PESAOLA Vs. VINICIO – luglio 1976

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Due allenatori dal nome prestigioso (e relativo ingaggio da nababbo), con un grande amore in comune: la panchina del Napoli. Il discorso è prevedibile: ognuno si porta appresso il suo bagaglio di speranze (scontate, anche se per scaramanzia i programmi restano sfumati) ed un passato di ricordi più o meno consistenti. Entrambi, però, rifiutano l’etichetta di «venali»: non è vero – dichiarano in coro – che Lenzini e Ferlaino ci hanno riempiti di quattrini

Non per soldi ma per gloria

Cambio di cavalieri nella tarantella napoletana. L’ha comandato Corrado Ferlaino. Se n’è andato il brasiliano Luis Vinicio, è arrivato (o meglio è tornato) l’argentino Bruno Pesaola. Siamo sempre in pieno folklore sudamericano, però Vinicio, d’accordo con Franco Janich (manager della nuova frontiera) aveva cercato di dare al Napoli di Pulcinella una struttura aziendale, rinunciando al tradizionale colore locale.

Lo scudetto non era arrivato lo stesso e così sono sorte le incomprensioni che hanno portato al divorzio. Vinicio dice che se n’è andato perché ha capito che non godeva più della fiducia di Ferlaino, e rifiuta anche l’etichetta del venale. Probabilmente se ne è andato (infatti è stato lui a chiedere di strappare il contratto e per raggiungere lo scopo ha fatto intervenire pure Lauro) perché credeva finito il ciclo del Napoli dopo il «boom» del secondo posto. Si è reso conto che Savoldi non bastava per diventare Campione d’Italia e ha capito che Ferlaino non aveva i miliardi che occorrono al giorno d’oggi per costruire una squadra da scudetto.

Pesaola è tornato di slancio, forse perché era ormai stufo di essere contestato a Bologna e perché sa per esperienza che al massimo dopo quattro anni un allenatore deve cambiare aria. In passato il «Petisso» cercava di dare la carica facendo ascoltare negli spogliatoi i dischi del suo amico Peppino Gagliardi. Con Pesaola, probabilmente, il Napoli tornerà ai mortaretti di Piedigrotta e chissà che non sia davvero la formula giusta per questa città così diversa dalle altre. Ferlaino – il presidente che ha voluto mettere lo stemma dei Borboni sulla divisa del Napoli – è convinto di aver indovinato la scelta. Su Pesaola è disposto a scommettere anche la sua villa di Capri.

Abbiamo messo di fronte l’allenatore di ieri e quello di oggi. Ecco il faccia a faccia tra Vinicio e Pesaola.

Domanda – Vinicio e Pesaola, siete nati entrambi in Sudamerica, ma potete considerarvi napoletani d’adozione e quindi siete particolarmente attaccati anche alla città. Vinicio ha rimpianti per aver lasciato Napoli e che emozioni ha provato Pesaola tornando a Mergellina?
VINICIO – A Napoli sono stato otto anni, cinque da giocatore e tre da allenatore. Sono andato via a malincuore, certo, non potevo restare, non sono l’uomo dei compromessi. Mi ero accorto che negli ultimi tempi qualcosa si era guastato. Anche le clausole dell’impegno che ho chiesto di strappare, dimostravano che i rapporti con Ferlaino non potevano essere più quelli di prima. Quando sono andato nello studio del presidente per discutere, Ferlaino mi ha liquidato in due minuti. In pratica mi ha detto: «O mangia questa minestra o salta questa finestra». Quando si imposta un dialogo così, la rottura è inevitabile. Poi quando tutto il pubblico ha scandito il mio nome allo stadio, mi sono commosso e ho detto che avrei firmato il contratto in bianco. Ma ho detto anche che Ferlaino aveva già firmato il contratto con Pesaola. Ho voluto metterlo alla prova e difatti il mio appello è rimasto inascoltato.
PESAOLA – Io non ho nulla da rimproverarmi, anche in questa occasione mi sono comportato con la massima correttezza. Dopo la partita di Bologna, Janich mi ha detto che Vinicio aveva rotto con il Napoli e mi ha chiesto se eventualmente sarei stato disponibile per sostituirlo. Si è trattato, però, di un «pour-parler», che poteva anche non avere un seguito. Il contratto è stato firmato solo alla fine del campionato e quando ho deciso di lasciare Bologna (perché credevo che il mio ciclo fosse ormai finito), potevo anche restare disoccupato. A me è dispiaciuto lasciare il Bologna e lo dico in tutta sincerità. Sono anche convinto ohe il Bologna sarà la sorpresa del prossimo campionato e per me la sorpresa sarà relativa. Sono, però, contento di essermene andato tra baci, abbracci, pranzi e champagne. Io e Conti abbiamo instaurato un’era nuova per il calcio italiano, dato che i divorzi avvenivano sempre tra polemiche e mi auguro che in avvenire tutti seguano il nostro esempio.

Domanda – Come giudica Vinicio il suo bilancio napoletano? Non si pente di aver firmato per la Lazio quando ancora poteva essere assunto dalla Nazionale? E non è preoccupato Pesaola di tornare a Napoli dove i tifosi attendono da sempre quello scudetto che non sono mai riusciti a vincere?
PESAOLA – Come puoi avere paura di tornare nella tua città? A me, Napoli non fa paura. E a Napoli – in passato – credo di aver vinto qualcosa. Sono l’allenatore che ha portato la squadra in serie A, Vanto un secondo posto (che resta il record nell’albo d’oro della società), un terzo e un quarto. Ho vinto anche la Coppa Italia e la Coppa delle Alpi. Il Napoli è diventato una squadra blasonata con il sottoscritto. Adesso credo di poter continuare il discorso interrotto allora.
VINICIO – Anch’io vanto un secondo posto e, se permettete, credo che il mio moralmente abbia un valore maggiore. Perché io sono arrivato secondo lottando sino all’ultimo con la Juventus per il titolo. Quando finì secondo Pesaola, il Milan aveva dieci punti di vantaggio sul Napoli, quindi non c’era stata lotta. Non sta a me dirlo, ma credo che il mio bilancio possa considerarsi più che lusinghiero anche tenendo conto degli incassi. In passato, la società non era mai arrivata a quei tetti. Comunque, non ho rimpianti, non si deve mai guardarsi indietro. Ora devo pensare alla mia nuova squadra e sono certi di ricostruire la Lazio come ho ricostruito il Napoli. Della Nazionale ho saputo solo dai giornali, con me nessuno ha mai parlato e quando ho incontrato Boniperti a Roma ci siamo limitati ai saluti, «l’argomento Nazionale» non è stato nemmeno sfiorato. Non è vero, però, che ho firmato per la Lazio perché Lenzini mi ha riempito di soldi. Non sono venale e ci tengo a sottolinearlo. Certo non voglio lavorare solo per la gloria, ma non è vero che penso solo ai quattrini.

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Domanda – Forse i contrasti Vinicio-Ferlaino sono cominciati quando il presidente ha saputo che l’allenatore andava dicendo che lui il nome di Savoldi non l’aveva mai fatto. Pesaola, poi, l’anno scorso aveva detto che un bergamasco introverso come Savoldi non poteva ambientarsi in un ambiente pirotecnico come quello di Napoli e ora se lo ritrova a Fuorigrotta. Cosa succederà?
VINICIO – Le mie parole sono state travisate ad arte. E’ vero che io prima di partire per il Brasile non avevo fatto a Ferlaino il nome di Savoldi e anzi mi ero offerto dì fare un salto da Rio de Janeiro a New York, per cercare di convincere Chinaglia a trasferirsi a Napoli. Ma avevo ignorato Savoldi perché pensavo che il Bologna non lo cedesse. Quando Chinaglia ha detto che o tornava alla Lazio o restava in America (e quando la Juventus ha ripetuto che Anastasi era incedibile), Ferlaino ha fatto bene ad acquistare Savoldi e gliel’ho dichiarato subito quando mi ha informato dell’acquisto. Infine non è vero che Savoldi non si sia integrato. All’inizio era andato bene, segno che s’era ambientato. Poi c’è stato l’infortunio. Ma io non sono rimasto deluso da Savoldi e sono convinto ohe quest’anno farà ancora meglio.
PESAOLA – Io, l’anno scorso, come dipendente del Bologna ho accettato l’operazione vantaggiosissima effettuata da Conti, ma ci tengo a dichiarare che non avevo dato il mio assenso alla cessione di Savoldi. E non ho mai detto – soprattutto – che non si sarebbe ambientato a Napoli. E quest’anno sono stato io a consigliare a Ferlaino di non cederlo. Il Napoli non ha mai messo sul mercato Savoldi: sono state le altre squadre a venircelo a chiedere. E alla Juventus abbiamo chiesto la luna proprio perché non volevamo cederlo. Savoldi serve a noi.

Domanda – Si dice che Ferlaino sia un presidente difficile perché cambia idea ogni cinque minuti. La sua irrequietezza è diventata leggenda nel mondo del calcio. Cosa può dire Vinicio e non ha paura Pesaola di rimpiangere la tranquilla Bologna?
PESAOLA – Le mie battaglie ho dovuto affrontarle anche a Bologna e lo si sa benissimo. Per i rapporti che ho avuto sinora con Ferlaino non posso che dirne bene. Anzi, mi è sembrato un uomo stupendamente coerente.
VINICIO – Ferlaino è uno che fa molto bene e suoi interessi e gli interessi del Napoli. Mi spiace solo che per mettermi in cattiva lu ce, mi abbia fatto passare per venale. Respingo decisamente questa etichetta. Quanto al manager devo dire che i miei rapporti con Janich non sono mai stati idilliaci.

Domanda – Vinicio ha avuto parecchi contrasti con i giornalisti e in passato anche Pesaola aveva avuto qualche scontro e si era arrivati addirittura alle querele. E’ vero che a Napoli è vulcanica anche la stampa?
PESAOLA – I giornalisti napoletani meglio di così, non avrebbero potuto accogliere il mio ritorno. Cercherò che le mie parole non vengano mai fraintese. So benissimo che la stampa rappresenta il quarto potere, non voglio che si creino equivoci.
VINICIO – Sul mio conto, a Napoli sono state scritte tante bugie, tante inesattezze. Si sono costruiti castelli con queste bugie. Con chi scrive seguendo una linea di serietà, io sono sempre andato d’accordo.

Domanda – II pubblico è sceso sulle piazze con i cartelli che inneggiavano a Vinicio. Si è detto che questi fans erano pagati 5000 lire al giorno. E’ vero che a Napoli succede anche questo e non teme Pesaola che questi tifosi personali di Vinicio possano rappresentare un pericolo per lui?
VINICIO – I battimani li ho sentiti con queste orecchie, e i cartelli li ho visti con questi occhi. Se qualcuno ha pagato questi «dimostranti» non lo so. Io non li ho pagati di sicuro.
PESAOLA – Io a Napoli ho vissuto sedici anni e mi sento napoletano anch’io. Mi sono sempre considerato un tifoso del Napoli quindi i tifosi non possono essere che come me. Dirò, anzi, che farò il possibile e l’impossibile proprio per far felici questi tifosi. Ma per scaramanzia non oso pronunciare la parola magica. La pronuncerò solo se arriviamo alla meta agognata. E voglio arrivarci anche come tifoso del Napoli.

Domanda – Lasciandogli la panchina, che consigli può dare Vinicio a Pesaola? E Pesaola cosa ha deciso di cambiare nel Napoli di Vinicio?
VINICIO – Pesaola non ha certo bisogno dei miei consigli. Io ormai penso alla Lazio e mi sono già gettato nel lavoro con il solito entusiasmo. Del Napoli posso dire che con i giocatori mi sono sempre trovato bene, a cominciare da Juliano. Non è vero che si atteggi a «padrino». E’ il più bravo ragazzo di questo mondo e ha una carica eccezionale. L’unico che ha sparato su di me è stato Braglia. E pensare che sono stato io a prelevarlo dal Foggia e a ridargli una quotazione. Valli a capire questi giocatori!
PESAOLA – Io non cambierò nulla per il gusti di cambiare. Cambierò solo se mi accorgerò che qualcosa va cambiato. Questo me lo dirà il precampionato, però premetto che considero titolari tutti i 18 elementi della «rosa». Dicono che avendo acquistato Catellani significa che cambierò il modulo di gioco e che mentre con Vinicio il Napoli andava costantemente all’attacco, io ripiegherò sulla difesa secondo il modulo tradizionale. Io dico una cosa: prendere 10 gol in meno equivale a 20 gol in più che l’attacco deve fare. La proporzione è questa. E siccome, secondo me, è più facile subire dieci gol in meno che farne venti in più, mi regolo di conseguenza. Certo, il calcio è anche spettacolo, ma lo spettacolo deve essere redditizio. Perché il campionato non tiene conto solo dello show, c’è anche una classifica. Se ci si batte per i primi posti (o addirittura per lo scudetto), non si può essere poeti, non basta essere spumeggianti. Io tra l’astratto e il concreto preferisco il concreto. Ogni allenatore ha le sue idee, e io la penso così: con il «calcio-poesia» non si diventa campioni d’Italia.