Macapà, lo stadio su due emisferi

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Ne parlò Eduardo Galeano. La storia del piccolo impianto del centro del mondo.

Uno stadio alla foce del Rio delle Amazzoni, il posto dove il calcio ha realizzato il concetto di eguaglianza nella realtà. E’ il piccolo impianto di Fazendinha, a Macapà, capitale dello Stato di Amapà, all’estremità nordorientale del Brasile, confinante a nord con la Guyana francese, a sud e a ovest con lo stato di Pará e affacciato ad est sull’Atlantico.

A Macapà vi si può arrivare in barca, attraverso il delta del Rio delle Amazzoni o l’Oceano Atlantico, o in aereo. Qui è possibile andare con lo sguardo oltre l’Amazzonia, osservando le meraviglie verdi della foresta pluviale. Il campo di Macapà è noto anche con altri nomi: “stadio dei due emisferi” o “stadio del centro del mondo”. L’impianto è noto con la denominazione di Zerao, il “Grande Zero”. Siamo infatti a 0° 0′ 0” di latitudine. La linea convenzionale dell’Equatore attraversa il rettangolo di gioco, creando una situazione che non ha pari altrove: metà campo si trova nell’emisfero australe, l’altra metà in quello boreale.

I lavori di realizzazione dello stadio di Fazendinha furono completati trent’anni fa. Un anno dopo, nell’ottobre 1990, si disputò la partita inaugurale tra il Trem Desportivo Clube (una delle 12 squadre professionistiche locali) e gli argentini dell’Independiente che vinsero di misura. Sugli spalti si notò anche la presenza del presidente brasiliano, Fernando Collòr de Mello, eletto pochi mesi prima. Con la maglia rossonera del Trem scese in campo anche Zico, a quei tempi segretario nazionale dello sport brasiliano.

Il pallone racconta che l’arbitro, al momento del lancio della monetina prima del calcio d’avvio, chiese ai capitani delle squadre di scegliere “tra palla ed emisfero”. Sugli spalti trovarono posto molte più persone rispetto alla capienza massima dell’impianto, fissata a 5 mila spettatori.

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Il grande scrittore uruguaiano Eduardo Galeano, uno dei numi tutelari dei bracconieri di storie di cuoio, intervistato in un programma di approfondimento giornalistico della Rai, alla presenza in studio di Gianni Minà, definì il piccolo impianto di Fazendinha, attraversato dall’equatore, “il palcoscenico della giustizia”, con le due squadre schierate un tempo nell’emisfero nord e l’altro in quello sud e viceversa. “Macapà è l’unico posto al mondo – aggiunse lo scrittore uruguaiano, che riportò questi pensieri anche in un suo libro – dove nord e sud si misurano in parità di condizioni”.

Nel giorno dell’apertura ufficiale, lo stadio si presentò con una sola tribuna centrale, senza alcuna copertura e con intorno una pista di atletica priva di illuminazione. La ditta incaricata di svolgere i lavori si fermò per mancanza di fondi. Le altre tribune non vennero costruite. Anche per questo, l’impianto di Macapà venne definito uno stadio incompleto ma tenuto con cura dagli abitanti della capitale dello stadio brasiliano del Nordest.

Tre anni dopo l’inaugurazione del piccolo impianto calcistico, tagliato in due dalla linea equatoriale, il Trem, fondato nel 1947, partecipò per la prima volta alla Coppa del Brasile, eliminato ai sedicesimi di finale dal Remo che a Fazendinha s’impose 5-0, chiudendo subito i conti.

Lo stadio, in origine intitolato ad Ayrton Senna per decisione statale, cambiò presto denominazione, finendo per essere dedicato a Milton de Souza Corrêa, ex presidente della Federcalcio dello Stato di Amapà, deceduto nel ‘94. L’impianto fu abbandonato nel 2007, lasciato incustodito e danneggiato dagli straripamenti del Rio delle Amazzoni.

I fondi stanziati per il Mondiale 2014 permisero la ristrutturazione di Fazendinha, con l’impianto portato ad una capienza massima di 10 mila spettatori, un impianto luci all’avanguardia, una nuova pista di atletica e la tribuna centrale con seggiolini gialloverdeblu, i colori della bandiera amapaense. La festa per la riapertura portò allo Zerao la selezione brasiliana Under 20, senza grandi nomi ma con tante promesse del calcio.

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Il primo match ufficiale mise di fronte il Santos Macapà (detentore del titolo statale e reduce dalla partecipazione nel Campionato Brasileiro di serie D) e il Princesa do Solimões di Manacapuru, vincitore nel 2013 del campionato amazonense. L’incontro, disputato il 19 febbraio 2014, valido per il ritorno degli ottavi di finale della Copa Verde de Futebol, – competizione riservata a squadre del Centro-Ovest (tranne il Gojas) e del Nord del Brasile, comprese quelle dello Stato dello Spirito Santo – si concluse 2-2. Un risultato favorevole al Princesa, vittorioso di misura all’andata (1-0) grazie a un gol di Fininho.

La realtà prosaica, tuttavia, farà svanire la componente poetica della metafora di Galeano. Nella fase di ristruttirazione, dopo anni di abbandono, lo Zerão vide lavorare lavoratori silenziosi, come Raimundo che sognava una partita amichevole tra Brasile e Francia. Un tempo a sud e un altro a nord per ognuno. Pari opportunità. Mentre diceva questo i suoi compagni di cantiere ridevano. Raimundo aveva vissuto clandestinamente, per tre mesi, nella Guyana francese, guadagnando 1500 euro come lavoratore prima di essere espulso.

Il nord, al centro del mondo, è lontano. Jusiwaldo, proveniente da Afuá, a sud della linea, ricordava che “i Canarinhos hanno già perso il bleus”. Anch’egli sognava di vivere “più a nord“, nella Guyana francese. Ricordava Nerize Dias de Oliveira, una brasiliana di 36 anni morta nelle fasi di rimpatrio gestite dalla polizia francese. Venne spinta nel fiume Oyapock e a nessuno venne permesso di salvarla. Oyapock è il confine naturale tra Brasile e Guyana francese, tra America ed Europa. L’Amazzonia entra dalla porta sul retro del primo mondo. Un abisso aggressivo. Nel 2008, a nord si calcolava un reddito pro capite di 12.165 euro che a sud scendeva a 2.696 euro a persona per anno. Numeri che da soli spiegavano il perché, a Macapá, quasi tutti sognavano di vivere nella Guyana francese.

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Nei pressi dello stadio alcuni anni fa si poteva notare un cartello: “Benvenuti in mezzo mondo“. José dos Santos, del quartiere Murca, lato sud, riassume l’incrocio di Macapá: “Ho vissuto sette anni in Guyana, ma sono stato trattato bene solo quando ho ricevuto i documenti. I francesi sono prevenuti“. Nell’Avenue Equatoriale, con caldo denso e bar sgangherati, tutto sembra andare verso la cronaca di un’immigrazione annunciata. La zona franca di Macapá è stata un fiasco, non ha generato posti di lavoro, spingendo in molti ad emigrare in Guyana. E non sono mancate le denunce per gli “oltraggiosi abusi commessi dai gendarmi francesi“.

Il caso di Nerize, la donna annegata nel fiume Oyapock, è stata la punta di un iceberg fatto di maltrattamenti, molestie, morti e continue violazioni dei diritti umani commesse alle porte dell’Amazzonia, in territorio europeo. Francisco Wilson, tifoso del Santos Macapà, venne torturato e deportato due volte, Lucieneide Silva imprigionata durante la gravidanza e accusata di voler partorire dalla parte francese. Dopo quattro giorni di maltrattamenti perse il figlio. In Francia tentarono anche di dimostrare che il fiume scoperto da Vicente Pinzón era l’attuale fiume Araguari e non l’Oyapock. Questo avrebbe fatto diventare Amapá francese. Tentativo fallito.

A Macapà resta la magia dello stadio tagliato in due dall’equatore, “il palcoscenico della giustizia” applicata attraverso il futbol, dove un tempo sei a nord e l’altro a sud. Senza temere gendarmi ma inseguendo una sfera di cuoio.

Testo di Sergio Taccone, autore del libro “Il Milan del Grenoli” (Assist Edizioni, prefazione di Luigi La Rocca, 2020)

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