Mantova, 1° giugno 1967: il portiere nerazzurro si fa sfuggire un cross banale e l’Inter perde lo scudetto a vantaggio della Juventus, chiudendo così la sua era dell’oro. Un errore mai davvero spiegato.
Per capire cosa accadde a Mantova il 1° giugno 1967 conviene partire da una settimana prima e da un’altra città. A Lisbona, il 25 maggio, l’Inter aveva perso la finale di Coppa dei Campioni contro il Celtic. Non fu soltanto una sconfitta: fu il momento in cui la squadra di Helenio Herrera smise di essere quella macchina che per quattro anni aveva vinto tutto e cominciò, semplicemente, a essere stanca.
Era una stanchezza vera, di quelle che non si smaltiscono in pochi giorni. Da mesi la rosa nerazzurra reggeva tre fronti insieme — campionato, coppa, gli impegni in nazionale — e adesso presentava il conto tutto in una volta. La Lega aveva persino spostato l’ultima giornata dalla domenica al giovedì: quattro giorni in più concessi all’Inter per recuperare dopo il viaggio in Portogallo. Una cortesia che, col senno di poi, non spostò di un millimetro le cose.
Il calcolo, sulla carta, era favorevole. I nerazzurri arrivavano all’ultimo turno con un punto di vantaggio sulla Juventus: vincere a Mantova valeva lo scudetto, qualunque altro risultato lasciava aperta la porta alla rimonta bianconera. Il Mantova era già salvo e non aveva nulla da chiedere alla classifica. La Juventus, in casa, ospitava una Lazio che invece lottava per non retrocedere. La situazione più comoda possibile, almeno a leggerla così.

Il campo sbagliato
Lo stadio Martelli non era il posto dove si immaginava potesse finire un’epoca. Il campionato italiano, in quegli anni, era il più ambìto del mondo, e l’Inter ne era la squadra simbolo: tre scudetti, due Coppe dei Campioni, due Intercontinentali in pochissime stagioni, un gruppo che aveva imposto il proprio modo di giocare a tutta l’Europa. Eppure il titolo si sarebbe deciso lì, in una provincia lombarda, contro un avversario senza più obiettivi.
Un mese prima i nerazzurri avevano quattro punti sui bianconeri. Ne era rimasto uno. Chi seguì la squadra in quei giorni racconta di silenzi più lunghi del solito nel ritiro, di facce tirate. Luis Suarez, Mario Corso, Sandro Mazzola, il capitano Armando Picchi: tutti portavano addosso i segni di una stagione che li aveva svuotati. L’unico che sembrava sé stesso era il portiere, Giuliano Sarti, che a Lisbona aveva tenuto in piedi la squadra da solo con una serie di parate decisive. Toccò proprio a lui, sette giorni dopo, diventare il protagonista del disastro.
Vale la pena ricordare cos’era diventata quell’Inter per il calcio dell’epoca. Herrera aveva costruito un sistema riconoscibile in tutto il continente, fondato su una difesa disciplinata e su ripartenze fulminee, e ne aveva fatto un metodo che mezza Europa provava a copiare. Battere quella squadra in campo aperto era impresa rara. Per questo l’idea che potesse perdere lo scudetto non contro un grande rivale, ma per un proprio errore in casa di una provinciale tranquilla, sembrava a tutti la più improbabile delle ipotesi. Eppure è esattamente ciò che stava per succedere.
Quello che disse l’arbitro
C’è un episodio, prima del fischio d’inizio, che da solo renderebbe strana quella partita. L’arbitro designato, Francescon, radunò i giocatori dell’Inter per il consueto controllo delle distinte. Finita la formalità, però, non li congedò. Aggiunse qualcosa che con la procedura non c’entrava nulla.
“Ragazzi, è inutile che oggi andiate a finire a terra in area del Mantova. Tanto ve lo dico subito: un rigore a vostro favore non lo concederò mai. Non ho nessuna voglia di sentirmi dire che vi ho regalato lo scudetto.”
Tradotto: qualunque cosa fosse successa nell’area avversaria, non sarebbe stato rigore. Picchi e i compagni non protestarono — c’è poco da contestare a un avviso annunciato prima di cominciare — ma incassarono il colpo. Da quel momento sapevano di dover vincere senza margini e senza appigli, contando soltanto sui propri piedi. Per una squadra già provata, era un peso in più che nessuno aveva chiesto.
Il palo di Mazzola

Il primo tempo, paradossalmente, fu il migliore dell’Inter. Al 12′ il Mantova segnò con Volpi, ma la posizione era irregolare e Francescon annullò senza esitare: decisione corretta e, curiosamente, l’unica del suo arbitraggio di cui nessuno avrebbe discusso. Punti sul vivo, i nerazzurri presero in mano il gioco. Bedin e Corso trovavano i corridoi giusti, e dall’altra parte Zoff, in serata di grazia, rispondeva colpo su colpo.
Al 26′ arrivò l’occasione che, in un’altra versione della storia, avrebbe deciso tutto: Mazzola calciò a giro verso l’angolo lontano, Zoff era ormai battuto, ma il pallone sbatté sul palo interno e tornò in campo. Si andò al riposo sullo 0-0, con l’impressione netta che bastasse continuare a spingere. E infatti la ripresa si aprì con quattro calci d’angolo consecutivi a favore dell’Inter. Poi, al 49′, in una manciata di secondi, la partita cambiò proprietario per sempre.
Quarantanove minuti
L’azione nacque dal niente. Bedin perse palla a centrocampo, Guarneri tentò il recupero ma scivolò, e il pallone finì sui piedi di Beniamino Di Giacomo, per tutti Gegè. Dettaglio non trascurabile: Di Giacomo era un ex interista e, quel giorno, l’unico giocatore del Mantova ad aver rifiutato il premio che la società aveva promesso in caso di vittoria sui nerazzurri.
Sulla sua corsa si mosse Picchi, che lo conosceva bene e provò a indirizzarlo dove avrebbe fatto meno danni, verso la linea di fondo, parlandogli come si parla a un vecchio compagno: “Gegè, vai verso la bandierina… stai largo…” Di Giacomo arrivò sul fondo e mise in mezzo un cross alto e lento, di quelli che un portiere raccoglie senza pensarci.
Le mani che si aprirono

Sarti uscì a prenderlo. Era solo: l’avversario più vicino stava a tre metri, nessuno lo toccava, nessuno lo disturbava. Alzò le braccia e chiuse le mani attorno al pallone, il gesto più elementare del suo mestiere, quello che aveva ripetuto migliaia di volte. A Lisbona, una settimana prima, quelle stesse mani avevano salvato l’Inter da sole.
Stavolta il pallone scappò. Uscì dalla presa, gli rimbalzò sulla testa e finì in porta rotolando piano. Non un tiro, non una deviazione, non un contrasto: un traversone qualsiasi entrato da solo. Di Giacomo quasi non esultò, come se faticasse a credere a quello che aveva appena visto.
Sarti, invece, capì subito. E reagì in un modo che chi era sugli spalti non ha più dimenticato: raggiunse il palo e cominciò a sbatterci contro la testa, una volta, due, tre, finché Picchi e Burgnich non lo bloccarono di forza. L’uomo che tutti conoscevano per la sua imperturbabilità l’aveva persa davanti a un intero stadio.
Il resto della partita non contò

Restavano quarantun minuti, e l’Inter li giocò all’attacco, ma con la testa altrove. Suarez continuava a impostare, Mazzola a lottare, Corso a cercare i suoi traversoni tagliati. Due volte i nerazzurri chiesero un rigore — prima per un intervento su Suarez, poi su Mazzola — e due volte Francescon, esattamente come aveva preannunciato, lasciò correre. La tensione esplose nel finale: Picchi ammonito per proteste, Corso espulso per aver insultato l’arbitro.
Da Torino, intanto, arrivavano le notizie che chiudevano i conti: la Juventus aveva battuto la Lazio con i gol di Bercellino e Zigoni. Sugli spalti del Martelli i tifosi del Mantova tiravano fuori le bandiere bianconere. L’Inter perdeva lo scudetto nell’unico modo che nessuno avrebbe mai messo in conto: da sola, senza che l’avversario avesse fatto quasi nulla per meritarlo.
La profezia del cronista

Qualche giorno più tardi, sulla Gazzetta dello Sport, il giornalista Emilio Violanti scrisse una riga che somigliava più a una sentenza che a un pronostico:
“Vedrete che ora finirà alla Juventus, ci starà un paio d’anni e poi sparirà dal giro del grande calcio. Perché questi episodi il grande calcio li rifiuta.”
Andò proprio così. Sarti lasciò l’Inter e si trasferì alla Juventus, la squadra a cui aveva involontariamente consegnato il titolo. Restò a Torino due stagioni da comprimario, poi scivolò fuori dal calcio che conta. Un portiere che per anni era stato tra i tre o quattro migliori d’Europa finì per essere ricordato soprattutto per i pochi secondi peggiori della sua carriera.
La domanda di Moratti

C’è un epilogo che racconta meglio di qualsiasi statistica quanto quell’errore abbia pesato. Agosto 1981, quattordici anni dopo. Angelo Moratti, il presidente che quell’Inter l’aveva costruita pezzo per pezzo, sta morendo. Accanto al letto ci sono i figli Gian Marco e Massimo. Un uomo così, in quel momento, potrebbe ripensare alle coppe e agli scudetti. Pensa invece a Mantova, e a una sola cosa che non ha mai saputo:
“C’è una cosa che mi dispiace molto: quella di dover morire senza essere riuscito a sapere se Sarti prese quel gol apposta o se fu davvero un infortunio.”
È, in fondo, la domanda rimasta aperta per tutti. Com’è possibile che un portiere del genere, senza nessuno addosso, in tranquillità assoluta, sbagli la presa più facile proprio nella partita decisiva? I tasselli sospetti ci sono — il premio rifiutato da Di Giacomo, l’avviso preventivo dell’arbitro, il passaggio alla Juventus, il pronostico azzeccato di Violanti — ma nessuno li ha mai trasformati in una prova.Forse fu un complotto.
Forse solo sfortuna. Più probabilmente nessuna delle due cose: soltanto un uomo bravissimo che, per una volta, in un secondo qualunque, fece la cosa più semplice nel modo sbagliato. Moratti se n’è andato senza la risposta. Quasi sessant’anni dopo, non l’ha ancora trovata nessuno.