorno. Due idoli che se ne sono andati troppo presto, ma gli sono rimasti nel cuore: Gilles Villeneuve e Ayrton Senna.

Ha già vent’anni, Dario, quando di lui si accorge il direttore sportivo del Treviso, Zambianchi. Quell’ariete, non ancora bisonte delle aree, gli piace parecchio. Lo prende e lo gira alla Pievigina, in Interregionale. È l’inizio dell’avventura. Dario ancora non lo sa, ma per la prima volta vive una stagione da calciatore, lontano da casa.

«Lo feci per provare, ero anche rimasto d’accordo col mio datore di lavoro che se le cose non avessero funzionato sarei tornato in fabbrica».

Invece funzionano, eccome. Dopo l’esperienza a Pieve di Soligo, Zambianchi lo porta con sé al Pergocrema, in C2. Quasi senza accorgersene, Dario è diventato un professionista del pallone. Partendo dai piani bassi, con tranquillità e modestia. Ma continuando a crescere. Un anno a Crema, un posto al quale resta talmente legato da scegliere, poi, di andare a vivere in un piccolo paese a un pugno di chilometri dal centro (il senso del borgo, sempre più forte e vivo). Anche perché a Crema si costruisce il futuro, la nuova famiglia Hübner. Un amore intenso, sincero, roba che non finisce sui rotocalchi rosa ma in compenso riempie il cuore, ed è molto meglio così. La storia l’ha spiegata tante volte, Dario.

«Quando mi acquistò il Fano, ripassai dal ristorante di Crema dove andavo sempre a mangiare per salutare Rosa, che lavorava lì. Lei non c’era, lasciai il numero di telefono e ci sentimmo qualche giorno dopo. Poi ripassai per portare via le ultime cose e ci incontrammo. Sei mesi dopo eravamo marito e moglie».

Fano è un’altra tappa importante, un posto dell’anima.

«Vado ancora lì in vacanza, e per me è il massimo. C’è il mare che amo, c’è la gente che ha fatto il tifo per me. Ogni volta che torno è una festa».

Fano è altro. La promozione in C1 alla prima stagione, e poi l’arrivo di un tecnico come Francesco Guidolin, meticolosissimo, quasi maniacale, che gli insegna quello che nessuno, fin lì, gli aveva insegnato. Come muoversi, come stare in campo. E Dario cresce, apprende, segna. Si fa strada, il nome di Hübner, anche sul mercato.

E nell’estate del ‘92, a venticinque anni, l’ex garzone di fornaio approda alla Serie B, col Cesena. In Romagna vivrà cinque anni belli e importanti, e lascerà il segno. Diventerà un’icona per i tifosi quel suo modo di correre in progressione verso la porta avversaria, vagamente sgraziata perché

«io la tecnica fino a vent’anni non ho potuto affinarla. Si andava in campo e si inseguiva il pallone, ecco tutto».

Altro che ariete, pensano i tifosi del Cesena. Dario è il Bisonte, un magnifico bisonte che scorazza nelle praterie del calcio. Più avanti negli anni, lui stesso, folgorato dal film “Balla coi Lupi”, tradurrà quel soprannome nel sacro linguaggio dei sioux e diventerà Tatanka. Settantaquattro reti in cinque tornei tra i cadetti, una promozione sfiorata nel ‘93-94 e una grande delusione, la retrocessione in C1 proprio nell’ultima stagione bianconera, ‘96-97.

Quella in cui Massimo Moratti, presidente dell’Inter alla quasi disperata caccia di punte, pensa a lui in nerazzurro. E’ un momento, non porta a nulla: in nerazzurro arriveranno Ganz e Branca, Dario Hübner la sua Serie A la vivrà a Brescia, e al debutto, a trent’anni, si toglierà lo sfizio di segnare proprio all’Inter, la “sua” Inter che lo ha sedotto e abbandonato, il primo gol pesante della sua carriera.

Tra Cesena e Brescia trova nuovi e importanti maestri: Salvemini, Vicini, Bolchi, Sonetti. Trova, appunto, la Serie A. Quell’esordio con l’Inter, insieme a un altro splendido debuttante, Luiz Nazario da Lima, in arte Ronaldo. Storie diverse, tutt’altro che parallele. Destini che si incrociano sull’erba di San Siro. Ma a Dario basta e avanza il suo:

«Quando il presidente Corioni mi chiamò per prospettarmi l’eventualità di andare a Brescia, mi disse che aveva pensato a me perché continuavo a migliorare negli anni. Ne fui felice, in quel momento vidi che i miei sforzi venivano apprezzati».

Dario dimostra di saper vivere tranquillamente anche ad alta quota. Sedici reti al primo impatto con la Serie A sono un bel bottino personale, anche se non bastano a tenere il Brescia tra le grandi.

L’Inter bussa ancora alla porta, ma forse senza troppa convinzione. Ci prova anche il Leeds, però il bisonte tranquillo non è tipo da pazzie, la famiglia viene prima di tutto e Marco, l’ultimo nato, è ancora troppo piccolo per capire un improvviso cambio, di clima e abitudini, dall’Italia all’Inghilterra.

Resta a Brescia, Dario. Altri due anni tra i cadetti, altre reti a grappoli, quarantadue in un paio di stagioni. Quando il Brescia si riaffaccia alla Serie A, lui è ancora lì e accanto si ritrova Roby Baggio, il massimo della vita.

«Se giochi al suo fianco ti senti tranquillo. Sai che se non ti capita l’occasione, se sei in giornata di vacche magre, lui è sempre in grado di inventare qualcosa per tirarti fuori dai guai».

A Brescia c’è Mazzone, che per tutta la stagione lo esalta. Risultato: Hübner arriva ancora una volta ad alta quota. Sono 17, questa volta, e in tutto siamo a 33 in due anni di grande calcio. A fine stagione, a Brescia cambiano le strategie. Dario Hübner, che sa essere fedele alla maglia (tre anni a Fano, cinque a Cesena, quattro a Brescia), annusa al volo l’aria, non fa polemiche e si mette da parte.

E stavolta la chiamata gli arriva da un tecnico d’assalto che ha bisogno dei suoi gol e della sua esperienza per cercare di mantenere il Piacenza ad alto livello. Il nuovo maestro è Walter Novellino, nei suoi schemi Tatanka ha voce in capitolo.

E avrà ragione perché il bomber operaio, come lui stesso ama definirsi, si laurea addirittura capocannoniere della Serie A segnando 24 goal. Gli stessi realizzati da un certo David Trezeguet con la Juventus Campione d’Italia nello storico pomeriggio del 5 maggio.

La stagione successiva viene coinvolto nell’annata-no del Piacenza che retrocede, ma comunque arrivano altre 14 reti.

Dario resta in serie A perché l’Ancona conta su di lui per salvarsi ma questa volta non scatta il feeling necessario e a gennaio viene dirottato a Perugia dove però non riesce ad evitare la retrocessione degli umbri. Il 25 aprile 2004 subentrando a Eusebio Di Francesco, gioca i suoi ultimi 10 minuti di serie A, l’ultima rete l’aveva realizzata proprio all’Inter un paio di settimane prima.

Hübner ha poi continuato a giocare tra i dilettanti ben oltre i 40 anni. Anche oggi fatica a stare senza pallone e si diverte con gli amici nei campionati a sette. Non ha più voglia di correre e fa il portiere: non se la cava male neanche tra i pali. “In questo mondo ch’è pieno di lacrime io certe volte dovrei fare come Dario Hübner”, canta Calcutta nell’album che contiene la fortunata “Paracetamolo”, ed è difficile dargli torto.