Terzino dello scudetto Lazio 1974, visse quattro vite: calciatore, pilota Alitalia, parlamentare e navigatore. Segnato dalle morti di Maestrelli e dell’amico Re Cecconi, restò sempre fedele a se stesso.
A Capannori, una manciata di case nella campagna lucchese, il 15 giugno 1949 nasce Luigi Martini, conosciuto da tutti come Gigi. Crebbe come molti ragazzi del posto, tra strade polverose e partite di pallone tirate avanti fino al tramonto, di quelle che finivano solo quando non si vedeva più la palla. Nel corso della sua vita avrebbe poi ricoperto ruoli sorprendentemente diversi tra loro: calciatore, pilota, parlamentare e navigatore.
La storia di Martini inizia sui campetti polverosi della provincia, con la maglia della Lucchese addosso, in Serie D. È il 1966, l’Italia del boom economico comincia a rallentare e il calcio è ancora roba di popolo, di scarpe con i tacchetti di ferro e di palloni pesanti come macigni. Il giovane Gigi gioca come ala destra, ha gambe che non si fermano mai e un carattere che non piega davanti a nessuno. Due stagioni in biancorosso, poi il passaggio al Siena in Serie C e quindi al Livorno, dove approda in Serie B nel 1969.
A Livorno, Martini trova un contesto incandescente. “Può immaginare come fosse complicato per un giovane di destra, come me, trovarmi alla fine degli anni ’60 nella città dove era nato il Partito Comunista”, ha raccontato in un’intervista a Il Foglio. I capi tifosi arrivavano dal porto, gente ruvida e turbolenta. Ma è proprio lì che incontra un maestro di vita: Armando Picchi, leggenda dell’Inter di Helenio Herrera, un uomo che gli insegna l’umiltà prima ancora della tattica. “Picchi mi ha insegnato a camminare senza grilli in testa, lungo i muri della vita”, dirà Martini molti anni dopo, con la gratitudine di chi non ha mai dimenticato da dove viene.

La nascita di un’amicizia eterna
Nel frattempo, il servizio militare porta Martini alla Cecchignola di Roma. Compagnia Atleti, Fucilieri assaltatori. Ha vent’anni, la testa piena di sogni e la divisa addosso. Tra le brande e le esercitazioni, nota un commilitone dall’aria dimessa, capelli biondi, modi quieti. Si chiama Luciano, gioca nel Foggia. I due cominciano a parlare — più di calcio che di donne, ammetterà Martini con un sorriso — e scoprono un’affinità profonda, di quelle che nascono senza bisogno di spiegazioni.
Luciano Re Cecconi e Luigi Martini: due destini che si incrociano alla Cecchignola e non si separeranno mai davvero. Nemmeno dopo la morte. Alla caserma, tra un’esercitazione e l’altra, Gigi scopre un’altra passione destinata a cambiargli la vita: il paracadutismo. L’adrenalina del lancio nel vuoto, il silenzio assordante della caduta libera, la sensazione di sfidare la gravità. E naturalmente trascina anche Luciano in questa follia. “Sei un pirla, la testa non ti funziona ma le gambe sì, perché te le vuoi rovinare?”, gli dice Re Cecconi quando Gigi gli propone di iscriversi al corso. Il giorno dopo, però, si presenta anche lui. Perché tra amici veri funziona così: si protesta, si brontola, e poi si salta insieme.

La Lazio: tra genio e sregolatezza
Nel 1971 il presidente Umberto Lenzini porta Martini alla Lazio, una squadra che langue in Serie B e sogna il ritorno nell’élite. Gigi ha 23 anni e una fame spaventosa. Un anno dopo arriva anche Re Cecconi, insieme a un allenatore destinato a entrare nella leggenda: Tommaso Maestrelli.
Maestrelli è un uomo speciale. Non è solo un tecnico: è un educatore, quasi un padre spirituale per quei ragazzi selvaggi. Guarda Martini, che gioca da mediano, e ha un’intuizione geniale. Nell’estate del 1972, trovandosi con gli uomini contati in difesa, lo sposta a terzino sinistro. Gli consegna la maglia numero tre con una licenza offensiva praticamente illimitata. Martini diventa un fluidificante ante litteram, ispirato al modello olandese: non deve arrivare sul fondo, ma muoversi in diagonale per stanare il libero avversario. Le sue corse forsennate da un’area all’altra gli valgono un soprannome formidabile: “Zatopek”, come il leggendario fondista cecoslovacco che a Helsinki nel 1952 vinse tre ori olimpici. Nello spogliatoio, invece, lo chiamano “il Comandante”, perché passa ogni momento libero a studiare per il brevetto di pilota.
Sulla fascia sinistra, Martini non è mai solo. Accanto a lui c’è sempre Re Cecconi, in una sincronia perfetta fatta di coperture reciproche, sguardi d’intesa e quella complicità nata tra le brande della Cecchignola. “Sul campo, potevo eseguire le mie azioni perché sapevo che Luciano mi avrebbe coperto”, spiegherà. Quando Gigi si sgancia in avanti, lascia la sua zona scoperta: dietro, a chiudere, c’è sempre il biondo Luciano.
Quando gli chiesero quale fosse il suo calciatore ideale, Maestrelli rispose con una frase rimasta scolpita nella memoria di tutti: “Uno che concentri il tempismo di Wilson, la voglia di vincere di Chinaglia, la facilità di corsa di Re Cecconi e l’aggressività di Martini”. In quelle parole c’era tutto il suo genio: la capacità di vedere il meglio in ciascuno, anche in un gruppo pronto a esplodere.

Perché quella Lazio è anche una polveriera. Lo spogliatoio si divide in due fazioni rivali. Da una parte Giorgio Chinaglia e Giuseppe Wilson, dall’altra Martini e Re Cecconi, con Frustalupi, Garlaschelli e Petrelli. Il venerdì, a Tor di Quinto, le due fazioni si sfidano in partitelle interminabili che possono durare due, tre ore, fino a sera inoltrata. Il campo non ha illuminazione: quando cala il buio, i giocatori accendono i fari delle macchine parcheggiate tutt’intorno e continuano a giocare, perché nessuno — soprattutto Chinaglia — accetta di perdere. Spesso quelle sfide degenerano in autentiche risse da Far West.
I ritiri non sono da meno. La squadra alloggia in un motel sull’Aurelia, un posto decentrato frequentato principalmente da coppiette clandestine. Tutto intorno prati e spazi aperti, una noia infinita. Qualcuno porta una pistola e cominciano le gare di tiro a segno con i barattoli. Petrelli spara ai lampioni dell’Hotel Americana, Martini è l’unico che preferisce andare al poligono di Tor di Quinto. “Maestrelli mi chiese anche di controllarli tutti perché non si facessero male”, ricorda Gigi. Una volta arrivano i carabinieri a farli smettere. Sono gli anni di piombo, e quei ragazzi con i capelli al vento sembrano usciti da un film poliziesco italiano: bad boys con gli occhiali scuri, il whiskey nelle serate al Jackie O’ e una fama da duri che li precede ovunque. La Digos li avverte: le Brigate Rosse progettano un attentato contro di loro. Ma quei ragazzi non hanno paura di niente.
Eppure, la domenica, succede il miracolo. Appena mettono piede sul prato dell’Olimpico, le rivalità si sciolgono in un’alchimia irripetibile. “Quelle rivalità senza limite hanno sviluppato in tutti noi una forza interiore, che ha consentito a ciascuno di dare più di quello che aveva”, racconterà Martini. “Senza quelle rivalità, sparate all’eccesso, sarebbe stato impossibile strappare lo scudetto a corazzate concepite per vincere, come la Juventus, l’Inter e il Milan“.

Lo Scudetto del ’74
Il 12 maggio 1974 è una giornata che l’Italia non dimenticherà facilmente. Mentre il Paese si reca alle urne per il referendum abrogativo sul divorzio, allo Stadio Olimpico di Roma si scrive la storia. La Lazio affronta il Foggia davanti a una folla oceanica, lo stadio è zeppo come un uovo, un mare di bandiere biancocelesti. Ma per arrivare a quel giorno la Lazio ha dovuto superare un crocevia decisivo: la vittoria per 3-1 sulla Juventus. “La partita chiave è stata quella contro la Juve, perché i bianconeri erano i nostri antagonisti”, ricorda Martini.
All’Olimpico, prima del secondo tempo della partita con il Foggia, negli spogliatoi risuona il rituale grido di autoincitamento di Giorgio Chinaglia: “Andiamo, Chinaglia, andiamo!”. È il modo in cui Long John carica se stesso, e con sé tutta la squadra. Al sessantesimo minuto, Chinaglia mette la palla sul dischetto del rigore. Rincorsa breve, tiro secco, rete. È il gol che regala alla Lazio il primo scudetto della sua storia.
Un episodio della stagione dello scudetto merita di essere raccontato, perché rivela il genio di Maestrelli. Lazio–Verona, 14 aprile 1974. Durante l’allenamento settimanale che precede la partita, le due fazioni dello spogliatoio se le danno di santa ragione. Le tensioni sono al culmine. Alla fine del primo tempo, con il Verona in vantaggio 2-1, al rientro negli spogliatoi Maestrelli fa qualcosa di inaudito: ordina alla squadra di fare dietrofront, rispedisce tutti in campo. I giocatori si piazzano immobili nelle loro posizioni, come statue. I tifosi restano increduli, poi capiscono. Esplode un coro d’incitamento che fa tremare le gradinate. “Noi come statuine. Respiravamo il distillato di potenza che ci veniva offerto dagli spalti”, racconta Martini. Quando gli avversari tornano in campo, si trovano davanti un muro impossibile da spezzare. La Lazio rimonta e vince 4-2, con le reti di Garlaschelli, Nanni e Chinaglia nella ripresa.
Qualche mese dopo lo scudetto, a dicembre, arriva anche la convocazione in Nazionale. Fulvio Bernardini lo schiera titolare in un’amichevole contro la Bulgaria, finita 0-0 a Genova. Ma la parentesi azzurra si chiude subito, e Martini non avrà altre occasioni. “Anche per un certo ostracismo da parte della stampa del nord”, dirà senza peli sulla lingua.

La maledizione: Maestrelli, Re Cecconi e la fine del sogno
Dopo lo scudetto, su quella Lazio irripetibile cala un’ombra lunga e nera. Tommaso Maestrelli si ammala di un tumore al fegato. Torna brevemente in panchina nella stagione 1975-76 per salvare la squadra dalla retrocessione, ma il male non perdona. Muore il 2 dicembre 1976. Martini lo va a trovare in clinica poco prima della fine. “Mi ha insegnato a vivere la vita nella sua interezza, e poi mi ha insegnato a morire”, dirà con una commozione che il tempo non ha mai attenuato. “Quando era ricoverato, ha capito che ero in difficoltà. Con lo sguardo mi rassicurava: tranquillo, è tutto a posto. Come quando giocavamo”.
Poco più di un mese dopo, il 18 gennaio 1977, il destino vibra il colpo più crudele. Luciano Re Cecconi entra in una gioielleria nel quartiere Fleming di Roma insieme al compagno di squadra Pietro Ghedin. Un colpo di pistola lo abbatte. Il gioielliere, terrorizzato da precedenti rapine, impugna un’arma con il cane sensibilizzato. Re Cecconi muore a 28 anni.
Martini arriva con pochi minuti di ritardo all’appuntamento che aveva proprio con Luciano quella sera. Trova centinaia di persone assiepate davanti alla gioielleria. Un amico lo intercetta: “Hanno sparato a Luciano”. Corre all’ospedale San Giacomo. Il dottor Renato Ziaco lo prende per un braccio, gli chiede se vuole vedere il suo amico. Gigi dice di sì. Trova Luciano disteso su un lettino. Il medico gli prende la mano e gliela poggia vicino al rene, dove il proiettile si è fermato. Per tutta la vita, Martini contesterà la versione ufficiale dello “scherzo della rapina”: “Ho letto gli atti, nessun testimone l’ha sentito pronunciare quella frase. Luciano non l’avrebbe mai detto. Sono convinto che sia partito un colpo accidentale”.

Da quel momento, il calciatore che era stato Martini semplicemente smette di esistere. “Quelle due morti ravvicinate mi fiaccarono l’anima e il corpo irrimediabilmente. Sentii spegnersi la fiamma che era dentro di me. Ho provato a continuare, ma era sparito tutto quello che mi teneva in gioco”. Anni dopo, quando gli chiederanno cosa gli direbbe Re Cecconi vedendolo presidente dell’ENAV, Martini risponderà raccontando il loro primo lancio insieme da un C-119 militare: le porte si aprono, entrano folate di vento fortissime, Luciano trema tutto e lo guarda negli occhi: “Gigi, te l’ho sempre detto che eri un pirla”. Poi si lanciano. Insieme, come sempre.
A soli 29 anni, dopo una breve parentesi americana tra il Chicago Sting e il Toronto Blizzard, Gigi appende gli scarpini al chiodo. Rifiuta persino la chiamata della Roma di Nils Liedholm. Duecentoquarantanove presenze e dieci gol in biancoceleste: un capitolo chiuso nel dolore, mai nel rimpianto.
Il cielo, Montecitorio e il mare
La seconda vita di Martini comincia guardando verso l’alto. Quel brevetto di pilota studiato durante i ritiri della Lazio diventa finalmente realtà. Entra in Alitalia e per trent’anni solca i cieli del mondo ai comandi di aerei transoceanici. Ventimila ore di volo. Ma lassù, nella cabina di pilotaggio, le regole sono diverse da quelle del campo. “Non era come in campo, quando Luciano, se sbagliavi, ti copriva le spalle. Volando lassù ho capito per la prima volta che cosa significhi essere solo con te stesso”.
Poi arriva la politica. Nel 1996 viene eletto deputato nelle file di Alleanza Nazionale, rieletto nel 2001. Anche a Montecitorio porta il suo carattere indomabile. “All’inizio è stato complicato: se non sei un politico di professione, devi solo guardare il capogruppo, pollice verde o pollice rosso, non ti fanno toccare palla. Poi, quando sono stato rieletto, ho cominciato a giocare anch’io”. Dal 2009 al 2011 presiede l’ENAV, l’Ente nazionale per l’assistenza al volo.

Ma è il mare l’ultima, definitiva frontiera. Martini acquista un’Amel di 53 piedi e per sette anni la sua casa è una barca a vela. Due volte il giro del mondo, traversate atlantiche con raffiche a 50 nodi, notti insonni e tempeste che mettono a nudo l’anima. La più grande avventura, racconta, non è stata lo scudetto del ’74 ma la traversata da Città del Capo a Cala Galera. “In mare è la vera prova. Il mio momento preferito è la burrasca, perché lì comincia il confronto con la natura”.
D’altronde, Gigi Martini la burrasca l’ha sempre cercata. Tra gli scaricatori di porto di Livorno, nello spogliatoio con Chinaglia che gli stava sulle palle, nei cieli di Alitalia, nei corridoi di Montecitorio. Una vita spericolata e sperimentale, come l’ha definita il Sole 24 Ore, ma mai oltre certi confini.
Eppure il tempo sa aggiustare anche le rivalità più feroci. Anni dopo la fine del calcio, Martini incontra per caso Chinaglia davanti a un’edicola al Fleming. Giorgio è appena diventato presidente della Lazio e lo accoglie con una risata: “Quanto mi rompevi le palle, andavi su e giù per la fascia e non me la passavi mai”. Poi, in pieno stile Chinaglia, aggiunge: “Adesso ho preso la Lazio perché mi voglio bere Agnelli, capisci?”. Martini risale in macchina e si sente pieno di qualcosa di indefinibile, pensa per ore a quella chiacchierata. Anche con Wilson diventeranno amici, “tanto amici, fino alla fine”. Quando nel 2012 Chinaglia muore in Florida per un infarto, Martini si trova a Miami, a due ore di macchina, senza saperlo. Lo definirà “nemico mio amatissimo”. Perché certi legami nati nella trincea di uno spogliatoio non muoiono mai: si trasformano, cambiano pelle, ma restano.
“Da giovane ero 80% istinto e 20% ragione. Ora è il contrario e ho capito tutti i miei errori”, ammette oggi con la saggezza di chi ha imparato a usare la testa dopo una vita passata a correre con le gambe. I confini di un uomo che ha attraversato quattro esistenze con la stessa fame di quel ragazzino che correva sui campetti di Capannori.
Laziale per sempre

Oggi Luigi Martini vive tra il mare e i ricordi. Ha scritto due libri: Sogni Perduti nel 2010 e La Lazio nella Leggenda nel 2024. Antonio Ghirelli, nella prefazione del primo, lo definì uno dei più bei libri mai scritti sul calcio. Il calcio moderno, però, non gli piace. “Faccio molta fatica a guardare una partita. Tutti quei passaggi interlocutori non li sopporto. Noi avevamo quasi il divieto di passare la palla all’indietro: ogni volta che la toccavi, si partiva alla carica verso la porta avversaria”.
Ma c’è una cosa che il tempo non ha scalfito: l’appartenenza. “Laziale lo sono ancora e lo sarò per sempre”. E Luciano Re Cecconi resta l’ombra che gli cammina accanto, il fratello che la vita gli ha strappato troppo presto, il compagno di fascia e di paracadute. “Luciano ancora oggi è l’ombra che mi cammina accanto”.
Calciatore, pilota, politico, navigatore. Quattro vite, un solo uomo. Un uomo che ha conquistato la gloria su un campo di calcio, ha solcato i cieli e i mari, ed è rimasto sempre fedele a se stesso. Un Comandante vero. Perché come dice lui: “Sei calciatore fino a quando scendi in campo, ma sei pilota per tutta la vita”.