Ivanoe Fraizzoli – Intervista febbraio 1980

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L’Ivanos dell’Ambrosiana ha pronta la pillola che lo trasforma in sfinge

Primo agosto 1931. Anno nono dell’era fascista. La tessera numero 447 dell’Ambrosiana Inter, viene assegnata al signor Fraizzoli Ivanos. Già, con la esse finale. Un errore del segretario: giustificabile, dato che di ragazzi quindicenni che tiravano calci al pallone come seconda professione, allora era zeppa Milano. Ivanos invece di Ivanoe. Ma il cognome era giusto: Fraizzoli. Era il figlio del sciur Leonardo, quello delle confezioni.

Segretario distratto, se sei ancora vivo, prega che il presidente dell’Inter, Ivanoe Fraizzoli, ti perdoni. Preghiera accolta? «Ci mancherebbe altro, poveruomo: magari fosse vivo, lo abbraccerei». Parole un po’ roche e commosse del dottor Fraizzoli, laureato in economia nel 1942, con una tesi sul sindacalismo americano, presidente di due società, una tessile e l’altra di confezioni: ma soprattutto da dodici anni presidente dell’Inter.

Tra poche ore c’è il derby. Mi riceve nel suo studio, a cento metri dall’università Cattolica, dove diventò dottore. Alle sue spalle due ritratti dai colori tenui, nebbiosi: due paciosi signori di mezza età. «Sono gli uomini delle donne della mia vita», sorride Fraizzoli, «quello a sinistra è Luigi Prada, il padre di mia moglie Renata, e l’altro è mio padre Leonardo, il marito di mia madre Giuseppina». E sulla scrivania, più piccole. ma più vicine a lui, le fotografie delle sue due donne.

Non ha figli Fraizzoli, e il suo mondo è tutto qui. Un poker di sorrisi dolci. «Tre si sono già spenti». dice, «ma il quarto, quello di mia moglie Renata, illumina ogni ora della mia esistenza». Poi il ritratto di Paolo VI, una Madonnina con la bandiera tricolore, e una fotografia dei magnifici undici nerazzurri 1980.

— E questi chi sono? I suoi figli adottivi?
«Questi come quelli che ho tirato su in dodici anni di presidenza. Li prendo che sono ragazzi, poi loro segnano gol e mettono su famiglia e casa. Un gol, un mattone. Un gol, una moglie».

— E Mazzola chi è, il loro precettore?
«No, è un figlio più affezionato degli altri, che è rimasto nella famiglia nerazzurra».

— Pensa di meritarselo questo scudetto 1980?
«Dico sempre ai miei ragazzi: lo scudetto è come un carciofo. Va sfogliato domenica dopo domenica, cercando di evitare le spine. Ora dobbiamo evitare la spina Milan. Poi si vedrà. Il cuore del carciofo è lontano».

— Nel 1968 i giovani hanno fatto la rivoluzione. Diventando presidente proprio quell’anno, la rivoluzione l’ha fatta anche il cinquantaduenne dottor Ivanoe…
«Certo. Fino al 1968, sentivo che stavo invecchiando tra le stoffe. Poi, da presidente, a contatto con 1 giocatori, ho cominciato a ringiovanire. Il ’68 ha ridato sprint anche a me».

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Una torta per Renata

— La torta dello scudetto. Sarà più grande la sua fetta o quella di Renata Fraizzoli?
«Tutta la torta andrà a mia moglie. E’ per lei, tifosa scatenata, che ho tenuto duro dall’ultimo scudetto del 1971 ad oggi. E poi io soffro di fegato. Niente torta».

— Prende tranquillanti prima delle partite importanti come il derby?
«Una pillola. Grazie a quella, in dodici anni di presidenza, non sono stato mai ammonito. In tribuna sono una sfinge. Non sbraito come certi miei illustri colleghi…».

— A proposito, il duo Moratti-Herrera somiglia al duo Fraizzoli-Bersellini?
«No. Io sono un misto di presidenti nerazzurri. Di Pozzani, Masseroni, e anche di Moratti. Da tutti e tre ho rubato il trucco di nascondere la passione dietro le aride cifre della società. Bersellini, poi, è l’opposto di Helenio. Niente pubbliche relazioni, lui bada al sodo. E i ragazzi lo seguono come cuccioli. In ritiro lui ci porta titolari, riserve e acciaccati. E tutti zitti».

— E’ superstizioso?
«A quello ci pensa mia moglie. Nel 1971, quando una domenica di novembre cominciammo la famosa rincorsa, lei si mise addosso un vestito di lana rossa. Bene, fino a maggio, con un caldo terribile, lei la domenica venne allo stadio con quel vestito di lana».

— E adesso dov’è quel vestito miracoloso?
«In un armadio. Credo che una carezza, prima del derby. Renata gliela darà».

— I suoi undici ragazzi. Tutti sullo stesso piano?
«Mio padre diceva che i figli sono come le dita di una mano. Apparentemente indipendenti, e in realtà tutti necessari. Capito?».

— Passato insieme a presente. Qual è l’Inter dei suoi sogni?
«Dunque… Ceresoli, Allemandi, Burgnich. In mediana: Pitto, Bini e Onesti. Davanti: Frione, Mazzola. Meazza, Suarez e Jair. Mica male. no?».

— Perdona i tifosi che in questi anni l’hanno insultata?
«Sono cattolico e sono stato tifoso. Li capisco dal punto di vista sportivo e umano. Nel 1980 io provo ancora a porgere l’altra guancia».

— Se vince lo scudetto produrrà materiale tessile soltanto di colore nerazzurro per tutto l’anno prossimo?
«Tra i miei operai ci sono bianconeri juventini, rossoneri milanisti e tanti di altri colori. Un giorno lascerò l’Inter, d’accordo, ma non potrò mai lasciare il mio lavoro per un’eccesso di tifo sportivo».

— L’addio all’Inter, sarà il giorno più brutto della sua vita?
«Ho perso papà che avevo vent’anni. All’improvviso, mentre mangiava una fetta di panettone. Niente e nessuno potrà mai farmi soffrire cosi».

Se li merita davvero: auguri presidente Ivanos. Pardon, Ivanoe. E buona pillola per un derby senza spine. Il cuore del carciofo è vicino.