Inghilterra 1966: La Prima volta dei “Maestri”

In una competizione fortemente condizionata dagli arbitraggi, emergono forza e talento degli inventori del calcio moderno

_1966-world-cup-logoL’ottava edizione della Coppa del Mondo era stata assegnata all’Inghilterra. Tramontato ormai il tempo dello “splendido isolamento”, fatto a pezzi assieme all’orgoglio inglese da una serie di ingloriosi rovesci, il calcio moderno tornava alla propria culla, secondo una ferrea volontà di riscatto. Nulla gli inglesi trascurarono, sul piano tecnico, per fare del Mondiale in casa propria l’occasione di un ritorno ai vertici universali del pallone.

All’Italia capitò un girone abbastanza agevole, con Finlandia, Polonia e Scozia, anche se le ultime due erano particolarmente temute per via dell’atletismo emergente che già ci aveva giocato brutti scherzi per parte sovietica. La pratica fu sbrigata senza problemi. Il CT Mondino Fabbri mandava in campo una formazione mutevole, ma attingendo a un gruppo di uomini piuttosto definito, imperniato sulle tre squadre dominanti all’epoca: il Milan aveva vinto lo scudetto nell’anno del Cile, conquistando dodici mesi dopo la prima Coppa dei Campioni di un club italiano, in contemporanea con il successo tricolore agguantato dell’Inter di Herrera, che diventava la Grande Inter, vincendo per due volte consecutive Coppa dei Campioni e Coppa Intercontinentale. Mentre nel 1964, al termine di una stagione guastata dalla vicenda del doping, il Bologna di Fulvio Bernardini col suo calcio spettacolo aveva conquistato lo scudetto superando proprio i rivali nerazzurri nel primo spareggio-scudetto della storia.

I finlandesi vennero travolti 6-1 a Genova; poi, dopo un paio di buone amichevoli (vittoria sulla Danimarca a Bologna e pari ad Amburgo coi tedeschi occidentali), a Varsavia ci accontentammo di un grigio nulla di fatto. A quel punto il turbine che da tempo covava si scatenò: Gianni Rivera se la prese con l’Inter e il suo “libero” troppo statico, ideale per una squadra di catenacciari, non certo per l’Italia ariosa di Fabbri, cui molto più si addiceva il “fluidificante” Salvadore.

La polemica fu rovente: Picchi, titolare a Varsavia, ci rimise il posto, mentre la tensione tra le due scuole di pensiero (offensivisti e difensivisti) arrivava al diapason. Un paio di amichevoli, nel quadro di un programma che finalmente privilegiava la preparazione della squadra azzurra, con Galles (4-1) e Svezia (2-2), preparò il secondo match con i finlandesi, stesi a Helsinki da una doppietta di Mazzola. E il ritorno all’Olimpico con i polacchi si risolse in una passeggiata dell’attacco azzurro, pilotato dall’emergente “bisonte” romanista Barison. Unico possibile intoppo, la sconfitta di misura (0-1) a Glasgow nel novembre 1965, subito rimediata tuttavia, un mese dopo a Napoli, con un franco 3-0.

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L’Italia schierata da Fabbri il 22 giugno 1966, amichevole contro l’Argentina. In piedi da sx: Salvadore, Albertosi, Facchetti, Rosato, Burgnich, Rivera. Accosciati da sx: Leoncini, Bulgarelli, Perani, Pascutti, Mazzola.

L’Italia chiudeva il proprio girone a nove punti, con due di vantaggio sulla Scozia, tre sulla Polonia e sette sulla Finlandia. Ciò che più alimentò le speranze, tuttavia, fu il tappeto di amichevoli steso sotto l’incedere degli azzurri verso il Mondiale. Dopo un nulla di fatto a Parigi in marzo, il mese di giugno venne speso in quattro partite ad hoc, dominate fin troppo facilmente dalla Nazionale di Fabbri: 6-1 alla Bulgaria a Bologna, 1-0 all’Austria a Milano, 3-0 all’Argentina a Torino, 5-0 al Messico a Firenze. Una marcia trionfale, con gli stilisti azzurri (Rivera, Bulgarelli, Meroni) in grande evidenza e un’idea generale di grandezza ritrovata che portava anche la stampa estera a pronosticare l’Italia come “terza forza” della manifestazione, dopo inglesi e brasiliani.

Dalla lista dei 22 mancava di nuovo Mario Corso, artista mancino dell’Inter, così come vennero esclusi i suoi compagni di squadra Sarti e Picchi, portiere e libero della difesa più forte del mondo. Non c’erano neppure il talento del mediano fiorentino Bertini e soprattutto del potente Gigi Riva, attaccante trascinatore del Cagliari a suon di terrificanti gol. Entrambi questi ultimi vennero portati in “viaggio premio” al seguito della spedizione azzurra, ignorando i più in cosa consistesse il premio, oltre le fatiche del viaggio.

Fu nuovamente battuto il record di iscrizioni alla manifestazione, che andava lievitando vertiginosamente, ma il numero originario, 70, si ridusse considerevolmente per la ribellione delle nazioni africane. Erano diciassette: Algeria, Camerun, Egitto, Etiopia, Gabon, Ghana, Guinea, Liberia, Libia, Mali, Marocco, Nigeria, Senegal, Sudan, Siria, Tunisia e Sudafrica. Pretendevano un raggruppamento proprio e invece la Fifa le inserì in un girone multicontinentale, comprendente anche Asia e Oceania, ma quel che è più grave, non volevano il regime razzista del Sudafrica. Il risultato fu una defezione di massa (cui giocoforza si associò la stessa nazione sudafricana) che impoverì grandemente il numero delle rappresentative partecipanti alle qualificazioni.

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Così si presentò l’URSS ai mondiali inglesi. In piedi da sx: Voronin, Yashin, Shesterniev, Danilov, Szabo, Ponomarev; accosciati da sx: Chislenko, Banishevski, Porkujan, Malofeev, Khusianov

Dal setaccio uscirono: Bulgaria (su Belgio e Israele), Germania Ovest (su Cipro e Svezia), Francia (su Jugoslavia, Lussemburgo e Norvegia), Portogallo (su Cecoslovacchia, Romania e Turchia), Svizzera (su Albania, Irlanda del Nord e Olanda), Ungheria (su Austria e Germania Est), Urss (su Danimarca, Galles e Grecia), Italia (su Finlandia, Polonia e Scozia), Spagna (sull’Eire), Uruguay (su Perù e Venezuela), Cile (su Colombia ed Ecuador), Argentina (su Bolivia e Paraguay), Messico (su Antille Olandesi, Cuba, Giamaica, Costa Rica, Suriname, Trinidad. Honduras e Stati Uniti), Corea del Nord (sull’Australia). Il plotone delle illustri escluse comprendeva la Svezia, finalista nel 1958, la Cecoslovacchia, finalista nel 1962, e la Jugoslavia, semifinalista in Cile.

Quello che sarebbe sfilato lungo i corridoi della storia del calcio italiano come “il dramma della Corea” mosse i primi passi nel tetro ritiro di Durham, una scuola di agricoltura immersa nella campagna e informata a criteri spartani. Ma forse già prima aveva preso il via, quando, durante il viaggio dall’Italia, con sosta a Copenaghen per la ormai consueta passerella (4-0 a una selezione cittadina), qualche giocatore aveva cominciato a confidare ai cronisti il proprio disappunto per l’odor di esclusione che avvertiva nell’aria.

A Durham Edmondo Fabbri, al contrario di quanto le vittorie amichevoli in serie avrebbero potuto suggerire, giungeva logorato dalle tensioni e dalle polemiche. A metà tra difensivisti e offensivisti stava lui, tecnico sopraffino, maestro delle alchimie tattiche, ma completamente privo della diplomazia necessaria per districarsi nei meandri della politica federale e delle grandi “guerre” degli opinionisti. Una infelice battuta di Rivera contro i giornalisti in visita al ritiro («Portateli nella sala da pranzo») non fece che alimentare il clima di sospetti.

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Salvadore e Sanchez si scambiano i gagliardetti prima di Italia-Cile 2-0

Inserita nel girone di due nostre bestie nere, Cile e Urss, e della sconosciuta Corea del Nord, debuttante sulla rassegna iridata, la Nazionale azzurra vinse al debutto contro i sudamericani, giocando male ma andando in gol una volta per tempo, con Mazzola e Barison. Al termine (quale lontananza dalle acrobazie dialettiche di oggi!), il Ct cupo commentò con i toni di una disfatta: «Se giochiamo così, andiamo subito fuori». Era il segnale di un disagio preciso. Abbandonata dai dirigenti, la squadra si vide scaricata anche dal proprio tecnico. Quasi inevitabile, al secondo appuntamento, il crollo contro l’Urss. Una formazione cambiata in alcuni ruoli chiave, con l’esclusione di Rivera e un assetto più da battaglia (la storia si ripeteva…) si vide negare un clamoroso rigore su Mazzola dall’ineffabile arbitro tedesco Kreitlein, poi Facchetti si lasciò scappare Cislenko, bravo ad affondare Albertosi con un poderoso tiro.

A quel punto sarebbe bastato non perdere con i prossimi avversari coreani, secondo la leggenda definiti da Ferruccio Valcareggi, l’assistente di Fabbri inviato a spiarli contro l’Urss nel primo turno, una banda di “Ridolini” per il loro frenetico movimento (in realtà Fabbri avrebbe tempo dopo negato decisamente di avere mai inviato Valcareggi a visionare altri che il Portogallo). Ma ormai la situazione era sfuggita di mano.

Fabbri, nervosissimo, negò la formazione alla vigilia; i cronisti, che lo avevano martellato duramente dopo la sconfitta con l’Urss, decisero allora di pubblicare tutti una formazione scelta di comune accordo. Come un loro emissario tentò di trasmetterla per correttezza allo stesso Fabbri, si sentì da questi insultare, con corredo di reazione violenta e rischio di rissa. Fabbri, pensarono tutti, ha perso la testa.

Come lui stesso avrebbe confidato molti anni dopo, l’equivoco nasceva dall’aver già dovuto respingere un tentativo di un influente critico di suggerirgli la formazione: «Quel giorno, prima della conferenza stampa, mi avvicinò Rizieri Grandi del “Messaggero ” e mi porse un foglietto piegato, dicendomi: “Questo glielo manda il dottor Brera. Non lo presi neppure e risposi al volo: “Lo riporti al dottor Brera e gli dica che ci si spazzi il culo. Sì, proprio così gli dissi». Nella vicina Oxford, probabilmente, avrebbero fatto ricorso a un giro di parole un po’ più ampio, ma l’episodio resta comunque significativo di quante pressioni si appuntassero sul povero Commissario tecnico.

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Romano Fogli e Marino Perani contro la muraglia coreana

Contro la Corea, Fabbri decise di rimanere fermo nelle proprie convinzioni, ridando fiducia a Rivera e commettendo un errore fatale: confermò Bulgarelli, dolorante per un infortunio tutt’altro che smaltito. Nonostante tutto, nella prima parte Perani falli tre comode occasioni da gol che avrebbero facilmente risolto la partita. Poi, il destino fece il suo corso sul campo di Middlesbrough spazzato da un fastidioso vento pungente: Bulgarelli, picchiato duro sul ginocchio dolorante, fu costretto a uscire, lasciando i suoi in dieci (le sostituzioni ancora non erano ammesse), la corsa a perdifiato degli avversari disorientò il compassato incedere degli artisti azzurri e a un certo punto il centravanti Pak Doo Ik si liberò al limite dell’area per fulminare Albertosi con un angolato diagonale. La Nazionale azzurra usciva dai Mondiali coperta di vergogna. “Corea”, da quell’infausto pomeriggio, nel lessico del calcio italiano avrebbe significato disfatta. Disfatta senza onore e senza giustificazioni.

Il resto degli ottavi di finale portò un’altra clamorosa sorpresa. Oltre all’Italia, anche al Brasile toccò fare le valigie anzitempo. Alla guida dei campioni uscenti era tornato Vicente Feola che poteva disporre di nuovi grandi campioni come Gerson, Tostao e Jairzinho, accanto ai pluridecorati Gilmar, Djalma Santos, Bellini, Garrincha e Pelé. Proprio questi ultimi due firmarono il 2-0 sui bulgari, nel match inaugurale che doveva rivelarsi funesto. Surclassati sul piano tecnico, nel finale gli uomini dell’est si vendicarono col gioco duro: Zecev rifilò a Pelé un terribile pestone che lo costrinse a uscire.

Privi della loro “perla nera”, i brasiliani giocarono alla grande il successivo confronto con l’Ungheria, trovandosi però di fronte una squadra in serata di grazia, che finì col vincere per 3-1. Le residue speranze brasiliane erano riposte nel match con la squadra rivelazione, il Portogallo di Eusebio, che aveva travolto sia l’Ungheria che la Bulgaria. Pelé decise coraggiosamente di tornare in campo. Pessima decisione: il terzino Morais puntò brutalmente il ginocchio destro ferito di “O Rey” togliendolo di scena, sotto gli occhi dell’imperturbabile arbitro inglese McCabe. Sotto i gol di Eusebio e Simoes crollarono invece i resti del Brasile, favorendo l’Ungheria.

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Contro la Bulgaria, il Brasile vinse 2-0 ma perse per infortunio O’Rey Pelé

Negli altri gironi, tutto facile per Inghilterra e Uruguay, opposte ad avversari decisamente inferiori, e a Germania Ovest e Argentina, senza problemi a sbarazzarsi di un’opaca Spagna e di un’inesistente Svizzera. Mentre, sorpresa storica, assieme all’Urss approdava ai quarti l’esordiente Corea.

Violento e ben poco aderente ai canoni della sportività era stato il Mondiale cileno. Quello inglese non fu da meno sotto questo censurabile aspetto, al punto da far temere seriamente per il futuro della manifestazione e di questo sport. Ciò che accadde nei quarti di finale non fu che una sorta di compensazione di quanto capitato quattro anni prima. Questa volta l’Europa si vendicò e ancora una volta furono gli arbitri gli strumenti dei giochi di potere dietro le quinte. L’inglese McCabe aveva contribuito alla prematura uscita di scena del Brasile, il più temuto rivale sulla strada dell’Inghilterra, la cui “predestinazione” allo storico successo era sentitissima sull’isola.

Tutto era stato preparato a puntino per il traguardo finale. La Federcalcio inglese aveva liquidato il leggendario Winterbottom, rimasto in sella per quasi un ventennio nonostante i pur memorabili rovesci. Al suo posto aveva collocato un ex difensore della Nazionale, Alfred Ramsey, il cui esordio dialettico era stato laconico quanto incisivo: «Vinceremo la prossima Coppa del Mondo». Punto e basta. Bruciato al primo colpo (sconfitta con la Francia per 2-5 agli Europei), Ramsey aveva adottato il pugno di ferro con la squadra e radicalmente mutato non solo i criteri di preparazione, ma anche e soprattutto le chiavi tattiche del gioco. Addio, fedele adesione al vecchio Sistema. Aveva impostato una difesa ancorata a un libero, due terzini marcatori e uno stopper per coprirsi adeguatamente le spalle e i risultati erano stati evidenti. Nel girone degli ottavi, gli inglesi non avevano subito un solo gol.

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Una fase del match-farsa tra Inghilterra e Argentina

Non è dato però sapere cosa sarebbe loro accaduto al primo impatto con l’eliminazione diretta, se l’arbitro non li avesse amorevolmente soccorsi al cospetto della temibile Argentina. Potenza del caso: le due superstiti europee favorite, Inghilterra e Germania, si erano ritrovate accoppiate alle due sudamericane qualificatesi, Argentina e Uruguay, e ad arbitrare i due confronti furono rispettivamente un fischietto tedesco e uno inglese.

Insomma, l’Argentina di Juan Carlos Lorenzo, tecnico di esperienza italiana e dunque attento alle esigenze tattiche, era una squadra coriacea, tanto tecnicamente valida quanto difficilmente superabile nei suoi meccanismi difensivi. E non le mancavano i campioni veri, da Marzolini a Rattin, i due leader, fino al cannoniere Artime. Bene, come gli inglesi presero a sbattere la testa contro il muro sudamericano e a subire i primi affondo in contropiede, l’arbitro Kreitlein, già distintosi contro l’Italia per il rigore negato a Mazzola contro i sovietici, espulse incredibilmente Rattin, il capitano, che in questa veste gli aveva chiesto spiegazioni sull’ammonizione a un compagno. Era il segnale: Hurst nel finale realizzò in fuorigioco e il direttore di gara convalidò il gol e a quel punto gli avversari si avventarono inferociti, trasformando il finale in una bolgia. Ramsey ebbe la delicatezza, nel dopo-partita, di affibbiare loro un classico appellativo del repertorio britannico («Animals») generosamente poi amplificato dalla stampa amica.

Ugualmente falsato l’altro incontro-clou. L’Uruguay era solido, poco spettacolare ma terribilmente efficace. Per i tedeschi la situazione sembrò compromessa dopo pochi minuti, quando, a portiere battuto, il terzino milanista Schnellinger volò sulla linea bianca a sventare di mano un gol, a portiere battuto. L’arbitro inglese Finney, però, fece finta di niente. Poi, dopo pochi minuti, quando Haller realizzò il gol del vantaggio tedesco, cacciò in un colpo solo dal campo per proteste il mediano Troche e il centravanti Silva, lasciando gli “orientales” in nove, praticamente in balia degli avversari, cui non fu difficile infliggere altre tre segnature. Due squadre predestinate passavano il turno.

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URSS-Ungheria: Gelei si lascia sfuggire il pallone e Cislenko realizza

Avvincente e un po’ dubbia anche la terza partita, quella tra il Portogallo-rivelazione e i coreani. Gli asiatici “Ridolini”, galvanizzati dal successo sull’Italia, partirono a razzo, realizzando ben tre gol nella prima mezz’ora. Quattro gol consecutivi di Eusebio, col conforto di due rigori generosi, ne placarono la sete di conquista, su cui pose il sigillo definitivo l’interno José Augusto.

Nella quarta partita, l’Ungheria visse l’ennesima giornata deludente in chiave mondiale. La formazione era forte, attorno al fuoriclasse Albert c’erano giocatori importanti come il nuovo astro Ferenc Bene, ma contro l’Urss il punto debole, il portiere Gelei, regalò due gol a Cislenko e Porkujan, mentre dall’altra parte Yashin diede conferma delle sue qualità parando anche l’impossibile e arrendendosi solo a un gol di Bene.

Il Portogallo dei miracoli, quattro vittorie in quattro partite, toccò agli uomini di casa. Un impegno difficile, cui Ramsey dedicò il meglio della propria sagacia tattica, studiando una gabbia difensiva adatta a imbrigliare la fantasia dei migliori uomini avversari. Chi meglio del “mastino” Nobby Stiles. abituato ad azzannare caviglie e quant’altro dei più fantasiosi attaccanti avversari, poteva fare al caso della flessuosa pantera nera Eusebio, capocannoniere della manifestazione? E per il centravanti di manovra Torres, lungo e abilissimo nel gioco aereo, era pronto Jackie Charlton, centromediano fratello del centravanti Bobby. molto meno dotato tecnicamente, ma fisicamente fortissimo.

Ci volle di più, però, per fermare gli uomini di Otto Gloria e superarli: una prestazione da aspiranti campioni del mondo quale gli inglesi ancora non avevano espresso. Il meccanismo del gioco, essenziale ma non privo di valori tecnici elevati, si mosse in maniera impeccabile, con una manovra d’attacco che soffocò il Portogallo, colpendolo in quel settore – la difesa – che il coraggioso arrembaggio dei coreani aveva smascherato come autentico punto debole. Bobby Charlton trasse dalle sue riserve di classe cristallina due ottimi gol e ad Eusebio non bastò la consolazione di firmare su rigore il gol della capitolazione.

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Eusebio e Stiles nella semifinale tra Portogallo e Inghilterra

Nell’altra semifinale anche la Germania ebbe modo di riscattare certe ombre dei primi turni, lucidando la classe genuina dei propri talenti. C’era il bolognese Helmut Haller, un “brasiliano” con passaporto tedesco, c’era il sinistro pennellato di Overath, c’era la musicale classe del mediano Beckenbauer a costruire un reparto di mezzo di caratura davvero mondiale. E poi, Uwe Seeler rappresentava una costante minaccia e in difesa c’era chi sapeva metterla sul pesante senza fare una piega. Per esempio, il grande Karl Heinz Schnellinger, che, da rinomato panzer, si trasformò improvvisamente in ruspa, nel finale del primo tempo, per divellere la palla dai piedi di Cislenko con un tackle da codice penale (militare di guerra), offrendola a Haller per il gol del vantaggio. Cislenko sfogò rabbia e spavento su un avversario e Lo Bello, arbitro dell’infuocata sfida, lo cacciò dal campo. Insomma, i tedeschi avevano l’arte, ma conoscevano anche quella di percorrere i sentieri duri del gioco senza arretrare di un millimetro. Nel secondo tempo Sabo venne azzoppato, Beckenbauer incastonò nella porta di Yashin una gemma di gol e per i sovietici non bastò nel finale il gol di Porkujan.

Non fu la solita formalità, la finale per il terzo posto tra Portogallo e Urss, se non altro per i 65mila che affollarono Wembley per assistere al duello tra il gatto magico Yascin e la pantera nera Eusebio. Vantaggio portoghese su rigore di quest’ultimo, reso inoffensivo dalla marcatura di Voronin, che tuttavia risultò il decisivo uomo in meno nei contrattacchi sovietici. Dopo il pareggio di Banichevski con un gran tiro da lontano, quasi allo scadere un colpo di testa di Torres decise la partita. Premio meritato per il Portogallo, rivelazione della manifestazione.

Ai posteri è andata soprattutto una domanda: era gol oppure no il pallone calciato da Hurst all’undicesimo del primo tempo supplementare, rimbalzato in campo dopo aver incocciato violentemente la traversa? No, non lo era. Le immagini televisive, vivisezionate alla moviola (al tempo ancora non inventata), hanno confermato che la sfera rimbalzò nettamente al di qua della fatidica linea bianca. Come d’altronde quasi sempre accade in questi casi, ma per gli inglesi era fatale godere di un minimo di favore arbitrale, dopo aver già attinto alla riserva del cosiddetto “ambiente” nei turni precedenti. E i tedeschi, sospinti in finale anche da qualche occhio sapientemente strizzato al momento giusto dai direttori di gara, non potevano certo lamentarsi più di tanto. Sgombrato il campo dall’episodio chiave, restano i lampi di una buona partita, ricca di gol e di emozioni.

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Bobby Charlton e Franz Beckenbauer, i due protagonisti della finale

Pronti via e Haller dopo pochi minuti si ritrova tra i piedi un pallone “bucato” da Wilson su cross di Overath: tiro e gol. Il pari nasce da una lunga punizione pennellata dalla classe di Moore per la testa della “torre” Hurst, perfetto nell’esecuzione a bruciare Tilkowski. A quel punto, entrambe le squadre si barcamenano tra la voglia di puntare al gol e l’idea di attendere un passo falso avversario per colpire. Poi, a poco più di dieci minuti dalla fine, ecco la svolta: Hunt arpiona un pallone vagante nell’area tedesca e infila Tilkovski. La partita si rianima come un fuoco alimentato dal vento; l’assalto tedesco si concretizza all’ultimo soffio, sugli sviluppi di una punizione battuta da Emmerich per fallo di Jack Charlton su Haller. Weber è bravo a sbucare in area approfittando dei “lisci” in sequenza di Schnellinger e Seeler. Wembley ammutolisce, tutto da rifare.

Si riparte dai supplementari e qui conta solo quello: la fuga di Ball sulla destra, la palla per Hurst, che dallo spigolo destro dell’area fa partire la cannonata di destro che impatta la traversa e rimbalza sull’erba. L’arbitro svizzero Dienst resta immobile, come il guardalinee sovietico Bakhramov, ma l’esultanza degli inglesi lo induce a consultare il collaboratore. I due parlottano e alla fine Dienst corre verso il centro del campo: è gol, Wembley esulta. Inutili le proteste dei tedeschi; annichiliti, non oppongono più resistenza, facendosi infilare, questa volta senza dubbi, ancora da Hurst nove minuti dopo. La regina Elisabetta è già pronta con il trofeo in mano. Il destino si è compiuto: il calcio è tornato nella propria culla per omaggiare i maestri.

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La Regina Elisabetta stringe la mano a Bobby Moore. Sullo sfondo, il Presidente della FIFA Stanley Rous e il suo successore Joao Havelange.