ELIO SERGIO FORTUNATO – giugno 1981

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Criticato da tifosi e tecnici e avvilito dagli assurdi schemi di Renzo Ulivieri» l’ex goleador dell’Estudiantes ha ritrovato l’antico orgoglio soltanto nelle ultime gare. E rivendica con rabbia il diritto alle reti che gli hanno vietato

I pugni in tasca

PERUGIA – L’appuntamento è allo stadio «Curi», ore 15 di giovedì: fra un’ora i «Grifoni» giocheranno con la primavera per tener viva l’immagine societaria e tecnica del Perugia, in attesa che da un momento all’altro risuoni il nome del nuovo allenatore. Queste ore sono vissute con particolare apprensione da Elio Sergio Fortunato, genio incompreso a tutt’oggi nella giungla del calcio nostrano. L’altro giorno è caduto il nome di Marchioro, riconfermato dal Como, e un momento fa quello di Agroppi.

Nel suo ufficio del «Curi», mentre scrivo, il DS del Perugia, Ramaccioni, intesse il suo filo rosso con l’ex fiorentino Carosi. C’è aria da «habemus papam», e negli spogliatoi, tra Nappi, Malizia e Casarsa, si gioca al toto-mister.
Dal Fiume scommette su Renna, Tacconi sul Fabbri non coreano. M’apparto in una stanzetta con l’ex nazionale argentino e la sua prima battuta è questa: «Speriamo che non assomigli a Ulivieri».

Una viva simpatia mi lega a questa specie di marziano umbro che alcuni colleghi, sin dalla Coppa Italia scorsa (parlo dell’agosto ’80) lo definirono oggetto irriducibilmente misterioso. Ma fu in particolare la stupefacente vaghezza tecnica, la carenza psicologica dell’ex allenatore del Perugia, al secolo «dolore e ginnastica», a indurmi a guardare verso quel numero 9, che ha giocato nell’Estudiantes e fu selezionato da Menotti per la Nazionale, con tutte le mie restanti forze psicologiche e magnetiche.

Ma che può psicologia e magnetismo contro un regime calcistico basato, per virtù anche di Ulivieri, su un quantitativo correre, su schemi tutti da lavagna, su torchiature eccessive e indifferenziate?
«Che scherziamo?» insiste il marziano. «Il nuovo tecnico a tutto somiglierà meno che a Ulivieri. Vedi? Io, secondo lui, dovevo andare e tornare lungo la fascia sinistra e i triangoli, gli uno-due volanti che mi fecero segnare 19 gol, al pari di Maradona, due stagioni fa in Argentina, dovevo scordarmeli. Mi disse che dovevo piantarla di fare l’artista, il Perugia aveva l’acqua alla gola e dunque dovevo sacrificare il mio gioco al collettivo. Ma io mi domando di quale collettivo si trattava! Alla vigilia di Perugia-Avellino mi disse che non dovevo mai perdere di vista Di Somma, che gli dovevo andare a strappargli la palla fin dentro la mia area di rigore. Ma non ero stato preso per segnare gol? In questo modo venivo dato in pasto al pubblico. Inseguivo invece di venir inseguito. Quella partita che naturalmente finì 0-0 resta per me un incubo. E alla fine di quella partita, Juary mi disse che Vinicio lo trattava come un padre e qualche settimana prima quando facemmo un altro 0-0 qui al “Curi” contro il Bologna, Eneas non fece che parlarmi in modo entusiasta dell’ambiente che aveva trovato. Spesso andava a cena con Radice e di tutto parlavano meno che di calcio. E invece dalla mattina alla sera, qui a Perugia sempre a parlare del mio inserimento, come se davvero venissi da Marte e parlassi una lingua intraducibile, non mi facessi capire nemmeno al bar. Credimi, succedeva negli allenamenti proprio così: io dicevo birra toccando la palla e l’allenatore intendeva invece rabarbaro. In questo campionato, dove ho giocato solo cinque volte, sono stato il più straniero degli stranieri. Ascolta, se Eneas lo avesse preso il Perugia, giuro che era buio pesto anche per lui. Lo ha detto anche Ramaccioni! Vuoi che lo chiami?».

Lasciamo perdere Eneas, caro Sergio. In possesso di inconfutabili controprove non potremmo mai trovarci. E lasciamo perdere anche Ulivieri: non mi sembra corretto processarlo in contumacia. Parliamo del prossimo campionato. Dopo i due gol nelle ultime due partite, contro l’Inter e il Torino, due gol che qualcosa significano, te la senti o no di giocare in Serie B davanti a un pubblico che seguita a definirti marziano e oggetto misterioso?
«Tutto dipenderà dall’allenatore in arrivo. Certo, se lui mi giudica per quello che ho fatto, anzi non ho fatto, in questo campionato, è meglio far le valigie e passare a qualche altra squadra. Il grande Sergio Clerici, prima di diventare uomo-gol in A, non passò parecchie stagioni tra i cadetti? E allora ben venga la B. Una B con un mister come si deve, il rapporto col tecnico per me è tutto! Basta guardarsi negli occhi, non c’è bisogno di tante parole. L’occhio del buon allenatore ingrassa il purosangue».

Devo a questo punto aggiungere che Sergio parla un buon italiano e come tutti i bravi consumatori della lingua spagnola ha il gusto della metafora. Quel neo-proverbio lui l’ha pensato in spagnolo e lo ha pronunciato in perfetto italiano. Del resto, seguitare a chiamarlo straniero, anzi “Il più straniero degli stranieri”, mi sembra assurdo: Sergio è nato da genitori argentini, a Mar del Plata (la favolosa spiaggia vicino a Buenos Aires), ha sposato una ragazza argentina, Liliana, che ha la madre veneta e da qualche mese vive a trecento metri dallo stadio, località «Ferro di Cavallo» (tanto per non tradire l’eponimo del cognome). Insomma, la volontà di prendere effettive radici a Perugia c’è e come.

Allo stadio Sergio ci va naturalmente a piedi, e ogni volta la piccola Giulietta che ha 3 anni, lo saluta dal balcone, tra le braccia della mamma. Gli chiedo quali sono i suoi amici qui a Perugia. «Non ho amici – risponde – è terribile dirlo, ma nel calcio gli amici spuntano fuori solo se vai a rete, e il mio mestiere è quello di fare gol e il rifinitore di gol. Ma io sono convinto che tornerò a segnarne parecchi, se l’allenatore, la società e il pubblico, mi daranno fiducia. Giuro che se fosse rimasto Castagner ci saremmo salvati proprio coi miei gol. Castagner non mi avrebbe fatto vagare su e giù per li campo, io adoro il pressing. La squadra che sa aggredire, con triangoli rapidi e mosse imprevedibili, l’area di rigore avversaria, non può che esaltarmi. E’ solo il gioco rinunciatario, lo schema avaro che produce nel migliore dei casi lo 0-0, che finisce per avvilirmi. E poi su di me hanno scritto le più incredibili menzogne. Per esempio, che io sono negato a trattare la palla di testa, io con l’Estudientes, due anni fa, ho segnato 8 gol di testa».

Nel salutarlo tiro fuori un aneddoto di Clerici che si calava gli anni e non si seppe mai, con precisione, a quanti anni arrivò in Italia e a quanti anni smise. Quando andai a Bologna, nel 75, per un ritratto televisivo dedicato all’uomo-gol dei felsinei, lui giocò al ribasso, come fanno le dive sul viale del tramonto. Sergio sorride e fa: «lo sono del ’57 e a ottobre finirò 24 anni. Ramaccioni non può che confermartelo».
Vado a consultare l’annuario del calcio e leggo 1956. Tornando verso Roma, mi chiedo perché quel 1957 in luogo del 1956. Cosa cambiano 12 mesi in meno nella carriera calcistica di Elio Sergio Fortunato? Ma forse, a pensarci meglio, Sergio ha voluto cancellare un anno della sua vita, l’anno in cui quel Perugia «retrocesso in partenza» decise di non avvalersi delle sue capacità di goleador e di rifinitore.