PECCI Eraldo: scarpe grosse, cervello fino

Un centrocampista romagnolo che faceva correre il pallone al posto delle gambe. Figlio di contadini, cervello sopraffino, piedi numero 43. Ha vinto uno scudetto leggendario, condiviso lo spogliatoio con Maradona e trasformato il calcio in racconto.

Eraldo Pecci nasce il 12 aprile 1955 a San Giovanni in Marignano, provincia di Rimini. Un borgo che per secoli aveva vissuto di grano e di fede — il granaio dei Malatesta, lo chiamavano — e che col tempo ha semplicemente cambiato il modo di stare insieme. Dove una volta c’erano le aie e le sagre, oggi ci sono i campi sportivi e i tornei di paese. Il calcio, da queste parti, ha ereditato la stessa funzione che avevano la trebbiatura e la parrocchia: tenere unita la gente, dare un ritmo alle giornate, offrire un posto dove ritrovarsi. La comunità è rimasta, è cambiato solo il pretesto.

Il padre gestisce un ristorante, la madre manda avanti la casa. Una famiglia romagnola come tante: poco incline ai sentimentalismi, concreta, con l’affetto che passa dai gesti più che dalle parole. “Il focolare restava acceso tutto l’inverno“, racconterà anni dopo — un modo suo per dire che il calore c’era, semplicemente non serviva dichiararlo.

Il calcio in casa Pecci non arriva da un padre ex giocatore o da chissà quale tradizione sportiva. Arriva come arrivava ovunque in quegli anni: dalla strada. Partite sui marciapiedi, muri al posto delle porte, si giocava finché c’era luce. Ma la passione per il pallone in famiglia circolava, era una cosa naturale, condivisa. E il piccolo Eraldo, tra i tavoli del ristorante paterno e le partitelle di paese, mostrava qualcosa in più degli altri. Il calcio ce lo aveva nel sangue, restava solo da capire dove lo avrebbe portato.

A sei anni il piccolo Eraldo è già un predestinato. Con quei piedi che un giorno diventeranno leggendari — numero 43, sproporzionati per un ragazzino destinato a non superare il metro e settantadue — incanta persino il prete che ha messo su la squadretta dell’oratorio, la Superga ’63 di Cattolica. Prima ancora di toccare un pallone da professionista, colleziona figurine. Le guarda, le annusa, le sogna. “Sin da piccolo, già quando collezionavo figurine, la mia mente volava verso i campi sportivi”, confesserà. Ed è proprio quel bambino che un giorno si ritroverà faccia a faccia con i suoi idoli: “Quando ho iniziato io e giocavo contro Rivera, Mazzola, Boninsegna, gli davo del lei. Per me erano delle figurine”. La battuta arriva subito, come sempre: “Poi ho capito che ero diventato un calciatore vero quando sentii un bambino che, per avere la figurina di Pecci, era disposto a dare in cambio un Rivera e un Boninsegna.

Bologna: il liceo del pallone

Il passaggio dal polveroso campetto parrocchiale alle giovanili del Bologna è il primo grande salto. La città delle Due Torri lo accoglie, lo plasma, lo mette alla prova. A scuola scrive bene ma va sempre fuori tema — già artista del pensiero laterale, come lo definirà qualcuno. Il Dizionario del calcio italiano gli dedica una frase che lo accompagnerà per sempre: “Sul campo e nella vita, è il cervello il suo muscolo più sviluppato”. Quando gliela leggono, Eraldo ci scherza su con naturalezza: “Si vede che quell’autore non mi ha conosciuto bene”.

L’esordio in Serie A arriva nel 1974, a diciotto anni, contro nientemeno che la Juventus. L’arbitro è Casarin, la partita è nervosa. I senatori delle due squadre mandano a quel paese il direttore di gara senza conseguenze, ma il ragazzino si becca un giallo alla prima protesta. In panchina siede Bruno Pesaola, tecnico dal divertente italiano con accento argentino, che non si lascia impressionare dall’esuberanza del giovane centrocampista. Prima di una partita contro l’Inter, lo chiama: “Lei conosce Corso?”. Eraldo annuisce: “Certo che lo conosco”. E Pesaola: “Bene, allora lo segua ovunque. Non tocca la palla lui, non tocca la palla lei. Perfetto per noi”. Il ragazzo è ferito nell’orgoglio: “Mister, ma io sono un estroso”. La risposta è fulminante: “Sì, lei è un estronso”. Lo spogliatoio esplode in una risata collettiva. Ma il ragazzo estroso — o estronso — si prende la sua rivincita nella finale di Coppa Italia 1974 contro il Palermo: è suo il rigore decisivo, l’ultimo, quello che regala ai rossoblù il trofeo. Sotto l’ala protettiva di Giacomo Bulgarelli, il suo liceo calcistico è completo. Ora è pronto per l’università.

Torino: lo scudetto del popolo

Nell’estate del 1975 il presidente del Bologna, Conti, lo cede al Torino e si giustifica con i tifosi sostenendo che il regista abbia un mal di schiena cronico. A Torino, ovviamente, di quel fantomatico mal di schiena non si accorge nessuno. Alla guida dei granata c’è Gigi Radice, sergente di ferro dagli occhi di ghiaccio, un visionario che sta costruendo una delle prime squadre moderne del calcio italiano. Radice chiede due innesti dal Bologna: un difensore, Vittorio Caporale, e un centrocampista di regia. Affidargli le chiavi del centrocampo si rivela la mossa decisiva: con Pecci a orchestrare il gioco, Claudio Sala — detto il Poeta — viene spostato sulla fascia destra, dove può inventare e crossare in libertà. Davanti, i “gemelli del gol” Paolo Pulici e Ciccio Graziani traducono ogni pallone in rete: 36 gol in due, una macchina da guerra.

L’inizio di stagione è balbettante: sconfitta alla prima giornata, pareggi anonimi, critiche feroci. Alla diciannovesima giornata, il distacco dalla Juventus è di cinque punti. Sembra finita. Non lo è. “Improvvisamente perdettero tre partite di fila, mentre noi ne vincemmo altrettante compreso il derby. Fu lì che operammo lo storico sorpasso”, ricorderà Pecci. Il derby del 7 dicembre 1975 è leggenda: 2-0 al Torino, gol di Graziani e Pulici. Da quel momento, i granata non perdono più.

Il 16 maggio 1976, al Comunale, sessantacinquemila cuori granata e altri quindicimila fuori dai cancelli. TorinoCesena, ultima giornata. Uno scudetto in palio. Pulici segna di testa, poi l’autorete di Mozzini complica tutto, ma a Perugia la Juventus perde. Il Torino è campione d’Italia per la prima volta dopo Superga, ventisette anni dopo la tragedia. Radice, incredibilmente, si arrabbia per il pareggio prima ancora di gioire per il titolo. Poi i festeggiamenti, la corsa sulla pista d’atletica, i paracadutisti che scendono dal cielo, il tracagnotto Pecci portato in groppa da Caporale. “L’ultimo minuto lo ricordo poco, perché finimmo a ballare al Boccaccio, proprio in faccia al castello del Valentino, e non ho idea di che ora fosse”. Con una punta di malinconia, ammetterà anni dopo: “Quando sei giovane e hai tutta la carriera davanti, pensi che tutto ti sia dovuto. Oggi mi accorgo che è stato qualcosa di straordinario”.

Il rapporto con la maglia granata resterà il più profondo: “Ho amato tutte le mie maglie, ma la storia granata è davvero unica. Tutti noi, Campioni d’Italia dopo il Grande Torino”. Al Torino colleziona 203 presenze e 16 gol in sei stagioni, diventando un simbolo.

L’azzurro negato: il rimpianto più grande

C’è un angolo della carriera di Eraldo Pecci che brucia ancora, a distanza di decenni. Un angolo che ha il colore dell’azzurro, quello della maglia della Nazionale. L’esordio arriva prestissimo, a soli vent’anni, il 27 settembre 1975: Italia-Finlandia a Roma, qualificazione agli Europei, finisce 0-0. Enzo Bearzot lo stima, lo convoca, lo porta in ritiro. Ma non lo fa giocare quasi mai.

Il nodo si stringe nel 1978, ai Mondiali d’Argentina. Bearzot è onesto con lui fin dal principio: “Ti porto perché ti stimo come uomo e come calciatore e poi perché sei del Toro come me: ma è molto difficile che tu possa giocare”. La ragione è tattica, non personale. La Nazionale è costruita sul blocco della JuventusBenetti, Tardelli, con l’estro di Causio — un centrocampo collettivo che ha rinunciato al regista classico. Al Torino, invece, Pecci è esattamente quel playmaker puro che nel sistema di Bearzot non trova spazio. A Eraldo viene assegnata la maglia numero 11, la stessa che nei due Mondiali precedenti aveva indossato Gigi Riva. Non la vestirà mai in campo. Eppure, con la sua consueta generosità, ricorderà quell’esperienza senza rancore: “Fu e rimane una delle più belle esperienze umane e professionali della mia vita”.

Al ritorno dall’Argentina, la sensazione è chiara: la porta azzurra, per lui, si è chiusa. Come sempre, Pecci sceglie la strada della franchezza. A venticinque anni, nel pieno della maturità calcistica, dice a Bearzot ciò che nessun calciatore oserebbe mai dire: “Mister, la ringrazio e la capisco, ma è meglio che non mi chiami più. Al posto mio convochi qualcun altro, per fare panchina”. Nemmeno la battuta manca: “Mister, è un peccato che lei sia nato trent’anni prima di me, perché facendomi da riserva al Torino e guardandomi con attenzione, lei che aveva il piede quadrato avrebbe imparato a giocare un po’ meglio”. Bearzot accetta, da galantuomo. Prima del Mondiale di Spagna 1982, tenterà un ultimo affettuoso tentativo di riportarlo nel gruppo, ma ormai la decisione è presa.

Sei presenze in cinque anni. Un bottino magrissimo per un regista che la Treccani definisce capace di “una visione panoramica tale da far sembrare che osservasse il campo da una torre”. Ed è l’unico rimpianto che Pecci si concede in tutta una vita vissuta con il sorriso: “Ho sbagliato, ma ero fatto così e dicevo le cose che pensavo. Questa non me la sono mai perdonata, almeno a livello umano”. Il primo calciatore italiano a rifiutare, con discrezione e rispetto, la maglia azzurra. Non per capriccio, non per arroganza, ma per un’idea di coerenza che pesava più di qualsiasi convocazione.

Firenze e il fantasma della Juventus

Nell’estate del 1981, l’azienda del presidente Orfeo Pianelli è in crisi. Bisogna sacrificare qualcuno: Pecci e Graziani vengono venduti alla Fiorentina dei fratelli Pontello. Prima di lasciare Torino, Eraldo va a salutare Pianelli e, da appassionato lettore di classici qual è, porta un mazzo di fiori sulla tomba di Albert Camus a Lourmarin.

A Firenze ritrova l’amico Graziani e gioca al fianco di campioni come Antognoni, Bertoni, Passarella e il misterioso Socrates. Con il brasiliano nasce un rapporto surreale: “Una volta mi disse che sarebbe passato da casa per salutare mia moglie, incinta e con la febbre. Non si presentava. Ci suonò il campanello alle due di notte. Non aveva cenato, quindi facemmo le quattro”.

La stagione 1981-82 è un pugno nello stomaco: il campionato finisce Juventus 46, Fiorentina 45. Un solo punto, e lo scudetto va ancora ai bianconeri. La maledizione continua: “Lo ammetto: ho sempre avuto la Juventus tra i piedi”. A Firenze resta quattro stagioni, 138 presenze e 13 gol, capitano di una squadra che sfida il destino senza mai riuscire a piegarlo.

Napoli: un anno con Dio

Nel 1985 il trasferimento al Napoli lo porta a vivere nello stesso palazzo di via Scipione Capece dove abita Diego Armando Maradona. Colazioni insieme, tragitto condiviso verso il campo. E la battuta, immancabile, pronunciata una mattina fissando il Diez negli occhi: “Diego, quando vuoi imparare a palleggiare anche col destro, dimmelo che ti aiuto io”. Maradona ride e lo manda a quel paese.

Il momento che cristallizza quel legame è una punizione impossibile contro la Juventus al San Paolo, nel novembre 1985. Pecci tocca la palla per Maradona, ma la distanza dalla porta è troppo ravvicinata, la barriera sembra invalicabile. “Non ci passa, Diego, non ci passa”, sussurra al compagno. Maradona gli sorride: “Tranquillo hermano. Pasa, pasa”. E segna, naturalmente. Su Maradona, Pecci non ha mai avuto dubbi: “Lui era venuto al campo direttamente dal paradiso. Ha portato il verbo del calcio sulla terra”.

Un solo anno, 24 presenze, un gol. Poi la decisione di tornare a casa: la separazione dalla moglie, i figli piccoli da seguire. Quando Pecci saluta lo spogliatoio, Maradona lo prende da parte: “Grazie, mi hai insegnato tanto”. Forse, nel catalogo sterminato dei trofei, quella frase vale più di qualsiasi coppa.

Il ritorno a Bologna e il congedo dal campo

Il rientro al Bologna nel 1986 ha il sapore dolce del cerchio che si chiude. È il cervello brillante della squadra di Maifredi che conquista la promozione in Serie A nel 1988. Ma nell’autunno del 1989, l’allenatore opta per un centrocampo più muscolare. Pecci scende al Vicenza in Serie C1, chiamato dall’amico Romano Fogli, ma dopo il suo esonero decide che è il momento di smettere: appena due presenze, poi il silenzio del campo.

La seconda vita: dal microfono alla penna

Appese le scarpe — quelle mitiche numero 43 — al chiodo, Eraldo Pecci non smette di far parlare il calcio. Diventa commentatore televisivo della Rai, affiancando Bruno Pizzul nelle telecronache della Nazionale. La coppia funziona alla perfezione: Pizzul è l’enciclopedia vivente, Pecci la scintilla di ironia. Come quando, in diretta, Pizzul commenta che il portiere turco para qualsiasi pallone, e Pecci replica fulmineo: “Per forza, sono ottomani”.

Con lo stesso spirito, diventa editorialista per la Repubblica, L’Unità e Il Giorno, e nel 2013 pubblica il suo primo libro, Il Toro non può perdere (Rizzoli), un atto d’amore verso quella stagione irripetibile. Nel 2018 arriva Ci piaceva giocare a pallone, il racconto di un calcio che non esiste più. Un calcio in cui, come ama ripetere, uscivi dal Filadelfia e accarezzavi il bambino che sognava di palleggiare, incontravi il nonnetto che aveva conosciuto Valentino Mazzola. Un patrimonio inestimabile, oggi disperso.

Superati i settant’anni, Eraldo Pecci resta quello che è sempre stato: il compagno di banco che tutti vorrebbero, lo zio che ti compra le figurine e ti fa ridere, il filosofo del pallone che ha trasformato ogni campo in un palcoscenico. “Il calcio è la cosa più importante fra quelle meno importanti”. E lui l’ha vissuto così: con il cervello come muscolo più sviluppato, un paio di piedi enormi e una battuta sempre pronta.