Il 22 ottobre 1978, nella Torino degli anni di piombo, il Perugia di Castagner espugnò il Comunale, aprendo la strada al campionato dei miracoli.
Per capire cosa significasse andare allo stadio a Torino il 22 ottobre 1978 bisogna ricordare quale città fosse Torino in quell’autunno. La capitale della FIAT era, in quei mesi, una delle piazze più calde degli anni di piombo: la colonna torinese delle Brigate Rosse, la “Mara Cagol”, viveva il suo periodo di massima attività e colpiva sistematicamente dirigenti industriali e quadri di fabbrica. La sera del 28 settembre — ventiquattro giorni prima della partita — Piero Coggiola, capo reparto verniciatura alla Lancia di Chivasso, 46 anni, era stato avvicinato sotto casa mentre saliva sul pulmino aziendale: un ragazzo lo aveva raggiunto con dodici colpi di Beretta 7,65. Le BR rivendicarono l’attentato poco dopo.
In quelle settimane i giornali di Torino elencavano i “gambizzati” del reparto dedicato al dodicesimo piano del CTO e ripercorrevano i nomi dei quadri FIAT e Lancia finiti sotto tiro nei mesi precedenti. Il quotidiano La Stampa era ancora il giornale del vicedirettore ucciso pochi mesi prima, Carlo Casalegno. In questa atmosfera sospesa fra fabbrica, scorte e cronaca nera, il calcio era uno dei pochi rituali domenicali capaci di tenere insieme la città. E quella domenica il calcio, al Comunale, decise di non fare sconti ai potenti.
Due squadre, due momenti diversi

Quarta giornata di Serie A 1978-79. Sulla carta, una delle tante sfide fra il colosso del calcio italiano e una provinciale umbra. Sul campo, una delle partite che ridefiniranno la stagione: Juventus–Perugia 1-2, reti di Speggiorin al 16′, Cuccureddu al 65′ e Vannini al 76′. Arbitrò l’incontro il signor Barbaresco.
Per il Comunale fu un pomeriggio storico due volte: era dal 1970 che la Juventus non perdeva in casa una gara di campionato che non fosse un derby. Per il Perugia fu la prima vittoria assoluta in casa dei bianconeri, un risultato che legittimò d’improvviso tutte le ambizioni d’alta classifica della squadra di Ilario Castagner.
La Juventus di Giovanni Trapattoni arrivava al Comunale con le gambe appesantite dall’estate argentina. Il commissario tecnico Enzo Bearzot aveva costruito la Nazionale del Mondiale 1978 sul blocco bianconero — Zoff, Scirea, Gentile, Cabrini, Cuccureddu, Benetti, Tardelli, Causio e Bettega — e quel surplus di fatiche si sarebbe riverberato per tutta l’annata. La difesa dello scudetto non sarebbe mai davvero partita: a fine torneo, i campioni uscenti avrebbero chiuso terzi, alle spalle del Milan di Liedholm e del Perugia imbattuto.
Il Perugia, invece, era la rivelazione promessa. Castagner, al quinto anno di Umbria, aveva studiato gli allenamenti dell’Ajax di Kovács e aveva plasmato una squadra totale, senza stelle ma con un meccanismo oliato alla perfezione. Franco D’Attoma in presidenza, Silvano Ramaccioni (futuro team manager del Milan berlusconiano) al fianco dell’allenatore, e un undici a memoria: Malizia; Nappi, Ceccarini; Frosio, Della Martira, Dal Fiume; Bagni, Butti, Casarsa, Vannini, Speggiorin. A Torino quel giorno Redeghieri prese il posto di Nappi, ma la sostanza non cambiò: pressing alto, recuperi aggressivi, uscita palla a terra, Casarsa arretrato alla Hidegkuti e i due inserimenti di Bagni e Speggiorin sulle fasce.
Esame di laurea: così Castagner aveva definito in settimana la trasferta di Torino, e il giorno dopo Bruno Perucca su La Stampa raccolse la metafora. La Juventus professoressa disincantata, il Perugia allievo irriverente. Solo che l’allievo, a fine pomeriggio, si laureò davvero.
Il gol di Speggiorin: un bolide, e Zoff fuori dai pali

Il Perugia partì forte, imponendo subito un ritmo non gradito a un centrocampo bianconero lento in Furino, Benetti e Tardelli. Redeghieri sulla destra aveva il compito di addormentare Gentile, miglior ala mascherata della Juve, e Castagner non ebbe pudori nel dedicargli un marcatore fisso. Il primo squillo fu degli umbri: contropiede Bagni–Butti–Casarsa, diagonale e Zoff miracoloso in deviazione di piede.
Al 16′ la partita cambiò volto. Butti pescò Speggiorin lateralmente; l’attaccante, arrivato in estate dalla Fiorentina dopo stagioni da eterno incompiuto, finse un primo tiro saltando Furino, e poi lasciò partire un bolide che si infilò sotto la traversa. Zoff — sorpreso tre metri fuori dalla linea di porta — si inarcò disperatamente all’indietro, sfiorando la palla ma non riuscendo a evitare la rete. Era il segnale che tutto lo stadio cercava di non vedere: il Perugia non era lì per fare presenza.
Al 23′ arrivò un episodio che avrebbe potuto cambiare la partita: scontro fra Butti e Causio, ginocchio destro fuori uso per il perugino, dentro Zecchini. Un difensore al posto di un centrocampista d’inserimento: la tattica di Castagner, per una lunga fase, diventò puro contenimento.
L’assedio bianconero e il pari di Cuccureddu

La Juventus si gettò in avanti a testa bassa. Bettega sfiorò il montante al 27′, Virdis fu respinto da Malizia al 36′ e poi al 51′ colpì addirittura la traversa. Scirea stampò una martellata di testa in mischia al 45′, ancora parata: Malizia quel giorno fece la partita della vita. Il gioco dei bianconeri, però, era prevedibile: cross alto, spallata, testa di Bettega o di Virdis. “Un solo schema d’attacco”, annotò Perucca de La Stampa, condotto “con furia cieca” e senza pause.
Al 14′ del secondo tempo entrò Fanna per un opaco Tardelli, ma il marasma non diminuì. Il pareggio arrivò comunque al 65′. Gentile cambiò gioco sulla sinistra, attirò i difensori perugini, e sul lato opposto Cuccureddu — che aveva già tentato più volte la conclusione — si inserì al volo. Cross lungo, impatto pulito, palla dentro: 1-1. E ancora trenta minuti per vincere.
La stoccata di Vannini

Proprio sull’1-1 la Juventus mostrò tutti i suoi difetti del momento. L’ansia di vincere si trasformò in nervosismo generale, in scorrettezze gratuite, in una lucidità scomparsa. Sul taccuino dell’arbitro Barbaresco finirono Della Martira, Redeghieri, Casarsa e infine Benetti. Il Perugia, anziché rintanarsi, allungò in contropiede.
Al 76′, punizione dal limite. Una punizione discussa, perché l’avanzante Redeghieri aveva già perso la palla prima del contatto con Scirea. Ma Barbaresco fischiò. Casarsa si avvicinò alla palla come per calciare: Furino saltò in avanti verso il tiratore per confondere la barriera. Ma Casarsa non tirò. Scodellò invece un pallone morbido sulla sinistra, dove Vannini — la mezzala detta il Condor — lasciò scendere la sfera e la colpì al volo di collo esterno. Traiettoria trasversale, tesa, letale: Zoff in tuffo la sfiorò soltanto. 1-2.
Al fischio finale tutti i giocatori del Perugia si gettarono addosso a Castagner.
Volti, ombre e leggende

Ogni grande partita ha i suoi aneddoti laterali, e quella del 22 ottobre ne ha almeno tre che meritano di essere ricordati.
Il primo riguarda Gianfranco Casarsa, l’uomo dell’assist decisivo. A Firenze era stato etichettato come un bluff, un oggetto misterioso salutato con i fischi. A Perugia, in poche settimane, era già ai vertici della classifica del Guerin d’Oro. In un’intervista del novembre 1978 confessava: «A Perugia si vive tranquilli, si può giocare in pace». Centravanti di manovra alla Hidegkuti, fu anche il rigorista senza rincorsa — una rarità, per l’epoca.
Il secondo riguarda Franco Vannini, il Condor. Castagner lo raccontava così: «Era tra gli uomini chiave. Fungeva da pilone, di testa le pigliava tutte. La Juve, su corner e calci piazzati, scomodava Bettega per contrastarlo». Quattro mesi dopo Torino, il 4 febbraio 1979, un fallo a gioco fermo di Adriano Fedele in Perugia–Inter gli avrebbe spezzato tibia e perone, chiudendogli la carriera a poco più di trent’anni.
Il terzo è un dettaglio di cornice, ma racconta la stagione meglio di tante analisi tattiche: proprio nel 1978, davanti al bar Turreno nel centro di Perugia, nacque l’Armata Rossa, il primo vero gruppo ultras biancorosso, simbolo a stella rossa, apertamente schierato a sinistra.
Che cosa raccontava davvero quella classifica

Dopo quattro giornate la classifica recitava: Milan e Perugia in testa a 7 punti, Fiorentina, Inter, Napoli e Torino a 5, Juventus ferma a 4. Due punti a vittoria, all’epoca. I campioni d’Italia uscenti si stavano staccando dal vertice già in partenza. Ma l’altro dettaglio era ancora più importante: il Perugia ci stava davvero.
La storia di quella stagione la conosciamo. Il Perugia avrebbe chiuso il girone d’andata a braccetto con il Milan di Liedholm, avrebbe mantenuto l’imbattibilità fino all’ultima giornata — primo caso nella storia della Serie A a girone unico — e avrebbe chiuso secondo con 11 vittorie, 19 pareggi e 0 sconfitte, a soli 3 punti dallo scudetto rossonero. Poi sarebbero arrivati gli infortuni di Vannini e Frosio, e lo scudetto sarebbe rimasto un miraggio a pochi passi dal traguardo.
Un calcio che non c’è più
Colpisce la certezza che quel Perugia non fu un miracolo: fu un progetto, dal 1974 al 1979, passando per la promozione in A del 1975 e per la tragica morte di Renato Curi il 30 ottobre 1977 — proprio in un Perugia–Juventus giocato sotto la pioggia al Pian di Massiano, lo stadio che sarebbe stato presto intitolato alla sua memoria.
Il 22 ottobre 1978, fuori dal Comunale, Torino era ancora la città della FIAT, delle scorte, dei funerali per i dirigenti ammazzati davanti ai cancelli delle fabbriche. Dentro lo stadio, per novanta minuti, il Paese ebbe il permesso di guardare un ragazzino di provincia prendere a schiaffi un campione d’Italia. Un pomeriggio piccolo. Ma in mezzo a quell’autunno, un pomeriggio grande davvero.