PFAFF Jean-Marie: il burattino senza fili

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Jean-Marie Pfaff è stato uno dei più spettacolari portieri degli anni Settanta-Ottanta, assurgendo a una meritata popolarità non solo per l’innegabile bravura, che gli valse una lunga e blasonata carriera, ma anche grazie al gusto innato per lo spettacolo. La storia di questo portiere sembra una favola. I suoi genitori erano venditori ambulanti di tappeti che trasferivano la loro bancarella di città in città nella pianura fiamminga. In tutto avevano undici figli. I sei maschietti avevano creato una piccola squadra di calcio che faceva furore nelle partite di quartiere e che si faceva chiamare “i diavoli rossi ”, soprannome dei giocatori della Nazionale belga.

L’eroe della banda, Jean-Marie, nato il 4 dicembre 1953, divenne calciatore grazie al Beveren, che lo lanciò giovanissimo in prima squadra e in pratica gli aprì le porte della Nazionale, che rappresentò la sua grande vetrina e rampa di lancio. Era il 1976, Guy Thys prese il timone della rappresentativa belga da Goethals e decise di svecchiare i ranghi. Christian Piot, onorato numero uno spesso appiedato da acciacchi, era ormai al tramonto. In vista della partita con l’Olanda all’Heysel del 22 maggio 1976 (arbitro Michelotti) per il ritorno dei quarti degli Europei, lanciò un gruppo di giovani, Willy Wellens, René Verheyen, Michel Renquin e appunto Jean-Marie Pfaff. Il quale esibì subito il proprio biglietto da visita, innanzitutto intimidendo Neeskens, che fallì un calcio di rigore. Nella ripresa, dopo il vantaggio belga dell’ala sinistra Van Gool, l’Olanda pareggiò con Rep e noi chiuse il risultato con una prodezza di Cruijff. Ebbene, a quel punto il portiere belga corse a complimentarsi con il fuoriclasse olandese: un gesto che gli attirò feroci polemiche. «Nessuno mi capì» avrebbe poi commentato, «ma Cruijff aveva segnato un gran bel gol e il mio senso di sportività mi obbligava a fargli i complimenti».

Le sue acrobazie tra i pali e i suoi atteggiamenti istrionici lo resero popolare. Si definiva “clown della porta”, ma era soprattutto bravissimo. Dopo aver vinto un titolo nazionale (1979) e una Coppa (1978), Pfaff fu tra i grandi protagonisti dell’Europeo 1980 in Italia, dove perse in finale con la Germania, e ai Mondiali del 1982 in Spagna. Guy Thys era il suo esatto contrario come carattere e gradiva poco le sue facezie e i suoi istrionismi, però lo considerava senza rivali nel ruolo, non solo in Belgio. Quei Mondiali Pfaff li giocò alla grande, ma li chiuse presto, all’ultima partita della prima fase, contro l’Ungheria, quando un violento scontro di gioco col compagno Gerets costrinse entrambi a tornare a casa. Con la consueta allegra sobrietà spiegò: «Se io ed Eric non ci fossimo fatti male, il Belgio avrebbe potuto raggiungere la finale e… vincerla. Non avremmo avuto paura di nessuno, nè del Brasile nè dell’Italia».

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Passò al Bayern Monaco, con cui vinse tre campionati consecutivi (dall’84 all’87) e tre Coppe di Germania (‘82, ‘84 e ‘86). Il suo momento di maggior gloria arrivò nel 1986, ai Mondiali in Messico. Pfaff rischiò di non disputarli, reduce com’era da un grave infortunio e alle prese con la concorrenza dell’emergente Munaron dell’Anderlecht. Thys gli propose una scommessa: «Verrai in Messico se ritroverai il tuo posto da titolare nel Bayern». JMP fece sua la scommessa e disputò un formidabile torneo, al termine del quale vinse il ballottaggio con Dasaev dell’Urss come miglior portiere del mondo. L’eliminazione in semifinale con l’Argentina ne interruppe il volo: «Lo stato d’animo del gruppo prima del match» confidò poi «assomigliava a quello che si respirava nello spogliatoio prima della finale degli Europei dell’80. Nei due casi eravamo convinti di non avere possibilità. Abbiamo avuto troppo rispetto per la Germania e per l’Argentina. Quando rivedo Maradona far fuori in dribbling tutta la nostra difesa penso che se ci fosse stato un tipo come Ludo Coeck, Diego non sarebbe mai riuscito in un’impresa del genere».

Amava sottolineare la propria bravura: «C’era Eddy Merckx nel ciclismo. Ora c’è Pfaff nel calcio». Giocò la sua ultima partita in Nazionale il 23 settembre 1987 contro la Bulgaria a Sofia (sconfìtta 2-0), sempre per gli Europei. Il Ct era ancora Thys, che dalla partita successiva gli preferì l’astro emergente Preud’homme. Pfaff aveva all’attivo 64 partite in Nazionale, di cui era capitano, e non gradì l’esclusione, addebitandola polemicamente a “motivi commerciali”, cioè a contratti di sponsorizzazione firmati dalla Federazione che avrebbero contribuito alla sua esclusione: «Senza quei maneggi» avrebbe poi sempre detto «sarei diventato senza dubbio il primatista di presenze in Nazionale». Invece dovette accontentarsi.

Nel 1988 il Bayern lo lasciò libero e lui si accordò col Lierse, società di prima divisione belga, con un singolare contratto che prevedeva anche il suo impegno nelle pubbliche relazioni dello sponsor, produttore di birra: «Non ci trovo nulla di strano» commentò. «La birra mi è sempre piaciuta e io sono sempre piaciuto alla birra». Fece in tempo a giocare ancora in Turchia, nel Trabzonspor, prima di chiudere la carriera alla grande. Si sentiva il miglior portiere della storia del calcio belga: «In dieci anni ho contribuito a fare grande la fama dei portieri belgi nel mondo. Prima di me Nicolay, Trappeniers e Piot erano già stati brillanti. Ma io ho fatto lo scatto decisivo. Loro non avevano il mio carisma. Preud’homme ha approfittato delle mie imprese per rafforzare la sua fama».

Per una carriera come la sua ci voleva una chiusura degna. L’idolo del pubblico belga organizzò il suo match d’addio nel 1991 sul campo del Beerschot. Mise in piedi una sfida tra il Belgio degli Anni 80 e una selezione di stelle tra cui Beckenbauer, Krol, Giresse, Platini, Milla, Lerby. Le immagini della partita furono trasmesse in 36 Paesi. «Visto che per la Federazione sembra impossibile festeggiare i suoi eroi, ci io pensato io. E se davvero, come si dice, fossi così detestato nell’ambiente del calcio, non sarei riuscito a raggruppare tante star per la mia festa d’addio» Una volta abbandonato il calcio, ha fatto carriera nel campo delle pubbliche relazioni sfruttando la sua fama. Che invece si rivelò controproducente quando Pfaff tentò la carriera di allenatore. Vittima dei pregiudizi, visse un esperienza assai breve sulla panchina dell’Ostenda.