L’assurda tragedia di Italo Alaimo

Il calciatore del Novara rimase ucciso da un cicloergometro nel 1967. Una morte assurda che sconvolse il calcio italiano e rimane ancora oggi un caso irrisolto.

A Novara il calcio è qualcosa di più di uno sport. Dalle gesta di Silvio Piola, che ha dato il nome allo stadio, fino agli anni bui della Serie C e quel miracoloso ritorno in Serie A del 2011, ogni novarese ha la sua storia da raccontare sulla squadra azzurra. È una passione che si tramanda, che non si spiega, che semplicemente si vive.

Però se oggi provate a dire il nome di Italo Alaimo a un tifoso del Novara, vedrete che il suo sguardo cambia. Perché ci sono storie che, anche dopo cinquant’anni, fanno ancora male. Storie che non passano mai davvero.

Un ragazzo che prometteva bene

Italo Alaimo era nato a Roma il 9 agosto del 1938. Giocava come ala, uno di quei calciatori che quando hanno il pallone tra i piedi ti fanno dimenticare tutto il resto. Non era solo bravo, era considerato un vero talento.

La carriera aveva preso quota al Chieti, in Serie C. In un anno e mezzo aveva fatto 9 gol e un sacco di assist, tanto che lo avevano eletto miglior calciatore della categoria. La Reggina non se l’era fatto scappare, lo voleva per il progetto di salita in Serie B.

E in Calabria Alaimo aveva fatto vedere di che pasta era fatto. Nella stagione 1963-64 aveva segnato 5 reti, nella successiva 3, e aveva dato una mano decisiva alla promozione degli amaranto. Il salto in Serie B, nel settembre del 1965, non lo aveva spaventato. Anzi, il suo primo campionato cadetto era andato benissimo: 3 gol e prestazioni che avevano conquistato i tifosi reggini.

Quella maledetta estate del 1967

Poi era arrivato il Novara. I piemontesi avevano messo sul piatto 35 milioni di lire per il cartellino di Alaimo. Una cifra enorme per quei tempi. Non volevano lesinare per assicurarsi uno dei migliori giocatori della Serie B, e la Reggina non poteva dire di no a un’offerta simile.

Alaimo firmò. Non sapeva che stava firmando anche la sua condanna a morte.

Il 17 luglio del 1967, a venti giorni dal suo ventanovesimo compleanno, Italo Alaimo arrivò a Novara. I tifosi azzurri lo accolsero con entusiasmo. Un esterno d’attacco del suo calibro era esattamente quello che serviva alla squadra.

L’ultimo giorno di vita

Dopo l’incontro con i tifosi, Alaimo si recò all’Ospedale Maggiore per le visite mediche di routine. Niente di particolare, le solite verifiche che ogni nuovo atleta deve fare. Un paio d’ore al massimo.

Tutto procedeva normalmente. Alaimo salì sul cicloergometro, quella specie di bicicletta che serve per controllare il cuore sotto sforzo. Fece tutti gli esercizi richiesti senza problemi.

Quando il medico gli fece segno di scendere, Alaimo si asciugò il sudore, appoggiò un piede a terra tenendosi ai manubri. E lì accadde l’impensabile.

Un urlo che nessuno ha dimenticato

Folgorato dai contatti del cicloergometro, Italo Alaimo lanciò un urlo così forte e straziante che risuonò per tutto il piano dell’ospedale. Chi era presente non lo ha mai dimenticato, quel grido. Era il suono di un uomo che capiva di star morendo senza sapere perché.

I minuti dopo furono un inferno. Alaimo cercava disperatamente di staccarsi dalla macchina, i medici in preda al panico tentarono di tutto: staccarono i fili, abbassarono il contatore elettrico, si buttarono su di lui con massaggi cardiaci e qualsiasi cosa gli venisse in mente.

Ma non servì a niente. Il calciatore morì in pochi minuti, senza dire una parola, senza nemmeno capire cosa lo stesse uccidendo.

La verità venne fuori, ma non servì

La notizia sconvolse sia Novara che Reggio Calabria. Due città legate da quel ragazzo che aveva rappresentato un ponte tra il Sud e il Nord. La famiglia, ovviamente, volle capire. Come diavolo era possibile che una semplice visita medica si fosse trasformata in una tragedia del genere?

La magistratura aprì un’inchiesta. Il processo scagionò lo staff medico, ma rivelò una verità agghiacciante.

“La morte di Italo Alaimo”, disse la sentenza del giudice, “è dovuta a folgorazione da corrente elettrica, determinatasi tra due prese a terra, entrambe in quel momento sotto tensione per effetto di una perdita di energia proveniente da un altro apparecchio elettrico collegato, attraverso l’impianto di riscaldamento, ad uno dei neutri facenti funzione di presa a terra”.

In pratica, il cicloergometro era collegato tramite presa di terra a un termosifone, che riceveva corrente dalla cucina attraverso i tubi del riscaldamento. Un cortocircuito che aveva trasformato uno strumento medico in una trappola mortale.

Tutti gli imputati furono prosciolti dall’omicidio colposo. Solo tre dipendenti dell’ospedale – un elettricista, un geometra e un perito industriale – finirono a processo. Ma nemmeno loro ci arrivarono davvero: i loro avvocati si appellarono a vizi di forma e nel 1972 tutto finì lì, prescritto.

Quello che resta

Di Italo Alaimo oggi restano poche foto sgranate. Resta il ricordo di un calciatore bravo e sfortunato, l’unico caso al mondo di morte durante una normalissima pratica ospedaliera a cui si sottopongono migliaia di atleti ogni anno da quasi cento anni.

Resta quell’urlo nei corridoi dell’Ospedale Maggiore di Novara, un suono che nessuno dei presenti è riuscito a dimenticare. Restano i perché senza risposta e la rabbia per un’inchiesta che forse si è chiusa troppo in fretta, troppo facilmente.