Mondiali 1990: Italia-Uruguay 2-0

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Un Serena per amico

Con due gol nella ripresa battuti anche i sudamericani. Dopo un primo tempo duro e spigoloso Vicini pesca il «jolly». L’attaccante interista, appena entrato, serve a Schillaci il pallone del primo gol e poi mette al sicuro il risultato

Questa nazionale sa vincere comunque. Un tempo, e neppure troppo remoto, pareva capace solo di adattarsi al gioco dell’avversario. Ieri sera contro una squadra che quasi ti obbliga ad adattarli al suo gioco gli azzurri sono riusciti a non farsi invischiare dai gommosi e anche spocchiosi uruguagi e li hanno liquidati con un secco due a zero. Vicini, ancora una volta, le ha azzeccate proprio tutte. Ha rispolverato il dimenticato Serena e l’Aldo ha dato la palla del primo gol a Schillaci e ha raddoppiato facendosi un gran bel regalo nel giorno del suo trentesimo compleanno.

Non e ancora scattato il primo minuto di gioco che Baggio e Schillaci sembrano voler ricominciare da dove avevo magnificamente concluso con la Cecoslovacchia. La strana coppia con una serie di scambi sorprende la difesa uru- guaiana, Baggio poi dalla destra rimette al centro dove Schillaci prova la mezza rovesciata volante: la palla sbatte per terra prima di finire, anche se di poco, fuori. La preventivata rognosa partita poteva essere addomesticata sul nascere. Potevano partire in discesa gli azzurri ed invece, la partita si capisce subito che sarà tutta in salita. Una salita resa ancor più complicata dal saponoso gioco degli uruguagi. Al 5′ Schillaci servito sempre da Baggio con un colpo di testa all’indietro ha un’altra occasione per far saltare i premeditati schemi tattici architettati dallo scontroso Tabarez, ma si lascia anticipare dal portiere Alvez. Ma è solo un’episodio, poi come le «carogne» dell’esercito di moscerini che incollano i fogli degli appunti in tribuna stampa, i falsamente addormentati uruguagi trasformano il centrocampo in una zona appiccaticcia. Gli azzurri non riescono a togliersi dai tacchetti la melassa sudamericana.

Anche quello della nazionale celeste è un calcio bailado, ma da ballo del mattone. Corta, stretta la squadra uruguagia e con la determinata voglia di difendersi ad oltranza. Sosa é rimasto in panchina e in avanti si avventura soltanto il prossimo cagliaritano Fonseca. L’Uruguay con lo sapienza del palleggio ravvicinato riesce a non far giocare gli azzurri. Frenate soffici quelle degli uruguaiani che hanno il potere di far perdere il rimo agli azzurri e di logorarli sotto il profilo nervoso facendogli toccare con piede l’impotenza di distendersi, di scambiate il pallone in velocità.

Ha qualche buono spunto Baggio, mentre Giannini sembra tra quelli che soffrono di più il sistema di gioco imposto dalla squadra di Tabarez. Il Principe non riesce a prendere le giuste misure per dare l’abito adatto alla manovra di attacco. E la rattrappita atmosfera che assieme all’afa pesa sul prato dell’Olimpico gioca un brutto scherzo a De Napoli, che sta facendo di tutto per non far vedere che sulla fascia destra manca Donadoni. Su un suo contratto appoggio all’indietro si avventa Aguilera. Bergomi prova a metterci una pezza provando a falciarlo al limite dell’area. II fallaccio non riesce ma non sa comunque sfruttare l’occasione Aguilera che tira malamente e obbliga Zenga ad un platonico tuffo.

Scampato il pericolo della beffa l’Italia si ritrova a fare i conti con il beffardo gioco degli uruguaiani. E i conti non tornano. Tutta la voglia di gioco degli azzurri finisce nel cinico imbuto «celeste». Vicini negli spogliatoi non cambia nulla, ma dopo pochi minuti della ripresa comincia a far scaldare una pattuglia di possibili cambi: Ancelotti, Vierchowod, Vialli e Serena. Decide di buttare dentro la torre interista al posto del volenteroso Berti. E servirà per dare scacco mallo agli arroccati uruguagi. Il ct Tabarez risponde tirando fuori dalla naftalina Ruben Sosa. La partita si accende, gli azzurri riescono a dare violente strattonate all’insidiosa flemma dei sudamericani. Al 10′ Schillaci è ad un passo dallo strappo definitivo. Lungo lancio di Baresi che Serena giudica inutile e la difesa uruguaiana innocuo. Ma non per Schillaci che con una delle sue «sgommate» a pelo d’erba si avventa sul pallore, spiazza il portiere in uscita e tira, ma Alvez; mentre cade riesce con un braccio a deviare il pallone.

Ma ormai l’Italia e riuscita a dare un’impronta nuova alla partita e il timbro a secco arriva al 25′. Serena si improvvisa finisseur e d’esterno serve Schillaci. facendo passare la palla tra le gambe di Gutierrez. Totò tira fuori tutta la sua potente prepotenza e con una gran botta buca Alvez. Ce n’è voluta per scardinare l’oliato catenaccio uruguagio ed ora si ha la netta sensazione che la porta sia addirittura spalancata. Serena, dopo aver sognato questo mondiale, vuol dare concretezza a l’occasione che gli è stata data. E ci riesce ad una manciata di minuti dalla fine alla sua maniera: punizione di Giannini, classico stacco di testa e perentoria incornata. Lo spigoloso Uruguay è stato definitivamente smussato ed ora appuntamento a sabato per spianare anche l’Eire.


Matarrese: «Vicini un fortunato che rischia»

Vicini, è andata anche questa.
«Sì, è andata e non è stata facile. L’Uruguay ci ha costretto a giocare la partita difficile che ci aspettavamo, hanno adottato la solita tattica: molto chiusi dietro e sempre pronti al rilancio. In questo modo non ci hanno dato respiro. Abbiamo avuto momenti di difficolta. Nella ripresa i ragazzi hanno aumentato il ritmo e sono arrivati i due gol, tutti e due direi molto belli».
Ma se non segna Schillaci, la partita rischia di rimanere incartata.
«Il gol di Schillaci é stato molto importante. Totò non si e ancora meritato un monumento, ma é sulla buona strada…».
L’ingresso di Serena è stato importante».
«Il fatto è che nel primo tempo avevamo avuto qualche difficoltà in zona gol, nel senso che eravamo riusciti a creare poche azioni pericolose. Uno come Aldo mi serviva. Mi servivano i suoi colpi di testa, ma anche la sua capacità di lottare. Ma sapete, ora mi dite che e stata una scelta azzeccata… però io credo che le scelte, quando si vince, sono sempre azzeccate».
Anche stavolta, comunque, i cambi che lei ha apportato hanno avuto un peso sull’andamento della partita.
«Ma vedete, io credo che i cambi, in un campionato del mondo come questo, siano assolutamente importanti. Certe volte devi sostitute un giocatore avversario, ma altre volte cambi anche per motivi tattici, perché poi le squadre che si affrontano non sono sempre uguali, non hanno tutte il medesimo gioco».

Senta Vicini, cambi o no, questa Italia sembra in crescita anche dal punto di vista atletico. E un’impressione?
«Mah, un’impressione… io dico che anche questa partita, come tutte quelle che abbiamo disputato fino a questo punto, é stata giocata dai miei ragazzi ad altissimo ritmo, con una costante pressione offensiva. D’altra parte, siamo obbligati a questo tipo di atteggiamento tattico, giochiamo in casa… Però, ecco, voi dite che la squadra cresce, e io invece comincio ad essere preoccupato. Mi auguro che la fatica non esca fuori alla distanza… perché io ho paura che un po’ di fatica già ci sia».
Baggio e Schillaci hanno preso molte botte.
«Li picchiano un po’, é vero, ma prendono le botte che generalmente prendono tutti i talenti che hanno magari un bel dribbling, uno scatto notevole, e che però non posseggono una gran fisico. Maradona, in questo senso, è un esempio».
Ad un certo punto, lei ha fatto scaldare Vialli.
«Gianluca si scaldava con altri tre giocatori. Poi ho deciso di non farlo entrare. Ora spero che recuperi. Per la verità, spero che recuperi anche Donadoni. Uno come lui, in una partita come questa, ci sarebbe stato utilissimo».
Ora c’è l’Irlanda, nel quarti.
«L’Irlanda… no, guardate, per ora non voglio parlarne».

Tossisce, vuota un bicchiere di Coca-Cola, il cittì azzurro. Saluta e va via.
È stata una conferenza stampa piuttosto frettolosa, e comunque, anche stavolta, Vicini é sembrato serioso, poco propenso alla soddisfazione dichiarata. Come se volesse tenersi tutto dentro. Anche qualche sorriso.
Sorride, invece, a guance larghe, il presidente della Federcalcio, Antonio Matarrese. Gli chiedono: “Presidente, un’altra bella vittoria. Un’altro volta nel segno di Totò-gol. E lei presidente, lei che dice?”.
Matarrese ci pensa su un attimo, poi risponde: «Penso che quello che stiamo facendo è il minimo che potessimo fare, con una squadra cosi e con un pubblico straordinario, incredibile. Voglio dire che il risultato sportivo è adeguato alle nostre forze, ed è chiaro che adesso, puntiamo decisamente ad arrivare tra le prime quattro. La vittoria contro l’Uruguay, se posso dirlo, ha un nome: quello di Vicini, io Vicini l’ho cominciato a conoscere agli Europei di Germania, ora lo conosco meglio. E devo dire che è un uomo fortunato che ama la sfida: mi piace. Mi piace la gente cosi. Come dice quel proverbio? Chi non risica non rosica? Dice cosi, no?».

Per ultimo, il commissario tecnico dell’Uruguay.
Il signor Tabarez ha una faccia meno ironica del solito. Nel suo spogliatoio c’é stata un po’ di baruffa. Sulla partita racconta che «tutto s’era messo per il meglio, ma poi è venuto fuori quello Schillaci, che può essere il giocatore rivelazione del mondiale. È veloce e potente al tempo stesso. Non se ne trovano troppi di giocatori cosi». Sta andando via, Tabarez, ma vogliono una sua battuta sull’arbitro. Risponde con parole di ghiaccio: «L’arbitro? Lo sapete, non ne parlo mai».

Il Tabellino

Roma, lunedì 25 giugno 1990 ore 21.00
ITALIA – URUGUAY 2 – 0
Reti: 1:0 Schillaci (65), 2:0 Serena (85)
Italia: Zenga, F. Baresi, Bergomi (c), De Agostini, Ferri, Maldini, Berti (54 Serena), De Napoli, Giannini, R. Baggio (80 Vierchowod), Schillaci. Allenatore: Azeglio Vicini
Uruguay: Alvez, Gutierrez, De Leon, Dominguez, Pintos, Perdomo, Ostolaza (80 Alzamendi), Francescoli (c), Ruben Pereira, Aguilera (67 Sosa), Fonseca. Allenatore: Oscar Tabarez
Arbitro: Courtney (Inghilterra)

Le Pagelle

ZENGA 6,5
Il numero uno azzurre finora in questo mondiale in porta ci è andato perche non si può infrangere il regolamento, ma realisticamente sono state fino adesso rare le occasioni nelle quali ha potutto mettersi in mostra. Ieri sera due o tre interventi solo un pizzico al di sopra della normale amministrazione, e in alcuni casi ci ha messo anche un po’ di platealita, forse per giustificare il suo record di imbattibilità che ora è giunto a quota 823′.
BARESI 7
Nessuna giocata di straordinaria bellezza. Ma con lui dietro si respira aria di costante sicurezza. Quando c’e da sbrogliare qualche matassa lui puntualmente trova il bandolo ed e decisivo il suo apporto di personalità e carattere. In ogni momento della partita riesce a trovare sempre il modo per far ragionare la squadra o per incitarla ad essere più “scriteriata”.
BERGOMI 6,5
Con quelle punte retrattili ha dovuto faticare più del solito per trovare il tempo e la misura quando i sornioni avanti uruguagi si affacciavano nell’arca azzurra. Ha faticato ma non sofferto. L’unico a farlo soffrire è stato De Napoli con quello sventurato appoggio all’indietro che per poco non mandava in gol Aguilera.
FERRI 6,5
Una partita solida, quadrata la sua. Non ha dovuto tirare fuori tutto il repertorio del suo bagaglio di difensore d’annata. Ha provato a tirare fuori il suo colpo su punizione, ma la sua bomba non è esplosa nello specchio della porta. Continua a giocare ad un livello di ampia sufficienza e a lare i «dispetti» a Vierchowod costretto ad un’immeritata ma obbligata panchina.
MALDINI 6
C’è purtroppo il rischio di ripetersi. Il milanista è il meno «colorito» degli azzurri. Il suo gioco è smunto come il faccino. Finché se ne sta sulla sue se la cava senza infamia e senza lode, a volte però prova a dare dimostrazione di autorità e fatalmente mette In mostra i suoi limiti di condizione.
BERTI 6
Il cavallone interista si è trovato subito a mal partito in quel risicato maneggio che gli uruguagi avevano allestito a centrocampo. Non è riuscito a trovare la misura, ne è stalo capace di rubare il tempo agli avversari. Ammonito per la seconda volta non giocherà contro l’Eire.
DE NAPOLI 7,5
È tornato «Rambo». Sulla fascia destra non c’era l’infortunato Donadoni e lui lo ha fatto rimpiangere appena, appena. Non sa fondere come il milanista la quantità con la qualità ma quanto ha lavorato, corso, recuperato e rilanciato. Con lui Vicini ha vinto un’altra delle sue tante scommesse. De Napoli all’inizio era apparso tra i più opachi, ma al momento giusto è tornato i lampeggiante portatore d’acqua e non solo quello.
DE AGOSTINI 6
La partita intera forse gli ha nuociuto se è vero che negli spezzoni finora giocati era stato sempre molto bravo. Ma anche lui ha sofferto la particolare dimensione tattica della partita, resa ancor più complicata dalla sua posizione in campo. Sa giocare anche da centrocampista ma come terzino di fascia può esprimere al meglio le sue qualità. Anche per lui comunque la sufficienza è d’obbligo tenendo conto dell’impegno.
GIANNINI 6,5
Il Principe non ha avuto l’occasione di brillare come al solito. Il rognoso gioco degli uruguaiani mal si adatta al suo elegante incedere. Ma il Principe ormai non è soltanto un giocatore da parata. Sa stringere i denti e trovare il modo di dare comunque il suo contributo alla squadra.
SCHILLACI 7,5
Con lui le parole sono davvero sprecate. È l’emblema dell’essenzialità ma il suo calcio scarno è di una folgorante bellezza, cosi come i suoi gol carichi di rabbiosi effetti.
BAGGIO 6,5
Ha cominciato in maniera esaltante con uno stupendo scambio con Schillaci, ha proseguito con altre delizioso giocate seppur a corrente aitemata. Ma ha riempilo i moricnti di pausa creativa con un onesto lavoro di copertura. Un altro aristocratico del calcio capace anche di rimboccarsi le maniche.
SERENA (dal 52′) 7
Anche per lui la panchina sembrava il massimo traguardo possibile. Vicini, invece, lo ha usalo come un altro dei suoi tanti assi nella manica e l’interista ha sbancato l’Olimpico: un delizioso assist per Schillaci nell’azione del primo gol ed uno tutto personale «alla Serena». E c’era chi sosteneva che non sarebbe mai potuto entrare a partita iniziata, perché lento a carburare. Se la partita fosse proseguita ad oltranza dava l’impressione di essere in grado di sparare gol a grappoli.
VIERCHOWOD (dal 79′) S.V.
Troppo pochi dieci minuti per giudicare il «russo» che il sei lo strappa appena mette piede in campo.