FELSNER Hermann: AAA cercasi Allenatore

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Era da poco finita la guerra e il calcio cresceva per moltiplicarsi in fretta. Il presidente del Bologna, Cesare Medica, ritenne che il fiorente vivaio rossoblù necessitasse di una guida autorevole per inalvearsi verso forme organizzative più ambiziose. La squadra aveva giocato il campionato senza allenatore. I suggerimenti, più che gli ordini, li dava il più carismatico dei giocatori, Angiolino Badini. La scelta cadde sull’Austria, patria del calcio danubiano di cui all’epoca si favoleggiava come del più armonioso e spettacolare. Venne allora deciso di ricorrere a un sistema classico: su un giornale viennese apparve l’inserzione del Bologna Football Club. AAA, allenatore cercasi.

Non furono in pochi a rispondere e allora Arrigo Gradi, ex capitano della squadra, venne mandato in missione nella patria di Mozart per vagliare le candidature e operare la delicata scelta. Che alla fine cadde su un signore alto e secco, elegantemente vestito, cui l’incipiente calvizie attribuiva più dei 31 anni dell’anagrafe. Si chiamava Hermann Felsner, da ragazzo aveva giocato nel Wiener Sportklub, prima di fermarsi per un incidente. Laureato in giurisprudenza, istruttore di ginnastica, aveva frequentato due corsi in Inghilterra per specializzarsi nello sport che profondamente amava, e pretese un adeguato ingaggio.

Nei libri contabili del Bologna la vicenda venne così sintetizzata: «25 settembre 1920, rimborso spese a Gradi per viaggio a Vienna per assunzione trainer, lire 1183,65». E più avanti: «Felsner, stipendio primo trimestre 1921, Lire 6927». Una cifra notevole, all’epoca uno stipendio da nababbo. La scelta si rivelò subito felice. Felsner approdò a Bologna nel settembre 1920. Nessuno andò ad accoglierlo alla stazione, sicché grande fu la sorpresa degli avventori del Bar del Corso, allora punto di ritrovo della squadra, quando il signore alto ed elegante, con cappello, pince-nez e calzoni alla zuava dal forte accento tedesco e dalla sigaretta issata su un lungo e sottile bocchino, si presentò come il nuovo allenatore del Bologna. L’house organ (come si direbbe oggi) “Bologna FC”, avrebbe sintetizzato nel 1921 : «Si notava principalmente la mancanza di una vera tecnica di gioco, di un razionale allenamento, elementi che dopo mezz’ora scoppiavano e restavano l’ombra di se stessi. La direzione, consenzienti entusiastici tutti, decise allora di sobbarcarsi al sacrificio di un vero trainer e trovatolo nella persona del dotto Felsner, attese fidente i risultati».

Al nuovo arrivato piaceva insegnare, aveva ben chiaro il senso del gioco e operò subito in due direzioni: la preparazione atletica e l’addestramento sui fondamentali. Per la prima volta, i giocatori del Bologna (tutti studenti o già impegnati nel lavoro in quel calcio puramente dilettantistico) si ritrovarono a sfiancarsi in giri di campo e a trascorrere ore a palleggiare contro il muro. In più, Felsner conosceva la tattica, ovviamente il Metodo, ma ebbe la sensibilità di modellare il gioco sulle caratteristiche dei singoli, a costo di derogare ai puri concetti del calcio danubiano, inflessibili nel pretendere un quintetto offensivo formato da ricamatori dai quali tutti doveva passare il pallone nell’azione da gol ideale.

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Una formazione del Bologna nella stagione 1928-1929. Da sinistra, in alto: F. Busini (I), G. Della Valle, A. Schiavio (capitano), A. Busini (III), G. Muzzioli, Bortolotti (massaggiatore); al centro: H. Felsner (allenatore), P. Genovesi, G. Baldi, A. Pitto, Bonaveri (presidente); in basso: E. Monzeglio, M. Gianni, F. Gasperi.

Si ritrovò in squadra Geppe Della Valle e Angiolino Schiavio, due bomber nati, e ne fece le punte di diamante, mentre un motorino come Perin fu senz’altro mezz’ala di raccordo, interno arretrato e non attaccante. E poi il grezzo ma rapidissimo Muzzioli, portato per natura a giocare al limite del fuorigioco (un Inzaghi ante-litteram), gli suggerì il primo abbozzo di contropiede, coi lanci lunghi che coglievano l’incursore lanciato da solo verso la porta, mentre le linee avverse erano incautamente avanzate all’offensiva. La squadra lievitò in fretta, operando subito il salto di qualità che la portò tra le grandi protagoniste. Al primo tentativo perse di misura dalla Pro Vercelli la finale della Lega Nord (in pratica, lo scudetto, per il divario tecnico con il Centro-Sud che rendeva quasi scontato il risultato della finalissima).

Nel 1925 arrivò il primo storico scudetto, dopo le famose cinque finali con il Genoa tra polemiche e colpi di pistola. Nel 1926 perse la finale Nord con la Juventus, nel 1927 arrivò secondo dietro il Torino e solo uno scrupolo del presidente federale, il bolognese Leandro Arpinati, non concesse lo scudetto ai rossoblù, dopo la revoca del titolo ai granata per illecito. Nel 1929 il Bologna vinse di nuovo. Era nato “lo squadrone che tremare il mondo fa”. Felsner aveva stabilito un forte legame con i giocatori. Scrisse “Calcio” nel 1924: «Chi vide, dopo il match storico di Vercelli (dove il Bologna aveva espugnato un campo imbattuto da dieci anni, ndr), i giocatori rossoblù ancor madidi di suodre e sporchi di fango affollarsi intorno a Felsner, abbracciarlo e baciarlo, può ben dire quale riconoscenza unisca gli allievi al loro maestro».

Lo chiamavano “il mago” o “professore”, più confidenzialmente il mediano Pierino Genovesi diceva “l’umàzz”, l’omaccio. Il magico feeling si interruppe dopo undici anni, il 12 gennaio 1931, quando Felsner accettò l’offerta della Fiorentina, che l’ungherese Giulio Feldmann stava pilotando verso la Serie A. Il marchese Ridolfi voleva una squadra da quartieri alti e per questo dopo la promozione fece arrivare dall’Uruguay “Perucho” Petrone. Missione compiuta: la Fiorentina neopromossa si piazzò quarta, grazie anche all’abilità con cui Felsner sfruttò le caratteristiche del suo formidabile ariete.

L’anno dopo, però, il divo Petrone fece i capricci. Felsner non era disposto a sconti e lo affrontò a brutto muso. Petrone tentò la fuga, venne convinto dalla società a tornare sui propri passi. Felsner lo mandò ancora in campo, ma, dopo una sconfitta in casa del Torino, lo mise fuori squadra. Dopo la quarantena, cedendo anche alle pressioni del tifo, lo schierò nuovamente, il 19 marzo a Firenze con la Triestina. Durante il gioco, Felsner ordinò a Petrone di scambiarsi di posizione col compagno Prendato. Il bomber lo mandò al diavolo e poco dopo, pagate duemila lire di multa, salì su un piroscafo tornando in patria, in pratica rovinandosi la carriera. Ridolfi non gradì la chiusura della vicenda e Felsner perse il posto. Le offerte tuttavia non gli mancavano: portò la Sampierdarenese in A, poi, dopo una stagione di assestamento, si trasferì al Milan, dove colse con il terzo posto il miglior piazzamento del club rossonero dalla fine della prima guerra mondiale. C’era un grande bomber anche lì, secondo tradizione: Aldo Boffi.

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Ancora un Bologna vincente, stagione 1938/39. Felsner è il primo a sinistra

La stagione successiva è quella del primo, grande ritorno a Bologna. Felsner comincia il campionato col Milan. Poi capita che la squadra rossoblù, che ha trovato nell’uruguaiano Puricelli un bomber capace di rinnovare i fasti di Schiavio, si ritrovi in autunno senza allenatore, perché il grande Arpad Weisz viene espulso dall’Italia per ragioni razziali. Il Bologna chiama allora Felsner, che lascia i rossoneri e a Bologna ricrea il magico clima passato. Vince lo scudetto, esce dalla Mitropa Cup alla soglia della finale e l’anno dopo cede nell’ultima giornata lo scudetto all’Ambrosiana. Si rifà nel 1941, quando il ciclo si chiude.

Il settimo posto in A, nel secondo campionato di guerra, segna il nuovo addio di Hermann Felsner, che torna in patria. Nel 1947 il presidente Dall’Ara lo richiama a Bologna, nelle vesti di direttore tecnico, con l’ungherese Lelovich come allenatore. Ma i tempi sono mutati, il Sistema va soppiantando il Metodo e per i vecchi danubiani la via del successo sembra preclusa. Il Bologna chiude all’ottavo posto e il fascino del gran signore austriaco è al tramonto. L’anno dopo Felsner fa l’ultima comparsa, al Livorno, per poche settimane, chiamato a sostituire Mario Magnozzi e poi sostituito a sua volta dal giocatore-allenatore Ostilio Capaccioli. Se ne torna in patria, nella sua Graz, dove vivrà a lungo, chiuso nei ricordi, fino alla morte, il 6 febbraio 1977.

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