RNK Split: l’anima anarchica di Spalato

Spalato è una città che si porta addosso il peso magnifico di diciassette secoli. Sorta intorno alle mura del Palazzo di Diocleziano, incastonata tra il colle Marjan e le acque dell’Adriatico, è il cuore pulsante della Dalmazia: una terra di confine che ha cambiato bandiere e padroni senza mai perdere il proprio carattere. Enzo Bettiza, scrittore triestino di origini spalatine, la raccontò come una città “dove l’Oriente e l’Occidente si sfiorano senza fondersi mai del tutto”, un luogo di contrasti dove la pietra romana convive con il cemento jugoslavo, la brezza marina con il fumo delle ciminiere. 

Chi arriva a Spalato oggi trova una città turistica e vitale, distesa tra il porto e le spiagge di Bačvice, con il profilo inconfondibile della cattedrale di San Doimo — l’antico mausoleo dell’imperatore — che svetta sopra i tetti. Ma soprattutto, trova una città che è sinonimo di Hajduk. Lo sanno tutti, lo sa il mondo. Le bandiere bianche sventolano ovunque, dalla Riva al Marjan, e il Poljud è un tempio che non ha bisogno di presentazioni. Eppure, sotto la pelle di questa città batte un secondo cuore, più piccolo ma altrettanto ostinato. Un cuore che pulsa di rosso, non di bianco, e che affonda le sue radici non nei salotti o nelle piazze eleganti, ma nelle officine, tra la polvere di ferro dei cantieri navali e i vicoli stretti del quartiere Varoš.

Questo cuore appartiene al Radnički nogometni klub Split, il Club Calcistico Operaio di Spalato. Una società che porta nel nome la sua dichiarazione di intenti e che ha attraversato più di un secolo di storia restando fedele a un principio semplice: il calcio appartiene a chi lavora.

Anarh: un nome che era già una rivolta

Per capire cosa sia davvero lo Split, bisogna risalire al 1912. In via Plinarska, nel cuore del quartiere Varoš — un labirinto di case in pietra abitato da pescatori e braccianti, i cosiddetti “težaci” — un gruppo di giovani fondò una squadra di calcio con un nome che suonava come uno schiaffo in faccia alle autorità: Anarh.

Non era una provocazione gratuita. Era l’espressione diretta di un mondo operaio che non aveva voce in capitolo nella vita pubblica e che trovava nel pallone uno spazio di libertà. L’Anarh non era semplicemente un club sportivo: era un atto politico, un modo per dire “esistiamo anche noi”.

Le autorità austro-ungariche lo capirono subito e lo vietarono quando i suoi membri si rifiutarono di rendere omaggio all’arciduca Francesco Ferdinando dopo il suo assassinio. Poi toccò ai monarchici jugoslavi tentare di sopprimerlo, a causa degli scontri tra i sostenitori del club e l’Orjuna, l’organizzazione dei nazionalisti jugoslavi. Ma il club non morì: cambiò pelle. Si chiamò Jug, poi Slavija, poi Borac, fino ad arrivare alla denominazione attuale. I nomi cambiavano, l’anima restava la stessa.

Il prezzo più alto

L’identità politica dello Split non era un vezzo da manifesto o un simbolo da bandiera. Era qualcosa di concreto, pagato con la vita.

Quando la Seconda Guerra Mondiale investì la Jugoslavia, la maggior parte dei giocatori della prima squadra non esitò a schierarsi. Entrarono nel Primo Distaccamento Partigiano di Spalato e imbracciarono le armi contro l’occupazione nazi-fascista. Appena quattro mesi dopo l’inizio del conflitto, molti di loro furono fucilati.

Il bilancio finale è un numero che toglie il fiato: 128 tra giocatori e dirigenti del club persero la vita nella lotta di liberazione. Centoventotto persone legate a una piccola società calcistica di quartiere. Non a un esercito, non a un partito strutturato, ma a un club sportivo che sentiva l’antifascismo come parte del proprio DNA.

Ancora oggi, in via Plinarska, una targa commemorativa segna il punto in cui tutto ebbe inizio. È sormontata dal simbolo della falce e martello — un dettaglio che può sorprendere chi guarda la storia con occhi contemporanei, ma che racconta con precisione da dove veniva quella gente e per cosa combatteva.

All’ombra delle gru

Finita la guerra, lo Split trovò la sua casa definitiva: il Park Mladeži, il Parco della Gioventù. A guardarlo dall’alto, quello stadio sembra un campo da calcio cresciuto per caso all’ombra delle enormi gru del cantiere navale di Spalato, lo “škver”. Ma non c’era niente di casuale in quella vicinanza. Il legame tra la fabbrica e il campo era totale, quasi organico.

I giocatori erano spesso gli stessi uomini che al mattino saldavano lamiere e al pomeriggio si cambiavano negli spogliatoi per difendere i colori rossi. Non c’era distinzione tra la vita lavorativa e quella sportiva: erano due facce della stessa esistenza, unite dalla fatica fisica e da un senso di appartenenza che andava ben oltre il risultato del sabato.

Questo mondo ha prodotto figure straordinarie. Tomislav Ivić, uno dei più grandi allenatori europei del Novecento, iniziò la sua carriera come fabbro navale proprio allo škver. Stanko Poklepović, soprannominato “Špaco”, era caporeparto dei saldatori prima di diventare un tecnico rispettato. Anche Ivan Katalinić, che avrebbe poi vinto tutto con l’Hajduk, aveva studiato alla Scuola Nautica Superiore ed era figlio di quel mondo fatto di metallo e mare. Uomini che portavano sul campo la stessa disciplina e la stessa tenacia che servivano per far galleggiare una nave.

L’era Žužul: tre anni dal paradiso all’inferno

Per decenni, lo Split visse nell’ombra, militando nelle serie minori senza fare troppo rumore. Poi, all’inizio degli anni Duemila e Dieci, arrivò la svolta. I fratelli Slaven e Jozo Žužul, titolari della ditta Skladgradnja, entrarono nella società e la trasformarono.

Quello che seguì fu un miracolo sportivo autentico: dalla quarta divisione alla massima serie croata in soli tre anni. Un’ascesa fulminante che culminò, nella stagione d’esordio in Prva Liga nel 2010, con un incredibile terzo posto in classifica. Il piccolo Split si ritrovò a sfidare l’egemonia cittadina dell’Hajduk, un’eresia sportiva che fece impazzire il quartiere Varoš e irritò non poco l’altra metà della città.

Furono anni di sogno. Il Park Mladeži vide sbocciare talenti purissimi come Ante Rebić e Marko Rog, giovani cresciuti nel vivaio e poi ceduti a cifre importanti, nell’ordine dei milioni di euro. E ci furono le notti europee, quelle che i tifosi ancora raccontano con gli occhi lucidi: lo Split che tiene testa al Fulham in Inghilterra, lo Split che gioca alla pari con il Torino in Italia, cedendo solo per un soffio.

Per un attimo, sembrò che la favola potesse durare. Ma le fondamenta erano fragili. La Skladgradnja degli Žužul finì al centro di pesanti inchieste giudiziarie legate al cosiddetto “affare Tuneli”, un caso di appalti truccati nella verniciatura delle gallerie autostradali. I soldi che avevano alimentato il sogno si rivelarono tossici, e i debiti iniziarono ad accumularsi come macerie.

Il paradosso degli operai

Il crollo fu rapido quanto l’ascesa. La società smise di pagare gli stipendi ai giocatori, che si rivolsero ai tribunali per ottenere quanto dovuto. Fu in quel momento che la storia dello Split raggiunse il suo punto di massima, amara ironia.

L’Alta Corte Commerciale stabilì che i calciatori tesserati dal club non potevano essere considerati lavoratori dipendenti con diritti prioritari sui crediti. Erano, secondo la sentenza, semplici “artigiani” o titolari di partita IVA, senza le tutele previste per i lavoratori subordinati.

Fermiamoci un secondo a riflettere sulla portata di questo paradosso. Un club fondato nel 1912 con il nome “Anarchico”, rinominato “Operaio”, nato dalla lotta di classe e cresciuto nei cantieri navali tra saldatori e braccianti, si è ritrovato — un secolo dopo la sua fondazione — a essere lo strumento giuridico attraverso cui venivano negati i diritti dei lavoratori ai suoi stessi tesserati. È una distopia che nemmeno il più cinico degli scrittori avrebbe saputo immaginare.

Lo spirito che non muore

Oggi lo Split milita nelle serie minori del calcio croato. Lontano dai riflettori europei, lontano dai milioni, lontano dalle prime pagine. La realtà quotidiana è fatta di budget risicati, trasferte su pullman scassati e tribune semivuote.

Eppure, chi cammina per il quartiere Varoš sente ancora qualcosa nell’aria. Le gru dello škver, quelle che hanno fatto da sfondo a un secolo di calcio popolare, continuano a sovrastare il Park Mladeži come guardiani silenziosi. E i tifosi, quei pochi irriducibili che non hanno mai smesso di cantare, continuano a ripetere che lo Split non è solo una squadra.

Lo Split è la prova vivente che un’identità costruita sulla fatica, sull’appartenenza e sulla resistenza può essere offuscata dal denaro facile, tradita da imprenditori senza scrupoli, dimenticata dalle cronache sportive, ma mai cancellata del tutto.