Mauro Gibellini: centravanti DOC

Mauro Gibellini, hombre limpido, di randagismo pedatorio, occasioni andate a ramengo o acciuffate alla grande, gol ammucchiati con regolarità da metronomo a Ferrara (otto stagioni fra 71 e ’81), Verona, Bologna, Como, Perugia, Cesena e Padova per il fotofinish, C1 nell’86-87. Palate di succosa B, un sorvolino scaligero in A per sette presenze nell’autunno ’82, prima di scegliere il Bologna e fare «la più grossa cazzata della mia vita».

Dunque: Bologna appena retrocesso, presidente Tommaso Fabbretti, proclami stentorei, “resteremo in B solo un anno”. Esatto. Nell’83 avrebbero giocato in C.

«Quando ho detto a mia moglie Guglielmina e ai figli, Francesco e Ambra, che lasciavamo Verona si sono messi a piangere. Avevano indovinato anche loro. Di ingaggio mi avevano offerto un bel po’, sui centoventi milioni, però l’anno risultò sfigato, Fabbretti andò in galera in capo a una settimana e noi giocatori ce la passammo brutta perché ci inquisirono per i soldi in nero. Tra tasse e milioni da restituire, avrei guadagnato di più a rimanere a Verona. E a parte quello, ci ha rimesso la carriera, a trent’anni mi ritrovavo in C1. Bagnoli mi avrebbe tenuto, ero uno utile alla squadra, ma c’era da fare la riserva e cacchio non l’ho digerita: avevo l’opportunità di giocare in A e mi mollavano in panchina?».

Chiuso con Bologna, fortunatamente spunterà un Como. Calma Gibo. Nell’ordine: luogo di nascita, identikit agonistico e poi stappiamo.

«Sono nato a Fossalta di Portogruaro, in provincia di Venezia. Un paese di campagna vuol dire infanzia felice, per me è stato così. Lì i valori erano e sono tuttora rispettati, a partire dall’amicizia. Papà era capo-contabilità alla Marzotto, quando è morto abbiamo patito ristrettezze, ma in sostanza vivevamo bene e sereni. Il calcio è stato subito passione e fuoco, in famiglia mi presero in giro perché nel primo tema che si intitolava “Cosa farò da grande”, scrissi: “il calciatore”. Tifavo Inter, dal Portogruaro, dilettanti, a sedici anni mi prelevò il Milan».

Corre il 1969. Non altissimo, piedi sapienti, Mauro interpreta con profitto il ruolo di mezzala o ala tornante. È tattico, sa stare in campo.

«Sono diventato attaccante dopo, con Mario Caciagli alla Spal nel 77-78, però già l’anno precedente mi avevano mandato in prima linea, un’emergenza: “Ci manca il centravanti, fallo tu”. Hai presente quando ti levi un paio di scarpe strette? Ho provato lo stesso sollievo, la stessa liberazione a giocare davanti, una estrema naturalezza. Mai più cambiato. Sono stato un attaccante di manovra, ho sempre avuto bisogno di una prima punta, sul campo vagavo, tornavo dietro se serviva, per esempio a coprire sui calci da fermo degli avversari. Ero un atipico, alla Bigon, che spesso rientrava. Poi, essendo tecnico, ero in grado di dare i tempi alla squadra, di scambiare veloce, appoggiare di testa, fare il passaggio filtrante. Per essere un giocatore che partiva da lontano, ho segnato molto: sceglievo il momento e mi inserivo bene, colpivo facile di testa e in acrobazia, in più ero un ottimo rigorista».

Ritorniamo ai tempi delle giovanili…

«Il Milan mi rimandò a casa per colpa del morbo di Osgood-Slatter alle ginocchia, ai tempi non era una malattia conosciuta come adesso. In sostanza è legata alla crescita, le ossa non sopportano certi sforzi e nascono problemi dolorosi alle cartilagini, si formano escrescenze ossee al ginocchio. Il male dei chierichetti. Un anno e mezzo fermo. Sono guarito e ho ricominciato da zero. Mi ha ricomprato il Portogruaro e nel 71 mi ha venduto alla Spal, in C».

Qualche nome d’epoca: Albrigi, Malatrasi, Musiello, Tosetto. Gibellini conta dieci presenze, sette l’anno successivo, ancora a Ferrara.

«Poi il militare, due prestiti, al Portogruaro e al Clodiasottomarina in C nel 1974-75, dove ho giocato il primo campionato vero da titolare. Rientrato alla Spai, il vento soffia in poppa dal 77-78, con la promozione in B. Quattordici gol io, tredici Manfrin, diciotto Pezzato, capocannoniere del girone. Per me una specie di consacrazione, coi tifosi finalmente convinti. Con Ferrara è stato un idillio lungo e di reciproca soddisfazione, l’ho sentita come mia città. Poi ci sarebbe da ricordare Mazza, il presidente, grandissima persona da cui si poteva imparare tanto, già nel ’65 aveva aperto un centro tecnico con quattro campi, sala ristorante, foresteria, ambulatori, spogliatoi in abbondanza e campo da tennis, manco Inter e Milan l’avevano. Da lì sono venuti fuori Capello e Del Neri, per citarne un paio. Diceva Mazza: “I veneti e i friulani non mi hanno mai tradito”. Nel 1981 la storia con la Spal si è esaurita anche perché mi ero spaccato il ginocchio, la ripresa era stata lenta e difficoltosa. Credo sospettassero che non mi sarei più ripreso».

Ingrandimento sul particolare. Primavera ’80, Mauro è praticamente venduto al Genoa. Mancano due giornate alla fine e il ds spallino Govoni preferirebbe tenerlo in bambagia, è un capitale: “Non correre rischi, ti abbiamo ceduto”. Risposta smitragliata: “Io gioco, è la prima volta che sono in testa alla classifica cannonieri, starò attento”. Quanti secondi alla frana?

«Ero in lizza con Nicoletti del Como per i gol, ci mancava solo che mollassi. Va be’, mi danno palla a partita iniziata da trenta secondi, eravamo a Verona. Corro lungo la linea laterale a fianco di Carmine Gentile, che mi marca, sulla riga c’è una montagnetta di gesso, ma piccola… L’ho pestata coi tacchetti, il piede si è girato e per la torsione mi sono rotto il legamento crociato e due menischi del ginocchio destro. Sono rientrato a dicembre dell’anno dopo».

Il Verona di Bagnoli stagione 1981/82. Gibellini è il secondo accosciato da sx

Niente Genoa, nessuna A da conquistare nell’80-81. Se la guadagnerà a Verona, vincendo il campionato 1981-82.

«Io e Cavasin andammo via in cambio di Joriatti e Capuzzo. Impatto felice, la squadra era forte anche se Bagnoli e il ds Franco Landri l’avevano costruita con giocatori reduci da infortuni o annate balorde, vedi Penzo e Garella o Di Gennaro, ex Fiorentina. Le qualità di base c’erano, hanno puntato sull’orgoglio. Con Penzo ancora adesso in A faremmo un buon bottino di gol, lui veloce e potente, io con caratteristiche complementari».

Quel Verona propone calcio d’avanguardia, Tricella è un libero moderno che esce palla al piede, una sorpresa per gli altri che a centrocampo si vedono in inferiorità numerica.

«Vinta la B mi hanno riconfermato. Il fatto è che hanno preso Dirceu, Bagnoli non lo voleva e mi spiegò il problema senza mezze parole: “Sono già troppo sbilanciato con Fanna e Dirceu, non posso usare due punte, ma ti considero titolare”».

Relativamente: Gibellini in A conta solo una partita intera, corredata da subentri calcolabili in minuti. Fioccano malumori e via al Bologna:

«L’ho capito a fine carriera, come qualità, in serie A avrei dovuto giocarci di più, forse mi mancava un pizzico di velocità, però, insomma, ci giocava Chiodi…».

Archiviata Bologna («mi chiesero di rimanere, non mi fidavo»), viene la sensibile rinascita nel Como 1983-84 in B, altro campionato vinto, in squadra con Albiero, Tempestilli, Sclosa, Borgonovo, Matteoli.

«Facevo da chioccia ai giovani. Mi davano meno soldi, ma avevo bisogno di un anno tranquillo, si rivelò strepitoso, a parte un brutto menisco. Al momento di ricominciare in A, si è ripetuta la storia di Verona: presero Corneliusson e avrei dovuto mettermi in riserva, un ruolo che non ho mai avuto in simpatia. Così nell’84 ho cambiato per Perugia, dodici gol, e quindi Cesena, tredici. A Perugia con Agroppi ci siamo fatti sfuggire la Serie A da polli. Facevo presenze da dieci minuti-un quarto d’ora e segnavo, nessun culo, me l’ero messo in testa: entrare e segnare. Contro il Padova, partita decisiva, Aldo disegnò la strategia abituale: “Se ti metto dall’inizio, finisci cotto. Entri nel secondo tempo quando quelli sono stanchi”. Dopo l’intervallo mi scaldo, vado: dò due assist e si sfiora il gol, poi segno io, un colpo di testa con la palla girata sul palo opposto. Siamo agli sgoccioli, al novantaduesimo Agroppi fa un cambio tattico e mette un ragazzino, Rondini, un difensore. Con l’ultima palla buona, dalla difesa del Padova cacciano la pallonata della disperazione in avanti, Rondini scivola seduto a terra, si fa sotto un loro attaccante e pareggia. Addio Serie A».

La solita suerte marcia o trionfale, solletico per il vecchio bucaniere. Gibo, alla tua.

Intervista di Andrea Aloi (Guerin Sportivo)

La Scheda


La sua carriera può essere suddivisa in due fasi: la prima nelle file della SPAL con cui disputa 8 campionati (5 in B e 3 di C); la seconda in cui cambia casacca ogni anno. In ogni piazza in cui milita si mette in luce come attaccante dinamico, in grado di ricoprire sia il ruolo di centravanti che di ala sinistra, e di andare a rete con grande puntualità.

I suoi maggiori successi in carriera consistono in due promozioni in Serie A con Verona nel 1981-82 e Como nel 1983-84 e tre dalla C alla B (due con la SPAL nel 1972-73 e nel 1977-78, e una col Padova nel 1986-87). Poco fortunato e fugace è invece il rapporto di Gibellini con la massima serie, limitato infatti al solo inizio della stagione 1982-83, quando col Verona totalizza 7 presenze e una rete per essere poi ceduto nella sessione autunnale di calciomercato al Bologna. In carriera ha totalizzato complessivamente 7 presenze e una rete in Serie A, e 264 presenze e 88 reti in Serie B, dove ha giocato anche con Bologna, Perugia e Cesena.