Due anni, due Coppe Libertadores, una sola ossessione. La storia di come il tecnico trasformò il Boca Juniors in una macchina spietata ed efficiente, e si prese il Sudamerica giocando un calcio che nessuno trovava bello ma che nessuno riusciva a battere.
Nel calcio sudamericano degli anni Settanta c’era una figura impossibile da ignorare, un personaggio che pareva uscito da un romanzo, e quella figura si chiamava Juan Carlos Lorenzo, per tutti semplicemente il Toto. Corpulento, i capelli sempre lucidi di brillantina, vestiti vistosi che sembravano gridare “guardatemi”, gesticolava come un direttore d’orchestra e parlava a voce alta, pronto in ogni momento a lanciare un proclama o a scatenare una polemica; eppure, dietro quella facciata da imbonitore, si nascondeva uno degli allenatori più moderni e preparati del continente.
Aveva imparato il mestiere in Europa, alla corte di Helenio Herrera — soprannominato il Mago, l’argentino che aveva fatto del catenaccio una religione vincente all’Inter — e da quel maestro aveva ereditato non solo l’ossessione per la marcatura e per l’equilibrio, ma anche un repertorio di astuzie che facevano impallidire i benpensanti. Si raccontava che facesse innaffiare o addirittura allagare il campo per appesantirlo quando affrontava avversari più tecnici, che facesse sminuzzare le zolle di terra per rovinare il lavoro delle ali rivali, che dichiarasse infortunato un giocatore alla caviglia destra quando in realtà il problema era alla sinistra, così che gli avversari colpissero quella sana; e quando i suoi attaccanti sbagliavano troppo, arrivava a incollare loro un nastro adesivo sulle dita per ricordargli di tirare in porta.

A chi gli rimproverava un gioco poco spettacolare rispondeva con frasi diventate leggenda, come quel tagliente «Se volete i giocattoli, andate dal giocattolaio», oppure con quella metafora gastronomica che spiegava tutta la sua filosofia: «A tutti piacciono gli spaghetti al sugo, ma se il sugo non c’è bisogna mangiarli in bianco. Ecco, il Boca è così».
Il suo antagonista naturale era César Luis Menotti, il commissario tecnico dell’Argentina: se Lorenzo era fuoco, colore e rumore, el Flaco era ghiaccio, eleganza studiata e parole misurate, e la stampa argentina si divideva tra i due come davanti a due religioni opposte. Che Menotti convocasse pochissimi uomini del Boca era per il Toto la miccia perfetta, perché gli permetteva di trasformare ogni vittoria in un atto d’accusa e ogni trofeo in una risposta a chi preferiva il calcio “che piace alla gente”: campioni come Gatti, Pernía e lo stesso Mastrángelo restavano fuori dall’albiceleste, e c’era chi giurava che la colpa fosse soltanto la maglia che indossavano.
Prima i risultati, poi tutto il resto
Quel Boca non era una raccolta di solisti, ma un’idea di calcio realizzata fino in fondo, e cominciava da una difesa che i tifosi recitavano a memoria come una preghiera. Tra i pali c’era Hugo Gatti, el Loco, portiere tanto spettacolare quanto teatrale, capace di uscire palla al piede e di far venire un colpo al cuore alla sua gente; davanti a lui la linea formata da Pernía, Francisco Sá — il Pancho, veterano di cinque edizioni della Coppa —, Roberto Mouzo e Alberto Tarantini costituiva un muro che nella cavalcata del 1977 rimase imbattuto per otto partite consecutive.

A centrocampo comandava il capitano Rubén Suñé, il Chapa, numero cinque all’antica, duro nel contrasto e con il dono del comando, affiancato dalla corsa instancabile del Chino Benítez e dalla regia di Mario Zanabria, mentre davanti il gol era affidato all’implacabile Ernesto Mastrángelo, alla sapienza di Carlos Veglio e alla velocità di Darío Felman.
Era una squadra che sapeva soffrire e che colpiva nel momento esatto, che poteva giocare di rimessa contro chi voleva attaccare e prendere in mano il pallino quando serviva, e soprattutto era una squadra che credeva ciecamente nelle idee del suo allenatore; non a caso, prima di lui e sotto altre gestioni, il Boca segnava a raffica in campionato e poi perdeva regolarmente le finali, mentre con il Toto accadde l’esatto contrario, perché la sua ossessione non erano gli applausi ma i punti, come ripeteva ai suoi con quel suo «plin caja» — prima la cassa, prima i risultati, e poi tutto il resto.
La notte del diluvio
Il cammino verso la Libertadores 1977 fu costruito mattone dopo mattone, eliminando il River Plate di Labruna nel superclásico continentale e poi le uruguaiane Defensor e Peñarol, fino allo scontro decisivo con il Cruzeiro di Belo Horizonte. La finale si decise in tre atti: alla Bombonera il Boca vinse 1-0 con una rete di Veglio, al Mineirão un siluro su punizione di Nelinho ribaltò la partita e impose lo spareggio, e così il 14 settembre tutto si trasferì all’Estadio Centenario di Montevideo, davanti a sessantamila anime e sotto una pioggia torrenziale che trasformò il prato in una palude.

Quella notte il Boca scese in campo con un’insolita maglia bianca, lottò centoventi minuti contro gli avversari, contro il fango e contro l’acqua, e quando lo 0-0 resistette anche ai supplementari l’arbitro venezuelano Vicente Llobregat mandò tutto ai rigori, vietando però alle panchine di entrare in campo per dare istruzioni. Fu allora che il Toto diede prova del suo genio pratico: prese carta e penna, scrisse i nomi dei rigoristi e accanto la parola «abajo», in basso, per dire loro dove calciare, poi affidò il foglietto a un raccattapalle che lo recapitò al capitano Suñé.
La sequenza fu un crescendo di tensione, con il primo tiro di Mouzo che colpì il palo ma venne fatto ripetere — e trasformato — per l’anticipo del portiere brasiliano; poi segnarono tutti, da una parte e dall’altra, fino al 4-4, finché toccò a Vanderley, e Gatti, che si era piazzato di lato come si usava allora dietro la porta, si tuffò alla sua sinistra e respinse, regalando al Boca la prima Coppa Libertadores della sua storia.
Mentre il diluvio continuava a cadere su Montevideo, gli xeneizes festeggiavano un titolo inseguito per quattordici anni, da quella finale persa nel 1963 contro il Santos di Pelé, e quella notte d’acqua e di gloria entrò per sempre nella leggenda del calcio sudamericano.
Il bis e la rivincita del pragmatismo

Il 1978 fu l’anno della consacrazione totale del calcio argentino e, mentre la nazionale di Menotti vinceva in casa il suo primo Mondiale, il Boca di Lorenzo si apprestava a scrivere un’altra pagina. La squadra si era rinnovata: partito Tarantini, era arrivato il giovane e dinamico Bordón, mentre sulla corsia mancina si era inserito l’attaccante rapido e imprevedibile Perotti, ma la filosofia restava identica, difesa di ferro e contropiede letale.
Il sorteggio riservò agli xeneizes quello che i giornali ribattezzarono subito il “girone della morte”, con il River Plate infarcito di campioni del mondo freschi di trionfo — Fillol, il carismatico Passarella, il carro armato Luque, l’imprevedibile Ortiz — e l’Atlético Mineiro; eppure Lorenzo, che conosceva a memoria i punti deboli dei rivali cittadini, costrinse ancora una volta Labruna a inchinarsi e arrivò perfino a espugnare il Monumental per 2-0, mentre contro i brasiliani fu Bordón a far esplodere la Bombonera con due perle.
In finale il Boca trovò la sorpresa del torneo, il Deportivo Cali allenato da un giovane e geniale Carlos Salvador Bilardo, ex allievo della scuola di Zubeldía agli Estudiantes, maestro di pressing, marcature a uomo e di quella viveza criolla che pareva un’eco dello stesso Lorenzo. La sfida divenne così un duello tra due pragmatismi: a Cali, nello stadio Pascual Guerrero, andò in scena uno 0-0 di studio, ma cinque giorni più tardi, di nuovo alla Bombonera, il Boca chiuse i conti con un perentorio 4-0 — doppietta di Perotti, gol di Salinas e di Mastrángelo — che non ammetteva repliche.

A fine partita fu lo stesso Bilardo, futuro campione del mondo, ad arrendersi all’evidenza, ammettendo che quel Boca «non lo batteva nessuno» e che una delle ragioni della sconfitta era stata giocare la finale «nel campo più difficile d’America». Era la rivincita personale del Toto: mentre Menotti conquistava il Mondiale con il suo calcio d’autore, lui si prendeva due Libertadores consecutive con un calcio brutto e bellissimo allo stesso tempo, perché perfettamente efficace.
L’eternità
C’è un dettaglio che chiude il cerchio di quel biennio irripetibile, ed è che tra le due Libertadores il Boca trovò anche il tempo di diventare campione del mondo. Nel 1978 gli xeneizes disputarono infatti la Coppa Intercontinentale, ereditata dal titolo del 1977, contro i tedeschi del Borussia Mönchengladbach: dopo il 2-2 della Bombonera, a Karlsruhe arrivò un travolgente 3-0 che spalancò le porte della gloria, e davanti a quel trionfo un Lorenzo euforico pronunciò la frase che meglio riassume la sua idea di calcio e di vita, «Questa non è una coppa. Questa è l’eternità».

Era la fotografia perfetta di un uomo che aveva capito prima di molti altri che vincere non è mai un caso, ma il prodotto di un’organizzazione maniacale in cui ogni giocatore sa esattamente cosa fare, ogni movimento è studiato, ogni avversario è analizzato nei minimi dettagli.
Quel biennio raccontò due modi opposti di intendere lo stesso gioco, l’arte di Menotti e il pragmatismo del Toto, entrambi vincenti, entrambi argentini, entrambi destinati a fare scuola; ma se il Mondiale consegnò el Flaco alla leggenda del calcio-spettacolo, le due coppe del Boca dimostrarono che anche la concretezza poteva diventare un’opera d’arte, e non è un caso che negli anni a venire mezzo Sudamerica avrebbe finito per copiare il metodo Lorenzo.
Non era calcio per estetisti, certo, ma era calcio che vinceva, e in fondo — avrebbe detto il Toto sorridendo sotto la sua brillantina — i giocattoli si comprano dal giocattolaio, mentre le coppe, quelle, si conquistano.