Giovanni Trapattoni – Intervista maggio 1989

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«Sono entrato nella leggenda»

Trapattoni: «Il più bello dei miei 7 scudetti, solo Bernardini e Liedholm c’erano riusciti con due squadre diverse»

MILANO, maggio 1989 — E’ l’allenatore di tutti i record. Sei scudetti con la Juve, il settimo alla guida dell’Inter. E tanti altri primati ancora a portata di mano negli ultimi 360 minuti di un campionato schiantato da un predominio indiscutibile. Felice e gocciolante, Giovanni Trapattoni indulge a uno slancio di orgoglio. «Non sono molti gli allenatori che hanno vinto un titolo alla guida di due squadre diverse. Prima di me, credo, c’erano riusciti soltanto Bernardini e Liedholm. Mica due tipi qualunque, voglio dire». Anche per lui, da ieri, c’è posto nella leggenda del pallone.

Tre stagioni nerazzurre ormai alle spalle e un ritornello che per Trapattoni stava diventando un incubo. «Pareva che io fossi stato capace di vincere qualcosa soltanto quando ero alla Juve, dove la società mi aveva messo a disposizione i giocatori migliori. Sembrava che, lasciata Torino, fossi diventato l’ultimo degli allenatori. La faccenda mi…. rugava, lo ammetto. Adesso, finalmente, un titolo tricolore l’ho conquistato anche qui».

Lo scudetto più bello? «Difficile dirlo. Il primo non lo dimentichi più, ti affascina e ti frastorna. Poi ricordo con soddisfazione quello vinto con la Juve dei Fauna e dei Marocchino, una squadra tutta grinta e volontà. Ma importante è stato anche il sesto, l’ultimo in bianconero. Segnava il passaggio da un’epoca all’altra, i superstiti del primo titolo erano ormai pochi. Questo scudetto, invece, rappresenta il coronamento del lavoro di programmazione intrapreso tre anni fa. E’ un premio per tutti».

C’è modo e modo di vincere, ovviamente. «Certo, ciascuno ha il suo. Il Milan, il Napoli, noi dell’Inter. I sacrifici, però, sono eguali per tutti. E anche la difficoltà per scovare il miglior equilibrio fisico e mentale. Lo sappiamo bene tutti, lo so io come lo sanno Bianchi e Sacchi».

In Tv, qualche giorno fa, una confessione scherzosa: «Dalla Juve me ne sono andato perché, dopo dieci anni, non avevo più balle da raccontare ai giocatori».

E adesso, mister? «Qui ci resterò finché i ragazzi mi seguiranno. Sono soltanto alla terza stagione, dopo tutto. C’è ancora tempo».

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Una corsa vertiginosa. Ventitré vittorie su 30 partite, 52 punti conquistati su 58 a disposizione, la possibilità di frantumare un leggendario record della Juve, che di punti nel ’31 e nel ’60 ne mise insieme 55. Persino una singolare rivincita personale nei confronti di Bianchi, che sino a ieri era l’allenatore di serie A che nelle ultime quattro stagioni aveva totalizzato più punti: 166. Adesso Trapattoni lo ha scavalcato, toccando quota 167.

Ma quando il mister nerazzurro ha cominciato a credere nello scudetto? «Ci sono stati due momenti, probabilmente entrambi determinanti nella stessa misura. Il primo colpo fu dopo la sconfitta di Firenze, l’unica sinora. Il Napoli era balzato a un solo punto ma otto giorni dopo battemmo l’Ascoli, scacciando l’ombra della crisi. Ci guardammo negli occhi e ci dicemmo che non bisognava più mollare, che era necessario crederci. Guai se qualcuno non lo avesse fatto. Il secondo momento è scoccato in marzo, allorché abbiamo vinto prima a Roma e poi a Genova, mentre il Napoli qualche punto lo lasciava qua e là».

C’è un Oscar da assegnare idealmente a qualcuno? «No, non credo. La nostra è una squadra diversa dal Napoli, per esempio, che può contare su grandi individualità come Maradona e Careca. Da noi contano il collettivo e la concretezza. Uomini importanti ce ne sono, comunque. I due tedeschi, tanto per cominciare. Hanno conferito un’impronta a questa Inter, regalando tranquillità e sicurezza a tutto il gruppo. Anche Zenga è stato determinante, però. Rammento certe sue prodezze in momenti particolarmente difficili».

Trapattoni non vorrebbe dimenticare nessuno. «E’ stato importante Berti, allorché ha cominciato a inserirsi sempre meglio nel gioco. Ed è stato importante Bianchi, un tipo che sa conferire geometria alla manovra. Ecco perché l’ho mandato in campo nel secondo tempo. Ci tenevo a vincere. Non tanto per me quanto per i tifosi, che la festa tricolore non volevano rimandarla».

Una mossa azzeccata, l’ultima di una stagione felice. Complimenti, mister.