BELLUGI Mauro: il gladiatore gentile

Difensore toscano, stopper anomalo, scudetto Inter 1971, gol al Borussia, Bologna, Mondiali con Bearzot, opinionista pungente e, soprattutto, ironia fino all’ultimo respiro.

C’è una strada che taglia la Toscana come un solco antico, la via Cassia, e lungo quella strada c’è un paese che si chiama Buonconvento. Poco più di tremila anime, provincia di Siena, terra di cipressi e osterie. Queste le coordinate del cuore di Mauro Bellugi, classe 1950, figlio di una terra ruvida e sincera che gli plasmerà il carattere per sempre. Perché Bellugi sarà tante cose nella vita — difensore implacabile, campione d’ironia, voce scomoda della televisione — ma prima di tutto resterà sempre un toscanaccio doc, uno che dice le cose in faccia, che non abbassa lo sguardo, che non si piega.

Il calcio lo prende per mano da ragazzino, come succedeva a tanti in quegli anni. La sua palestra è la strada, il suo primo avversario un muro: ore e ore a scagliare il pallone contro una parete di Buonconvento, a ripetere gesti che un giorno diventeranno istinto puro. Il ragazzo è lungo, dinoccolato, ma ha qualcosa di diverso dagli altri: uno scatto felino, un’elevazione fuori dal comune, un’intelligenza tattica che a quell’età è solo intuizione. 

Gli osservatori dell’Inter se ne accorgono in fretta. A pochi anni di distanza il ragazzo è già a Milano, dentro un settore giovanile che diventerà la sua scuola di mestiere. Con la Primavera nerazzurra vince lo scudetto della categoria nel 1968-1969. Si presenta come terzino, lo provano stopper, poi libero. Ma in realtà sa fare di tutto, perché con i piedi non scherza. Lo ricorderà Dino Zoff dopo la sua morte: “Siccome lui era bravo con i piedi, era un difensore anomalo”.

Il primo contratto da professionista è una scena da film. Italo Allodi, dirigente leggendario, lo accompagna nell’ufficio di Angelo Moratti alla Saras. Il presidente, racconterà lo stesso Bellugi al Guerin Sportivo, gli mette davanti un foglio in bianco: “So che sei toscano, sono molto curioso”. Mauro firma e scappa via. La cifra la decide Moratti: trentatré milioni di lire all’anno. Tempo dopo arriva pure la chiamata della segretaria, la signora Robotti: il presidente vuole regalargli una vacanza in Sardegna, a Stintino. Tutto un altro calcio, tutto un altro mondo.

Quel gol al Borussia, e basta

L’esordio in Serie A arriva nel 1969 sotto la guida di Heriberto Herrera, quello paraguaiano che il pubblico distratto continuava a confondere con l’omonimo Helenio. Bellugi entra a diciannove anni in una squadra ancora abbacinata dalla luce della Grande Inter di Suárez e Mazzola, e si guadagna minuti pesanti.

La stagione 1970-1971 gli regala il primo e unico scudetto della carriera, conquistato con una rimonta clamorosa sui cugini del Milan. È il pezzo di gloria più puro della sua vita in nerazzurro. La pagina che però finisce nella memoria collettiva è un’altra: 3 novembre 1971, Coppa dei Campioni, Borussia MönchengladbachInter. Bellugi appoggia in rete l’unico gol di tutta la sua carriera professionistica, su 227 partite di Serie A e tutte le coppe messe insieme. Finisce 4-2 per i nerazzurri. Quel pallone diventa una specie di feticcio personale, e quando il destino gli busserà alla porta cinquant’anni più tardi sarà proprio quel gol a tornargli in mente.

Lo spogliatoio nerazzurro di quegli anni è una trincea con due plotoni: da una parte gli uomini di Sandro Mazzola, dall’altra i fedelissimi di Mario Corso. Mauro è schierato con la fazione di Corso, e quando Corso viene ceduto al Genoa il suo futuro si fa scuro. La moglie Loredana Zucchi, a cinque anni dalla scomparsa del marito, racconterà alla Gazzetta dello Sport: “Mauro era amico di Corso, che a un certo punto venne ceduto. Mauro se ne andò l’anno successivo, al Bologna, anche se aveva già fatto le foto con la maglia della Juve”. Sì: la Juventus l’aveva cercato, lui aveva detto sì, ma alle visite mediche saltò fuori un ginocchio che non era a posto. Affare bruciato.

Sotto i portici, l’esplosione

Il trasloco al Bologna, estate 1974, sembra a tutti un passo indietro. Si rivelerà la consacrazione. Sotto i portici rossoblù Mauro diventa lo stopper che l’Italia stava aspettando: solido, veloce, anomalo perché tecnico, capace di impostare la manovra e di leggere l’avversario prima ancora che si muova. La definizione che gli appiccicheranno i cronisti è quella di uno stopper dotato di “grande elevazione e scatto”. Con la maglia felsinea totalizza 91 presenze in campionato.

L’idillio si incrina per un brutto infortunio al ginocchio nella stagione 1976-1977: solo due partite giocate, un calvario di mesi, una riabilitazione interminabile. Bellugi torna in piedi a furia di testa dura. Lo confermerà chi gli stava intorno, ricordando come si rimettesse in piedi più per forza di volontà che per bisturi.

A scoperchiare il pentolone della sua cessione, anni dopo, sarà Renata Fraizzoli, moglie del presidente nerazzurro Ivanoe Fraizzoli: “Bellugi non è stato ceduto per motivi tecnici. Come giocatore non è mai stato discusso”. Una mezza confessione su quei contrasti interni che l’avevano spinto fuori da Milano.

A Bologna Mauro tira fuori anche il toscanaccio che ha dentro. Lingua tagliente, battute al vetriolo, una vena artistica che lo porterà a cantare in spagnolo (lingua imparata bene, vivrà a lungo in Argentina a fine anni Ottanta) e a inventarsi scherzi memorabili. Quello del tunnel di Wembley, prima di un’ItaliaInghilterra, è entrato nelle leggende dello spogliatoio azzurro: pistola ad acqua nascosta nella tuta, bagnata un po’ di gente. Tarcisio Burgnich, racconterà la moglie, non la prese benissimo.

La maglia azzurra, due Mondiali e una panchina

Il debutto in Nazionale arriva il 7 ottobre 1972 in una vittoria 4-0 contro il Lussemburgo valida per le qualificazioni mondiali. Il commissario tecnico Ferruccio Valcareggi lo inserisce stabilmente nel gruppo azzurro. Mauro va al Mondiale di Germania Ovest 1974 dentro una spedizione dilaniata dalle polemiche, eliminata al primo turno. Lui osserva tutto dalla panchina: non scenderà mai in campo.

Sotto la successiva gestione di Fulvio Bernardini ed Enzo Bearzot Bellugi diventa lo stopper titolare degli azzurri, vincendo la concorrenza di Francesco Morini. Al Mondiale di Argentina 1978 è uno dei pilastri: salta solo l’ultima partita decisiva del secondo girone, contro l’Olanda, e la finalina per il terzo posto persa col Brasile. Tutto per infortunio. L’Italia chiude quarta, e quell’azzurra di Bearzot rimane una delle più amate di sempre dal pubblico.

A Bearzot Mauro era legato in modo speciale. Lo dirà la moglie alla Gazzetta: “Stravedeva per lui”. Dal 1979 il suo posto in nazionale lo prende l’emergente Fulvio Collovati, ma Bellugi viene convocato anche per l’Europeo 1980 in Italia, senza essere impiegato. L’ultima partita in azzurro è un’amichevole vinta 2-0 contro la Svizzera il 17 novembre 1979. Chiude con 32 presenze in Nazionale e zero gol.

Il finale al Sud e l’addio anticipato

Nel 1979 arriva la chiamata del Napoli, dentro l’operazione di mercato che riporta a Bologna l’attaccante Beppe Savoldi. Sotto il Vesuvio dura una sola stagione: la parabola discendente è già cominciata, le gambe fanno male, gli infortuni non perdonano. La stagione 1980-1981 lo vede restare in Serie A accasandosi alla neopromossa Pistoiese, dove trova quello che i cronisti definiscono un “dignitoso finale”: salta solo otto delle trenta giornate.

Poi i dolori alle gambe lo mettono al tappeto. A trentun anni, l’età in cui un difensore di alto livello dovrebbe essere nel pieno della maturità, Mauro Bellugi appende le scarpette al chiodo. Chiude con 227 partite in Serie A e zero gol — l’unico, quello che davvero conta nel suo cuore, l’ha segnato a Mönchengladbach.

Ci sarebbe stata anche una trattativa col Milan dopo la Pistoiese. Volevano pagarlo a gettone. Lui rifiutò. “Meglio così, perché quel Milan retrocesse in Serie B”, ricorderà la moglie ridendo anni dopo. La stagione 1981-1982 lo vede allenatore in seconda proprio della Pistoiese, ma la carriera in panchina non lo convince. Volta pagina di nuovo.

La voce di “7 Gold”, il Covid, l’addio

Bellugi diventa opinionista televisivo. Si accomoda negli studi di Italia 7 Gold e nella trasmissione Diretta stadio… ed è subito goal! con quel suo stile ruvido, mai banale, deliberatamente politicamente scorretto. Il collega Luca Serafini, milanista, lo ricorderà come un compagno di studio quotidiano con cui non era mai esistito nemmeno uno sfottò di troppo: “Estroso, fantasioso e iperattivo, condivideva valori antichi di un calcio vissuto da protagonista”. Aveva sempre il microfono in mano, parlava ininterrottamente, anche quando non era il suo turno.

Poi arriva il 2020. Il 4 novembre Bellugi viene ricoverato all’ospedale Niguarda di Milano: positivo al Covid-19, polmonite, e una preesistente anemia mediterranea che complica tutto. Le ischemie ai vasi capillari trasformano le sue gambe in due cose impressionanti. “Avevo le gambe così nere che dopo averla toccata la pelle sembrava fumare. Una cosa impressionante, pure i medici si sono spaventati”, racconterà alla Gazzetta dello Sport. I chirurghi gli mettono davanti la scelta più brutale: “Sig. Bellugi ha un’ora per decidere. Cosa vuole, vivere o morire? Perché se vuole vivere dobbiamo tagliare”. Lui risponde subito: vivere.

Il 13 novembre gli viene amputata la prima gamba, il 20 la seconda. Quando si sveglia trova lo stesso il modo di ridere: “Mi hanno tolto anche la gamba con cui feci gol al Borussia Mönchengladbach”. E ancora, sul futuro: “Metterò protesi come quelle di Pistorius, mi sono informato, così ti supererò nei corridoi degli studi televisivi”. Pensa alla riabilitazione, immagina già di tornare a camminare, fa progetti col vecchio amico Massimo Moratti che si offre di pagargli le protesi.

Non ce la farà. Una trombosi, un’infezione fatale. Mauro Bellugi muore il 20 febbraio 2021 al Niguarda, tredici giorni dopo aver compiuto settantun anni. Il presidente della FIGC Gabriele Gravina dispone un minuto di raccoglimento su tutti i campi. La Curva Nord interista lo saluta con uno striscione fuori da San Siro: “Esempio di coraggio e forza di volontà. Bellugi, la Nord ti è vicina!”. Il 27 settembre dello stesso anno, lo stadio comunale di Buonconvento viene intitolato a lui.

Le ultime parole pubbliche, raccolte dall’inviato della Gazzetta Alberto Cerruti, sono di una bellezza disarmante: “Scusate, sono stanco”. Lo erano i muscoli, lo era il fiato, lo era tutto. Non lo era mai stata, quella, la sua ironia da toscanaccio che aveva attraversato cinquant’anni di calcio italiano fermando attaccanti e facendoci ridere la domenica sera in tv.