Montevideo 1930: quando il calcio era puro artigianato. Riflessioni sulla prima finale mondiale attraverso una foto d’epoca che rivela un’era perduta di passione autentica, prima che il denaro cambiasse tutto per sempre.
Ci sono partite che fanno parte della storia del Calcio non solo per la posta in palio o per il risultato, ma soprattutto perché rendono alla perfezione lo spaccato di un’epoca. Gli anni trenta del secolo scorso furono segnati dalla crisi economica degli Stati Uniti scoppiata nel ’29 e dalla conseguente depressione che si sommò ad una povertà diffusa senza confini; a questo si aggiunsero quei fermenti sociali e politici che pochi anni dopo portarono alla seconda guerra mondiale.
Quello in Uruguay non solo fu il primo Mondiale di Calcio ad essere disputato, ma fu soprattutto lo specchio fedele di quegli anni. Per l’Europa parteciparono solo Belgio, Francia Jugoslavia e Romania. Ad eccezione delle Britanniche che addussero la loro presunta “superiorità” per non andarci, le altre nazionali dovettero rinunziare sia per la mancanza di risorse economiche, sia per il lungo viaggio in mare fino a Montevideo – almeno quindici giorni – che in molti non avrebbero sopportato.
I protagonisti della Finale
La fotografia scattata prima del calcio di inizio della Finale tra Uruguay e Argentina è la sintesi che racchiude il tutto. La partita venne giocata il 30 luglio 1930, nello stadio del Centenario a Montevideo alla presenza di 68.346 spettatori ufficialmente comunicati dal Comitato organizzatore, ma stimati in oltre 90.000 dalle fonti giornalistiche. A prescindere dal numero, gli spettatori vennero perquisiti all’ingresso e la Polizia sequestrò bastoni, coltelli, asce, pistole e qualche bomba carta sul cui possibile impiego ci sono pochi dubbi.
Nella foto si vede l’arbitro belga John Langenus in completo nero, con giacca lunga, cravatta nera con righine orizzontali, camicia bianca e pantalone alla zuava. Dovette pensare che il suo compito non sarebbe stato dei più facili perché prima della partita pretese un’assicurazione sulla vita in favore della sua famiglia, un mezzo pronto a raggiungere il porto appena finita la partita e il posto su una nave pronta a salpare entro un’ora. Già l’inizio non promise bene perché al suo arrivo sul campo Langenus fu fermato dalla Polizia; tredici individui, tutti tratti in arresto, si erano presentati prima di lui dichiarando di essere l’arbitro. L’equivoco venne chiarito anche grazie all’intervento del Console belga e persino, così si narra, del sarto che gli aveva preparato la divisa.
Abbigliati in modo diverso – uno in giacca nera doppiopetto con camicia bianca e pantaloncini a ginocchio, l’altro con pantalone lungo bianco, camicia bianca e giacca blu con risvolti bianchi- si intravedono i due guardalinee, il belga Henry Christophe e il boliviano Ulises Saucedo. Quest’ultimo, nonostante fosse anche l’allenatore della Bolivia, aveva arbitrato la gara del primo turno tra Argentina e Messico! Pensate a una cosa del genere oggi. Nella foto ci sono ovviamente i due capitani, Josè Nasazzi per l’Uruguay e Manuel Ferreira per l’Argentina.
I dettagli tecnici e organizzativi

Quello che subito risalta è che i due giocatori non hanno il numero sulla maglia, a quel tempo non ancora previsto. Il primo match importante in cui vennero indossate le maglie numerate fu la finale di FA Cup della stagione 1932/33 tra Everton e Manchester City; le due serie prestampate, una bianca e l’altra rossa, vennero consegnate alle squadre dopo un sorteggio e all’Everton toccò quella bianca.
Ma di quella finale c’è un’altra cosa che dà la misura di quanto il tutto fosse organizzato in maniera artigianale. Le due squadre non si misero d’accordo sul pallone con cui giocare, perciò la FIFA decise salomonicamente (oggi le decisioni della Federazione Internazionale hanno solo motivazioni economiche) che il primo tempo si sarebbe giocato con il pallone degli argentini ed il secondo con quello degli uruguagi. Di diverso avevano la forma e lo spessore delle sezioni di cuoio chiuse dall’immancabile laccio; soprattutto il pallone degli uruguaiani era più pesante e di questo gli argentini si lamentarono a lungo.

L’ultima nota di colore riguarda lo Stadio del Centenario, dove fu disputata la partita. Venne costruito per l’occasione e si narra che il rivestimento in alcune parti era ancora fresco per cui molti spettatori ne staccarono un piccolo pezzo portandoselo via per ricordo.
La finale fu vinta dall’Uruguay per 4 a 2, con le ovvie polemiche da parte degli argentini che acuirono la rivalità tra le due nazioni.
Riflessioni
Rivedendo quella foto non posso che giungere ad una conclusione sin troppo ovvia. C’era un tempo in cui si riusciva a fare qualcosa di importante nonostante la mancanza di mezzi economici, di organizzazione e di strutture. Oggi, grazie ai faraonici diritti pagati dalle televisioni e alle generose sponsorizzazioni dei colossi dell’economia mondiale, non si può disputare una manifestazione calcistica senza una spettacolarizzazione di solito pacchiana e un’organizzazione quantomeno a cinque stelle.
In fin dei conti, oggi come cento anni fa, per disputare una partita basterebbero ventidue giocatori, una terna arbitrale, un pallone e un campo di gioco con un prato da calpestare. Ma tant’è.
- Testo di Dario Esposito