Oriundi: una storia (quasi) italiana

oriundi-nazionale-wp

In principio fu Eugenio Mosso, argentino di Mendoza, a battezzare la maglia azzurra nelle vesti di oriundo nel lontano 1914 nell’amichevole contro la Svizzera. Sei anni dopo toccò a Ermanno Aebi, come secondo oriundo, ad esordire con la maglia azzurra il 18 gennaio 1920. Di origine svizzera, ma nato a Milano, questi fu soprannominato suo malgrado “signorina” per la grande tecnica ed eleganza nello stare in campo. L’anno successivo, nel novembre 1921, fu la volta di Giovanni Moscardini. Nato in Scozia da genitori italiani fa il suo esordio con gol in Svizzera-Italia 1 a 1. Nel 1926 ecco Julio Libonatti, argentino naturalizzato italiano che in nazionale collezionerà la bellezza di 17 partite e 15 gol. Il primo dicembre 1929 è l’occasione per un doppio esordio di oriundi; la partita è Italia-Portogallo, che terminerà 6 a 1, ed in campo in azzurro scendono l’argentino Raimundo “Mumo” Orsi e il paraguaiano Attila Sallustro. Il primo, ala sinistra funambolica con la passione del violino, fece breccia nel cuore della Juventus che riuscì ad assicurarselo per una cifra enorme che all’epoca fece molto discutere. Il secondo, il paraguaiano Sallustro, era un attaccante rapido e venerato dai media alla stregua di un divo per la sua imponente bellezza.

Da sinistra, Eugenio Bosso, il primo oriundo della Nazionale, Libonatti, Orsi e Sallustro

Negli Anni ’30 gli oriundi in nazionale aumentano nonostante in un primo momento il fascismo ne avesse vietato l’utilizzo. Si parte con Renato Cesarini, nato in Italia ma trasferitosi con la famiglia in Argentina. Famoso per i suoi gol nei minuti finali di gioco (ancora oggi si parla di “zona Cesarini”). È il turno poi di Guarisi e Fedullo, brasiliano il primo che giocò diverse stagioni con la maglia della Lazio e uruguaiano il secondo: esordirono nella stessa partita, Italia-Svizzera 3 a 0 del 14 febbraio 1932. Altri sudamericani erano già in rampa di lancio: l’uruguaiano Raffaele Sansone seguito dalla coppia argentina Luis Monti e Attilio Demaria. Monti, fu l’unico calciatore ad aver disputato 2 finali mondiali con 2 squadre differenti (nel 1930 con l’Argentina e nel 1934 con l’Italia). L’11 febbraio del 1934 (Italia-Austria 2-4) esordisce con la maglia azzurra Enrique Guaita: attaccante argentino naturalizzato italiano, giocò in entrambe le nazionali. Lasciò un ottimo ricordo in 2 campionati disputati con la maglia della Roma. Nello stesso anno esordisce anche lo sfortunato Ottavio Fantoni, che morì l’anno successivo a causa di un’infezione contratta in un incidente di gioco. Gli Anni ’30 segneranno gli esordi anche dell’argentino romanista Scopelli, e degli uruguaiani Porta, Andreolo, Faccio, Mascheroni, detto “el tio”, lo zio, una sorta di Bergomi ante litteram, e Puricelli soprannominato “testina d’oro”.

Ricchissimi gli anni Trenta: Cesarini, Guaita, Monti e Sansone

La vera e propria razzia di cui fu oggetto il calcio sudamericano, se da una parte fece la fortuna del nostro calcio, che vide aumentare in maniera esponenziale la caratura tecnica del massimo torneo e della Nazionale di Pozzo, che ricorse in modo massiccio ai naturalizzati, dall’altro provocò una vera e propria crisi diplomatica che si riverberò sui Mondiali del 1934. In quell’anno, infatti, i club argentini non vollero concedere i loro assi più rinomati alla selezione biancoceleste, per paura di un ulteriore depauperamento che poteva derivare dal mostrare i loro gioielli ai compratori italiani. Il Mondiale italiano fu così privato della partecipazione di una delle protagoniste più attese, quella Argentina che nella competizione di quattro anni prima aveva dato filo da torcere all’Uruguay campione.

In campionato ad approfittare in maniera massiccia dell’opportunità offerta dalla normativa sugli oriundi, fu soprattutto la Lazio che chiamò a far parte della propria rosa ben nove brasiliani, tanto da essere ribattezzata “Brasilazio”. Ai cugini Fantoni, arrivati nel corso dell’anno precedente, si aggiunsero i vari Guarisi, Castelli, Del Debbio, De Maria, Rizzetti, Serafini e Tedesco, tutti elementi assai validi, alcuni dei quali avevano anche indossato la maglia della nazionale verdeoro, ma abituati ad un tipo di calcio assai differente da quello in vigore sui nostri campi, dove già aveva preso piede la moda di randellare a tutto spiano gli elementi più dotati tecnicamente. L’ambientamento in un tipo di calcio così diverso divenne molto problematico, se non impossibile. Ne risultò per la squadra biancoceleste una mancanza di continuità e una serie di alti e bassi assai pericolosi in un torneo difficile come il massimo campionato italiano.

Agli Anni ’40 è legato solo il nome di Rinaldo Martino, argentino di Rosario ma con chiare origini italiane. Gli Anni ’50, invece, sono decisamente più densi. Dopo Eduardo Ricagni, argentino naturalizzato italiano, che debuttò in Italia-Cecoslovacchia nel 1953, fu la volta, nel 1954, di Juan Alberto Schiaffino, detto “Pepe”, centrocampista uruguaiano dalla classe indiscutibile («Forse non è mai esistito regista di tanto valore» scrisse di lui Gianni Brera) e dall’immensa tecnica e visione di gioco. Giocò con Milan e Roma. Si narra che, legatissimo alla moglie, nel contratto firmato con il Milan fece inserire una clausola sulla possibilità che lei lo potesse seguire anche nei ritiri.

Juan Fantoni, Rinaldo Martino, Eduardo Ricagni e il Pepe Schiaffino

Nel 1956 è poi il turno di Miguel Angel Montuori, numero 10 tra i più amati della storia della Fiorentina. Noto per essere arrivato in Italia su segnalazione di un sacerdote, ebbe però una carriera breve e sfortunata: a soli 28 anni dovette dire addio al calcio a causa di una pallonata violentissima in pieno volto che gli provocò il distacco della retina. Passerà alla storia anche per essere stato l’unico oriundo ad aver giocato una partita della nazionale azzurra con la fascia di capitano. L’11 novembre del 1956 è la volta di Edwing Ronald Firmani, giocatore di origine sudafricana e nazionalizzato italiano.

Intanto sulla scena irrompono come al solito i sudamericani: l’argentino Bruno Pesaola detto il “Petisso”, l’uruguaiano campione del mondo Alcide Ghiggia, ala dal baffo caratteristico che gli conferiva un aspetto cinematografico e che divenne italiano per un atto di notorietà passato alla storia quantomeno come sospetto; il brasiliano Dino Da Costa, uno dei giocatori più prolifici della storia della Roma. Attaccante dotato di un tiro potentissimo, per il quale venne soprannominato dai tifosi “Spaccareti”, Da Costa, a pari merito con Marco Delvecchio, detiene tuttora il record di marcature nei derby contro la Lazio; l’argentino Francisco Ramon Lojacono, famoso oltre che per le sue doti di calciatore anche per le galanti scappatelle notturne durante i ritiri della squadra. Una curiosità storica: Ghiggia-Schiaffino-Da Costa-Montuori, scesero in campo nell’incontro di qualificazione ai Mondiali 1958 che si disputò a Belfast contro l’Irlanda del Nord: l’Italia vinse per 2 a 1 e questo scatenò enormi polemiche da parte irlandese sull’inflazionata nostra abitudine a portare in nazionale giocatori stranieri di nascita.

Dagli anni 50 arrivano Montuori, Ghiggia, Lojacono e Da Costa

Negli Anni Sessanta incontriamo gli oriundi forse più famosi nella storia passata della nazionale azzurra e che faranno parlare molto di loro. Gli argentini Omar Enrique SivoriHumberto Maschio e Antonio Valentin Angelillo e il brasiliano José Altafini. Sivori, Angelillo e Maschio formarono un trio destinato a rimanere nella memoria del calcio con il nome di “Angeli dalla faccia sporca” (appellativo mutuato dal titolo del famoso film del 1938 interpretato da Humphrey Bogart e James Cagney) per l’aria da impertinenti “scugnizzi” che avevano in campo e fuori. Di Sivori se ne innamorò, calcisticamente parlando, l’avvocato Gianni Agnelli che lo strappò alla feroce concorrenza dell’Inter portandolo alla Juventus con la quale avrebbe vinto il Pallone d’Oro nel 1961, in un’epoca in cui lo si poteva assegnare soltanto ai giocatori europei.

Detto “Et Cabezón” per la folta capigliatura, Sivori fu un mito per i ragazzini di allora che camminavano con i calzettoni abbassati alle caviglie, a cacaiola, come avrebbe detto Brera, proprio come faceva lui in campo. Maschio e Angelillo si trovarono, invece, a giocare con l’Inter e proprio Angelillo continua ad essere il miglior attaccante con 33 gol in altrettante partite di campionato, nel ’58-’59. Nel 1961 però il rapporto con il club di Angelo Moratti si deteriora: l’allenatore Helenio Herrera accusa Angelillo di dolce vita. In effetti, la resa sul campo è al di sotto delle attese e delle sue oggettive possibilità e Angelillo passa qualche nottata di troppo insieme ad una piacente signora, nota ballerina di night.

La maglia azzurra di José Altafini, invece, scatenò grandi polemiche al punto da creare una sorta di incidente diplomatico col paese carioca. A distanza di tanti anni, Altafini prova ancora del rammarico per aver scelto la nazionale italiana: «Giocare con la maglia azzurra è stato il più colossale errore della mia carriera. Avevo già vinto un mondiale col Brasile nel ’58, ero bravo, avevo solo due anni meno di Pelè. Da giovane non c’è nessuno a darti i consigli giusti, la proposta azzurra mi sembrava bella, ero contento, il doppio passaporto mi spettava, anche il Milan era soddisfatto perché poteva tesserare uno straniero in più. Morale della favola: gioco solo sei partite con l’Italia, segnando comunque cinque gol, e la Fifa proibisce la doppia nazionalità. Se fossi rimasto solo brasiliano, avrei probabilmente vinto tre mondiali. Invece, a ventiquattro anni la mia carriera in nazionale era già finita…».

La coppia da sogno: Altafini (6 presenze e 5 reti) e Sivori (9 presenze e 8 reti)

Gli Anni ’60 videro l’esordio in azzurro anche di Angelo Benedicto Sormani, “Mister mezzo miliardo” perché tanto lo pagò la Roma, una cifra record a quei tempi. In campo, forse in maniera eccessiva e forse anche irriverente nei confronti del grande O’Rey si guadagnò anche l’appellativo di “Pelè bianco”.

Per trovare un nuovo esordio di un oriundo in maglia azzurra bisogna fare un salto di 40 anni, precisamente al 12 febbraio 2003: allo Stadio Ferraris di Genova si disputa la partita amichevole tra l’Italia di Trapattoni e il Portogallo. In campo c’è lo juventino Mauro German Camoranesi, argentino di nascita ma con passaporto italiano. Camoranesi sarà negli anni un punto fermo della nazionale azzurra diventando il primo oriundo dal dopoguerra (e il settimo in assoluto) a vincere la coppa del mondo con la maglia azzurra.

Il resto è storia contemporanea: nel 2010 esordiscono nella nazionale di Prandelli gli “stranieri” Amauri e Cristian Ledesma. Poi vengono – con poca fortuna – Osvaldo e Paletta. Più convincente il contributo di Thiago Motta, soprattutto nel secondo posto all’Europeo 2012. Fino a oggi, fino a Eder, Vazquez e Jorginho, che hanno portato ad oltre una cinquantina il numero degli oriundi convocati nella storia azzurra. Un numero destinato ad allargarsi in maniera inesorabile, in un mondo sempre più piccolo e sempre più integrato.

Anni duemila: il campione del mondo Camoranesi, Thiago Motta, Eder e Jorginho