Nel 1977 il Baronetto lascia il Liverpool per l’Amburgo: dopo un inizio durissimo vince il campionato e due Palloni d’Oro, sfiora la Coppa dei Campioni e inventa il calciatore-imprenditore moderno.
L’ultima partita di Kevin Keegan con il Liverpool fu la finale di Coppa dei Campioni di Roma, il 25 maggio 1977. Novanta minuti passati a tormentare Berti Vogts, il terzino del Borussia Mönchengladbach incaricato di marcarlo, fino a procurarsi il rigore che chiuse la partita. Poi la coppa, i festeggiamenti, e le valigie. La destinazione era nota da settimane e aveva lasciato perplessa mezza Inghilterra: non il Real Madrid, non una big italiana, ma l’Hamburger SV, un club che fuori dalla Germania conoscevano in pochi.
Keegan aveva ventisei anni, tre campionati inglesi vinti e lo status di giocatore più popolare del paese. Aveva anche, da tempo, un’idea precisa di dove volesse andare. Ad Amburgo, città portuale con un passato mercantile e una vita notturna che sedici anni prima aveva fatto da scuola ai Beatles, vedeva la possibilità di misurarsi con un calcio diverso e di guadagnare cifre che in Inghilterra nessuno gli avrebbe mai offerto. I giornali inglesi parlarono di tradimento, di avidità, di un capriccio destinato a finire male. Lui rispose nel modo che gli era più congeniale, cioè firmando e partendo. Chi lo conosceva bene sapeva che dietro la faccia da bravo ragazzo dello Yorkshire c’era uno degli uomini più testardi del calcio britannico.
Il prezzo di un volto

Il trasferimento costò all’HSV circa 500.000 sterline, la cifra fissata da una clausola che Keegan stesso aveva preteso nel suo ultimo contratto con il Liverpool. Già questo dettaglio dice molto del personaggio. Nel 1977 i calciatori non negoziavano clausole di uscita, non ragionavano sul proprio valore di mercato e di rado avevano voce in capitolo sul proprio futuro. Keegan trattava con i club da pari a pari, e ad Amburgo trovò un interlocutore disposto ad assecondarlo.
Peter Krohn, direttore generale dell’HSV, era un dirigente atipico, più uomo di marketing che di calcio, e con lo sponsor Hitachi alle spalle aveva i mezzi per pensare in grande. Offrì a Keegan circa 250.000 sterline l’anno e, soprattutto, un accordo che la stampa tedesca battezzò “face deal”, con cui il giocatore manteneva il controllo dei propri diritti d’immagine. Nel giro di pochi mesi la faccia di Keegan comparve sulle pubblicità degli scarpini Patrick, nelle campagne per la sicurezza stradale, perfino su un quarantacinque giri inciso per il mercato tedesco. A Krohn interessava vendere l’HSV come prodotto moderno, a Keegan interessava costruirsi un patrimonio e una carriera che non dipendessero dai capricci di un presidente. Con il senno di poi, quei due stavano inventando una parte consistente del calcio contemporaneo.
Un’accoglienza gelida

Il problema è che il calcio si gioca in undici, e gli altri dieci non lo avevano chiesto. I compagni di squadra avevano appena vinto una Coppa delle Coppe e si ritrovavano in spogliatoio un inglese che non parlava una parola di tedesco e guadagnava più di tutti loro messi insieme. L’accoglienza fu gelida. In campo il pallone gli arrivava poco e malvolentieri, fuori dal campo nessuno lo invitava a cena. Keegan viveva con la moglie Jean in un albergo alla periferia della città, e più tardi avrebbe raccontato quei mesi come i più duri della sua carriera. Anche il campo, che era sempre stato il suo rifugio, era diventato un posto complicato. Il calcio tedesco dell’epoca concedeva ai difensori una libertà di intervento che in Inghilterra sarebbe costata espulsioni in serie, e ogni sabato il nuovo acquisto milionario veniva accolto da marcature al limite del regolamento. In un’amichevole invernale, esasperato dall’ennesimo trattamento speciale, Keegan reagì con un pugno e si prese otto settimane di squalifica, che passò ad allenarsi da solo e a domandarsi in quale pasticcio si fosse cacciato.
Il contesto sportivo non aiutava. Al posto del popolare Kuno Klötzer era arrivato in panchina Rudi Gutendorf, un allenatore che con la sua nuova stella non trovò mai un terreno comune, e la squadra vivacchiava a metà classifica. A dicembre arrivò anche l’umiliazione più bruciante. Nella Supercoppa europea l’HSV incontrò proprio il Liverpool, che nel frattempo lo aveva sostituito con Kenny Dalglish: 1-1 ad Amburgo, 6-0 ad Anfield, con il pubblico inglese a godersi lo spettacolo del figliol prodigo punito. Sarebbe stato facile arrendersi e tornare a casa. Keegan invece prese lezioni di tedesco, comprò una casa fuori città e continuò ad allenarsi con un puntiglio che, alla lunga, i compagni cominciarono a rispettare più di qualunque discorso.
Netzer sceglie Zebec

La svolta arrivò dalla dirigenza. Nell’estate del 1978 la gestione sportiva passò a Günter Netzer, che da giocatore era stato il fantasista più elegante della Germania e da dirigente si rivelò lucidissimo. La sua prima decisione fu anche la più rischiosa: affidare la panchina a Branko Zebec, tecnico jugoslavo di enorme spessore tattico e di altrettanto note fragilità personali, a partire dal rapporto con l’alcol che anni dopo ne avrebbe segnato il declino. Netzer scommise che il rigore metodologico di Zebec valesse il rischio, e vinse la scommessa.
Zebec introdusse carichi di lavoro pesantissimi e una disciplina tattica che in Bundesliga pochi praticavano, ma soprattutto capì come usare Keegan. Gli mise accanto Horst Hrubesch, un centravanti di 188 centimetri arrivato dall’Essen, così dominante nel gioco aereo che in Germania lo chiamavano “das Kopfball-Ungeheuer”, il mostro di testa. A centrocampo cresceva Felix Magath, ventiquattrenne di talento raffinato che dava ordine e verticalità alla manovra. Keegan si ritrovò finalmente dentro una struttura pensata per esaltarlo: Hrubesch occupava i centrali avversari, Magath lo serviva tra le linee, e lui poteva muoversi ovunque, che era da sempre la cosa che gli riusciva meglio.
Il campionato del Mächtig Maus

La stagione 1978/79 partì con un 3-0 al Borussia Mönchengladbach e proseguì come una lunga dimostrazione di forza. L’HSV giocava un calcio intenso e diretto, fisicamente superiore a quello di quasi tutte le avversarie, e Keegan ne era il motore. In Inghilterra lo avevano soprannominato “Mighty Mouse” per via del cartone animato; i tifosi del Volksparkstadion tradussero volentieri, e il “Mächtig Maus” divenne l’idolo assoluto della curva. Segnò a raffica nel finale di stagione, undici gol nelle ultime dodici giornate, trascinando la squadra a un titolo che ad Amburgo mancava dal 1960.
C’era però qualcosa che i numeri non registravano. Keegan aveva imparato il tedesco abbastanza bene da tenere discorsi in spogliatoio, aveva conquistato i compagni che un anno prima lo ignoravano ed era diventato il volto di un intero movimento. France Football gli aveva assegnato il Pallone d’Oro nel dicembre 1978, primo giocatore di un club tedesco dai tempi di Beckenbauer, e glielo avrebbe confermato dodici mesi dopo. Nessun inglese aveva mai vinto il premio due volte, e nessuno lo aveva vinto giocando all’estero. Il ragazzo partito da Doncaster per fare il garzone alla Scunthorpe era diventato, secondo i giornalisti di mezzo continente, il miglior giocatore d’Europa.
La Coppa sfumata

Restava la Coppa dei Campioni, e la campagna europea del 1979/80 regalò all’HSV la sua notte più celebre. In semifinale il sorteggio propose il Real Madrid di Vicente del Bosque e Laurie Cunningham, che al Bernabéu si impose 2-0 e considerò chiusa la pratica. Al ritorno, il Volksparkstadion vide una delle partite più violente ed esaltanti di quegli anni: 5-1 per i tedeschi, con Keegan a dirigere l’assedio e il pubblico a spingere la squadra oltre ogni logica. A fine partita perfino la stampa spagnola riconobbe di aver assistito a qualcosa di raro.
La finale si giocò al Bernabéu, contro il Nottingham Forest di Brian Clough, campione in carica. Sulla carta l’HSV era favorito, ma Clough preparò la partita da par suo, chiudendo ogni spazio e affidandosi alle ripartenze. Bastò un sinistro di John Robertson al ventesimo minuto. Per un’ora abbondante i tedeschi assediarono l’area inglese e per un’ora abbondante Peter Shilton respinse tutto, comprese due conclusioni di Keegan che in un’altra serata sarebbero entrate. Finì 1-0, e la coppa che avrebbe dovuto coronare l’avventura tedesca di Keegan rimase in Inghilterra. Lo sport ogni tanto distribuisce le sue ingiustizie con notevole senso del tempismo.
Southampton, cioè dove nessuno se lo aspettava

L’addio era già stato annunciato a febbraio, e la destinazione aveva stupito tutti una seconda volta. Non il ritorno al Liverpool, non la Juventus o il Barcellona che pure si erano informati, ma il Southampton di Lawrie McMenemy, un club di medio rango della costa meridionale inglese. Keegan spiegò che voleva riportare la famiglia a casa e che l’idea di un progetto costruito attorno a lui, lontano dai riflettori delle grandi piazze, lo attirava più di un altro contratto faraonico. Presa sul serio o no, la spiegazione era coerente con tutto quello che aveva fatto fino a quel momento.
Lasciava Amburgo con un campionato, due Palloni d’Oro consecutivi e un club trasformato, che l’anno dopo la sua partenza avrebbe vinto un altro titolo e nel 1983 la Coppa dei Campioni, raccogliendo i frutti del lavoro iniziato da Netzer e Zebec.
Keegan fu tra i primi a trattare la carriera di un calciatore come un’impresa da gestire, a considerare l’estero un’opportunità invece che un esilio e a capire che l’immagine di un atleta vale quanto le sue gambe.