Brasilazio: quando Roma parlava portoghese

La straordinaria epopea degli oriundi che trasformarono la Lazio 1931–1935 in una colonia brasiliana.

Genova, 23 luglio 1931. Il piroscafo Conte Verde attracca lentamente al porto. A bordo, mescolati tra emigranti di ritorno e viaggiatori d’affari, ci sono cinque uomini che stanno per cambiare la storia del calcio romano. Hanno la pelle abbronzata dal sole di San Paolo, lo sguardo carico di aspettative e un pallone nel cuore. Si chiamano Amilcar Barbuy, Pedro “Pepe” Rizzetti, Armando Del Debbio, Anfilogino “Filò” Guarisi e André Emanuel Tedesco. Vengono dal Corinthians, dal Santos, dalla Palestra Italia — i templi del futebol paulista — e portano con sé la magia del calcio brasiliano.

Due settimane dopo, il 6 agosto, la nave Duilio scarica a Genova un secondo contingente: il mediano Enzio Enrique Serafini, l’ala sinistra Alejandro Demarìa e la mezzala Josè “Rato” Castelli, quest’ultimi due forgiati nelle giovanili del Corinthians. A fine agosto arriva anche l’allenatore Maturio Fabbi da Belo Horizonte.

Ma i primi a sbarcare, già nella stagione precedente, erano stati i cugini FantoniJuan, detto Ninão, e Octavio, detto Nininho — provenienti dalla Palestra Italia di Belo Horizonte. Due ragazzi di origini toscane, figli di emigranti di Bibbiena, in provincia di Arezzo, che sentivano l’Italia come la loro vera patria.

D’un colpo, la Lazio si ritrovò con nove calciatori italo-brasiliani in rosa e due allenatori carioca. I giornalisti, increduli e affascinati, coniarono un nome che sarebbe rimasto per sempre nella leggenda: Brasilazio.

Figli di due mondi

Chi erano davvero questi uomini? Non semplici mercenari del pallone. Erano oriundi — figli o nipoti di italiani emigrati in Brasile tra fine Ottocento e inizio Novecento — che sentivano di appartenere a due terre contemporaneamente. Intervistati dal quotidiano “Il Littoriale” poco dopo il loro arrivo, Barbuy, Castelli, Del Debbio e Serafini dichiararono di sentirsi italiani a tutti gli effetti, rifiutando l’etichetta di italo-brasiliani.

Fu un terremoto diplomatico. In Brasile, il “Jornal dos Sports” tradusse integralmente l’articolo e scatenò una furiosa polemica. I giocatori vennero bollati come “rinnegati” e “ingrati”: non solo si erano venduti al calcio italiano, ma ora rinnegavano la patria che li aveva cresciuti. Una ferita profonda, che avrebbe segnato per sempre il rapporto tra quei ragazzi e la loro terra d’origine.

Eppure, la nostalgia per il Brasile non li avrebbe mai abbandonati davvero. Li avresti trovati, nelle giornate libere, distesi al sole sulla spiaggia di Ostia — Demarìa, Castelli e Salatin a prendere la tintarella come se fossero a Copacabana — oppure seduti ai tavolini di un caffè di via Cavour, Barbuy, Serafini e Rizzetti, a parlare di saudade davanti a un espresso.

Artisti, ma senza gol

La Brasilazio esordì nella stagione 1931/32 con enormi aspettative. In alcune partite, la formazione schierava nove brasiliani su undici. In un’occasione lo stesso Barbuy, quarantenne e allenatore della squadra, dovette scendere in campo per tamponare le assenze, collezionando una surreale presenza da calciatore.

Il problema, però, era un altro. La Brasilazio giocava un calcio meraviglioso, ma tremendamente sterile. Lo scrittore e giornalista Marcello Gallian, con la prosa elegante dei grandi intellettuali dell’epoca, colse l’essenza di questa squadra in un memorabile articolo sulla rivista “Quadrivio” del novembre 1933. La Lazio, scrisse, era “una squadra squisitamente letteraria e poetica”, a cui mancavano “la zampata, il colpo di testa, l’espugnare feroce e repentino”. I giocatori “giocano sognando”, tessevano trame sublimate, eseguivano finte e dribbling da accademia del pallone, ma davanti alla porta avversaria il tiro finale non arrivava mai: “il pallone sorvola la traversa o rasenta i paletti o piomba a vuoto oltre la linea di fondo”.

Era un calcio per esteti, non per vincenti. Gallian osservava i tifosi laziali sugli spalti — “un drappello sparuto, inferocito e deluso, simili tutti a congiurati contro l’avversa sorte” — e annotava che tra di loro c’era perfino una donna vestita sempre d’azzurro, robusta e appassionata, capace di tenere a bada a pugni gli spettatori più turbolenti. La Brasilazio faceva innamorare e disperare in egual misura.

I risultati lo confermavano: 13° posto nella stagione 1931/32, 10° nel 1932/33, ancora 10° nel 1933/34. Sempre distanti anni luce dalla Juventus, che in quegli anni inanellava scudetti uno dopo l’altro.

Filò, il campione del mondo

Eppure, da quella squadra di poeti del pallone uscì un autentico campione. Anfilogino “Filò” Guarisi — nato a San Paolo da genitori italiani, ala destra rapida come il vento, dotata di un tiro micidiale e di una visione di gioco fuori dal comune — divenne il simbolo della Brasilazio e il primo capitano brasiliano della storia della Lazio.

Il suo inizio a Roma fu complicato. Guarisi giocava male, e nessuno capiva perché. La spiegazione era tanto semplice quanto bizzarra: stava aspettando un paio di scarpe da calcio fatte su misura per i suoi piedi, spedite appositamente dal Brasile. Quando finalmente arrivarono, Filò si trasformò. Divenne uno dei migliori giocatori della Serie A, una spina nel fianco per qualsiasi difensore.

Il commissario tecnico della Nazionale, Vittorio Pozzo, non poteva ignorarlo. Lo convocò in maglia azzurra per la prima volta il 14 febbraio 1932, in un’agevole vittoria contro la Svizzera. Poi lo inserì nella rosa per il Mondiale del 1934, disputato in casa, in Italia. Guarisi giocò la partita inaugurale contro gli Stati Uniti — un rotondo 7-1 — e fece parte della spedizione che alzò al cielo la Coppa Rimet il 10 giugno 1934, a Roma, battendo la Cecoslovacchia 2-1 ai supplementari.

Filò divenne così il primo brasiliano della storia a vincere un Campionato del Mondo. Un record destinato a durare ventiquattro anni, fino al trionfo della Seleção in Svezia nel 1958 con Pelé. Non lo vinse con la maglia verdeoro, certo, ma con quella azzurra. E rimane ancora oggi il primo e unico giocatore della Lazio ad aver sollevato la Coppa del Mondo.

La tragedia di Nininho

L’ultima stagione della Brasilazio, il 1934/35, avrebbe dovuto essere quella della svolta. La squadra si era rinforzata con un giovane centravanti arrivato dalla Pro Vercelli, un ragazzo vercellese destinato a diventare il più grande goleador della storia del calcio italiano: Silvio Piola. Con lui davanti, la sterilità offensiva poteva finalmente essere curata.

Ma il destino aveva in serbo una tragedia che avrebbe spezzato il cuore della Brasilazio.

20 gennaio 1935, Stadio del PNF, Roma. Lazio-Torino. Durante il match, Octavio “Nininho” Fantoni — 27 anni, titolare inamovibile, beniamino dei tifosi per la sua grinta e il suo attaccamento alla maglia — viene colpito violentemente al naso in uno scontro con un avversario. Esce dal campo sanguinante, si fa medicare, e dopo cinque minuti rientra in campo con il coraggio dei guerrieri. Contribuisce persino al pareggio finale, siglato da uno splendido gol di Piola.

Sembra un banale infortunio. Invece, nei giorni successivi, la situazione precipita. Il 24 gennaio Octavio viene ricoverato al Policlinico Morgagni con febbre altissima. I medici riscontrano una frattura alle ossa nasali, poi un’infezione al ginocchio pieno di pus. Le condizioni peggiorano di giorno in giorno. I compagni di squadra, di ritorno da una trasferta a Milano, gli fanno visita. Lo trovano in condizioni discrete, ma è un’illusione.

L’8 febbraio 1935, Octavio Fantoni muore di setticemia. Ha 27 anni. Lascia due figlie piccole, di otto e sette anni, già orfane di madre.

Roma si ferma. Il “Messaggero” titola: “È un lutto per il calcio italiano”. Il funerale diventa un corteo immenso: il Lungotevere Prati, Ponte Cavour, Piazzale di Ripetta sono gremiti di folla. Arrivano corone dall’Ambasciata del Brasile, dai presidenti di Lazio, Roma, Ambrosiana e Juventus, dai compagni di squadra. Su tutti i campi d’Italia viene osservato un minuto di silenzio.

La Lazio chiede il rinvio della partita successiva, in trasferta a Livorno. Il presidente toscano rifiuta. I biancocelesti sono costretti a giocare con il lutto al braccio, la morte nel cuore e la rabbia in petto. Vincono 2-0, senza i Fantoni, rimasti a Roma a piangere il loro cugino. La FIGC assegnerà a Octavio la Medaglia d’Argento al Valore Atletico, decorazione riservata ai calciatori caduti in gara.

L’ultimo samba

Nonostante il dramma, la stagione 1934/35 fu paradossalmente la migliore della Brasilazio: un quinto posto finale, il risultato più alto mai raggiunto dalla colonia brasiliana in maglia biancoceleste. Ma era un canto del cigno.

Nell’estate del 1935 la rivoluzione fu totale. I brasiliani, uno dopo l’altro, fecero le valigie. Del Debbio, Demarìa, Serafini, i Fantoni superstiti — tutti tornarono dall’altra parte dell’oceano. L’unico a restare fu Guarisi, il campione del mondo, che dopo una breve parentesi in Brasile rientrò a Roma il 23 dicembre 1935, sbarcando dal piroscafo Conte Grande.

La Brasilazio era finita. Ma la sua anima sopravviveva nel cuore di chi l’aveva vissuta.

Una foto di gruppo del 1933/34 con i tre Fantoni e Demaria i piedi e Serafini, Guarisi e Salatin accosciati

Ex-Plaers do Lazio

8 marzo 1936, Belo Horizonte, campo della Palestra Italia. È una giornata di sole brasiliano, e sul prato verde succede qualcosa di commovente. I vecchi compagni della BrasilazioDel Debbio, Pepe Rizzetti, Duilio Salatin, Serafini, Tedesco, Rato Castelli e Demarìa — si ritrovano, si abbracciano, indossano un’ultima volta una maglia comune e scendono in campo contro una selezione locale. La squadra si chiama “Ex-Plaers do Lazio” — un nome storpiato, tenero, indimenticabile.

Dall’altra parte della rete ci sono i tre fratelli FantoniNinão, Niginho e Orlando — schierati con la Palestra Italia. Ad arbitrare: Amilcar Barbuy, l’uomo che un giorno aveva attraversato l’oceano per portare il samba a Roma.

Gli ex biancocelesti vincono 4-1. Ma il risultato non conta. Conta la nostalgia che si respira su quel campo, i ricordi di trasferte in treno attraverso l’Italia, le partite sotto il sole dello Stadio del PNF, le sere romane tra pasta e cafezinho. Conta soprattutto un gesto: l’intero incasso della partita viene devoluto alle figlie del compianto Octavio Fantoni, il ragazzo che aveva dato la vita per il pallone.

Epilogo: Una squadra per sempre

La Brasilazio non vinse mai nulla. Nessuno scudetto, nessun trofeo. Nel freddo linguaggio delle classifiche, fu un esperimento sostanzialmente fallito: quattro stagioni di medio-bassa classifica, con un quinto posto come unico guizzo di orgoglio.

Eppure, quasi un secolo dopo, il suo nome risuona ancora. Perché la Brasilazio fu qualcosa di più di una squadra: fu un’utopia calcistica, un sogno di bellezza portato dall’altra parte del mondo, un pezzo di Brasile trapiantato sulle rive del Tevere. Fu la storia di uomini che attraversarono l’oceano inseguendo un’identità spezzata tra due patrie, e che trovarono nel calcio — nel gesto atletico più bello e più inutile che esista — un linguaggio universale per raccontare chi erano.

Ancora oggi, nella storia della Lazio, c’è un capitolo scritto in portoghese. E profuma di saudade.