Rivera VS Mazzola

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Nel 1970, al Mondiale messicano, nasce la staffetta tra Mazzola e Rivera, una novità che è diventata storia


visto da MAZZOLA

«Scelta di Valcareggi? No, di Montezuma»

Sandro Mazzola, sono passati moltissimi anni dalla staffetta fra lei e Gianni Rivera, ma è come se si parlasse di un avvenimento di pochi giorni fa. Come lo spiega: per la popolarità dei due staffettisti o per l’anomalia della scelta?

«L’uno e l’altro. Perché, quando c’eravamo di mezzo io e Rivera, tutto faceva notizia e perché una soluzione di questo genere studiata e istituzionalizzata rappresenta una novità. I cambi erano soltanto due e si facevano quasi sempre per un infortunio o per una necessità contingente».

Come era nata la scelta di Valcareggi in Messico-Italia?

«Dalla mia dissenteria. Era il 14 giugno ’70: dovevamo giocare a mezzogiorno i quarti ad eliminazione diretta contro il Messico padrone di casa, a Toluca, 2.668 metri di altitudine. Nella notte che precede la gara, leggo «Papillon» sul letto, ma stranamente ho sonno. Mi addormento alle 11, cosa che non mi capitava mai prima delle partite, teso e inquieto com’ero. All’una mi sveglio. Montezuma aveva colpito. Una notte d’inferno, con Puja, il mio compagno di stanza, che dopo un’ora mi dice: qui non si dorme, almeno giochiamo a carte. Al mattino, vado dal medico, il dottor Fini. Gli spiego che sono stato male, lui riferisce a Valcareggi. Il c.t. mi chiama e mi dice: ce la fai a giocare almeno il primo tempo? Poi ti cambio. Accetto. Gioco, andiamo al riposo sull’1-1, entra Rivera. Alla fine, l’Italia vince 4-1».

Mercoledì 17 giugno: è il giorno della semifinale con la Germania…

«Tocca ancora a me; entro in campo convinto di giocare tutta la partita Chiudiamo il primo tempo sull’1-0, gol di Boninsegna. Ho fatto bene, contro Beckenbauer, che mi marcava (e io marcavo lui). Nello spogliatoio, Valcareggi mi dice: al suo posto gioca Rivera. Questa volta mi arrabbio: perché devo uscire, se stiamo vincendo? Butto via gli scarpini, sono furente, ma non posso farci niente. Al resto della partita, dopo la doccia, partecipo da spettatore. Rivera fa gol, vinciamo 4-3».

Perché non c’è staffetta nella finale del 21 giugno con il Brasile?

«Il primo ad essere sorpreso sono stato io. Quando rientro, nell’intervallo, sto per togliermi gli scarpini, ma arriva un’altra volta Valcareggi: non cambiamo, gioca ancora lei. Quando mancano sette o otto minuti alla fine, il c.t. prepara il cambio con Rivera. Mi avvicino alla panchina e gli dico: non sono un vigliacco. Io ho perso 4-1 con gli altri e sto in campo fino alla fine. Così Rivera rileva Boninsegna».

Un bel gesto per chiudere la staffetta. E poi che cosa è accaduto?

«Poi è venuta la partita del 17 ottobre con la Svizzera; Rivera, dopo aver saputo che avrei giocato io e non lui, denunciò un infortunio e se ne tornò a casa. Firmai il gol dell’1-1, quello dei sette palleggi, a 5’ dalla fine. Ma in Austria, il 31 ottobre, quella dell’infortunio di Riva, siamo andati in campo insieme. E abbiamo vinto».

Per voi è stata una vita complicata in nazionale. Lei e Rivera avete smesso insieme: 23 giugno ’74, Polonia-Italia 2-1. Un caso o un segno del destino?

«Un segno del destino. L’arrivo di Bernardini, dopo Valcareggi, aveva aperto un’altra storia: un nuovo ciclo, nuovi giocatori. In azzurro non abbiamo mai avuto vita facile. Io ero stato costretto a giocare anche ala destra, con il 7, ruolo che nel ’73 non ho più accettato. Giocavo all’ala quando mi allenava Meazza nei ragazzi dell’Inter, ma toccavo pochi palloni. E mi sono spostato al centro. E’ stato Herrera a farmi giocare in attacco. E all’ala mi sentivo fuori ruolo».

Ma per Mazzola chi era Rivera: un nemico, un avversario o un rivale?

«Mai stati nemici, anzi. Io ero convinto di essere molto più bravo di lui in campo e lui di essere molto più bravo di me. Poi io giocavo nell’Inter e lui nel Milan e allora interisti e milanisti non uscivano a cena insieme, come invece si usa fare adesso. La rivalità calcistica era fortissima e noi avevamo un senso di appartenenza al club totale. Ma insieme abbiamo anche creato il sindacato calciatori nel ’68, con Campana. Una svolta storica, perché volevamo creare qualcosa per chi giocava a calcio e non era ricco. Alla fine di una delle prime riunioni dell’Aia, scendiamo insieme in strada io e Rivera. Passa un interista e mi urla: se te fet, cun chel lì del Milan. E un altro a Rivera: va via, va via, chel lì l’è dell’Inter. Questo per dire del clima di allora. Divertente, ma senza sconti, né cedimenti».

Si dice che il calcio di oggi sia molto più veloce di una volta. Oggi Mazzola e Rivera sarebbero ancora grandi?

«Credo di sì. Quello di oggi è un calcio più veloce, ma meno tecnico. E la tecnica spesso fa la differenza. Il peccato originale è nei settori giovanili, dove si pensa alla tattica, invece di insegnare ai ragazzi i fondamentali e il piacere del dribbling. Da questo punto di vista, Sacchi, che ha avuto meriti straordinari nell’evoluzione del calcio, non è stato utile».

Vivere di ricordi o vivere con i ricordi?

«I ricordi sono belli, ma non mi sento prigioniero della nostalgia. Ho fatto anche altro, dopo aver giocato a calcio e guardo sempre al futuro. Poi può esserci un’immagine, una fotografia, un filmato, che mi riporta indietro negli anni. Un po’ di nostalgia c’è. Senza esagerare».

Come vive Mazzola lontano dall’Inter?

«Vivo questa situazione di distacco come un’assenza non piacevole. L’Inter e la famiglia Moratti erano e restano una parte fondamentale della mia vita. Quando sono arrivato nel club, ero un bambino. Mio padre era morto a Superga, mia mamma era senza un lavoro. Poi sono arrivato in prima squadra e non dimentico il giorno in cui Angelo Moratti mi ha chiamato per il primo contratto da professionista. Qualunque cosa accadrà, l’Inter ed i Moratti avranno sempre una parte decisiva nella mia vita».

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visto da RIVERA

«Una manovra federale per non farmi giocare»

Gianni Rivera come spiega che la staffetta tra Mazzola e lei al Mondiale messicano sia entrata nella storia del nostro calcio?

«Credo che l’unica spiegazione sia nella sua insensatezza. Questa cosa è rimasta famosa perché era totalmente insensata».

Addirittura…

«Cambiare durante la partita è abbastanza normale. Ma dire a priori “un tempo lo giochi tu e un altro tu” sa di scelta politica. Sul piano tecnico e tattico non c’era infatti alcun tipo di giustificazione».

E lei a quarant’anni di distanza che spiegazione si è dato?

«Secondo me c’era la volontà di non farmi giocare. Poi però si sono accorti che non potevano non farmi giocare: fisicamente ero tra quelli che stavano meglio e poi da anni ero tra i migliori».

Chi non voleva che lei giocasse?

«Non tanto Valcareggi. Era una cosa a livello federale».

Allude a Mandelli?

«Mandelli si era auto-nominato responsabile tecnico e Valcareggi lo aveva accettato».

Ma perché non si voleva che lei giocasse?

«Non so, non me l’hanno mai detto. E non lo sapremo mai: quelli che avevano fatto questa scelta sono quasi tutti morti».

Dal suo punto di vista fu ovviamente un errore.

«Certo. Ma se anche fosse stata una cosa che faceva bene, neppure alla cabala si sono affidati: in caso contrario se avessero tenuto conto della cabala avrei dovuto giocare anche la finale con il Brasile. Questa è la prova che volevano tenermi fuori ma se c’era una squadra contro cui avrei dovuto giocare, questa era il Brasile. Se non potevo giocare contro quelli che andavano alla mia velocità..».

In quella finale ci fu un’ulteriore provocazione: i suoi sei minuti al posto di Boninsegna.

«Ero uno di quelli in panchina. Le regole le so rispettare. Ma quando Valcareggi mi ha detto di andare in campo, mi sono meravigliato. Anche il tipo di cambio mi ha stupito: era più logico sostituire Domenghini che aveva dato tutto correndo come un matto».

Quindi secondo lei Valcareggi era nel pallone.

«Evidentemente sì. Fuori Boninsegna e dentro io: chiaro che c’era qualcosa che non funzionava. Ma era fuori dalla norma tutto quello che è stato fatto in quel Mondiale. Eppure siamo arrivati in finale. E proprio vero che il calcio può anche fare a meno degli allenatori».

Lei chiese mai spiegazioni a Valcareggi?

«Per me gli allenatori erano i più deboli della catena, non mi andava di creargli problemi».

Come visse quella situazione?

«Come una vicenda surreale. C’era una volontà negativa nei miei confronti».

Nereo Rocco, il suo allenatore al Milan, come la prese?

«Rocco venne in Messico con Carraro, il mio presidente di allora. Dopo le dichiarazioni che avevo fatto contro Mandelli, al Milan erano preoccupati. Ma io, dicendo quello che pensavo, mi ero tolto il dente e ormai ero tranquillo».

Dunque la sparata contro Mandelli lei la fece prima che il Mondiale iniziasse.

«Si. Perché avevo annusato l’aria. Era evidente che ci fosse questa volontà di farmi fuori».

Mazzola-Rivera, Rivera-Mazzola. Al di là delle leggende metropolitane, quali sono stati i vostri reali rapporti?

«Ottimi. Sia prima che dopo quel Mondiale abbiamo sempre giocato assieme, com’era logico che fosse. Come giocatori eravamo così diversi che potevamo tranquillamente coesistere».

La rivalità Rivera-Mazzola sarebbe proponibile nel calcio di oggi?

«Non credo. Oggi i giocatori del Milan e quelli dell’Inter si frequentano, allora non si poteva. Fuori dalla nazionale ognuno viveva nel suo mondo. Ma con Mazzola i rapporti sono sempre stati buoni. Eravamo d’accordo su molte cose, assieme siamo stati tra i fondatori del sindacato calciatori. A parte i colori diversi alla domenica, vedevamo il pallone alla stessa maniera».

Rivera, quanto le è pesata l’etichetta di abatino che Gianni Brera le aveva incollato addosso?

«Non me ne sono mai preoccupato. Che non avessi un fisico da Maciste era innegabile».

Approfittando di questa intervista può svelarci i veri motivi della sua emarginazione dal Milan di Berlusconi?

«Semplice. Lui si è contornato delle persone con cui aveva i rapporti più stretti da sempre. Io lo conoscevo, ma non in maniera approfondita. Diciamo che ha creato la situazione perché io me ne andassi ma non mi ha mandato via dal Milan. Evidentemente non se la sentiva».

Ma lei era Gianni Rivera.

«Per lui la storia del Milan comincia con il suo ingresso in società. Una volta siamo andati da Vespa in occasione dei 50 anni di “Tutto il calcio minuto per minuto”. Si è parlato soltanto delle vittorie del Milan di Berlusconi. Di quello che era successo prima, niente».

Però Berlusconi ha vinto davvero tanto.

«Per incominciare dalla terza Coppa bisogna che qualcuno abbia vinto le prime due. Che poi erano quattro perché c’erano anche le Coppe delle Coppe».