Dimenticate Guardiola e Sacchi. Prima di loro, il tecnico croato reinventò il calcio creando il 3-5-2 nella Jugoslavia degli anni ’80, un’eredità tattica che continua a dominare i campi di oggi.
Negli anni ’80, il calcio mondiale stava attraversando un periodo di transizione. Il glorioso Calcio Totale olandese era ormai un ricordo e il rigido 4-4-2 britannico mostrava segni di stagnazione. Fu in questo contesto che emerse una nuova filosofia tattica dalla vecchia Jugoslavia: il 3-5-2, un modulo che sarebbe diventato estremamente popolare negli anni successivi.
Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, questa rivoluzione tattica non arrivò dai paesi nordici o dall’Argentina, ma dal cuore dei Balcani. Una terra ricca di talento calcistico che avrebbe dato vita a una delle innovazioni più durature nel mondo del calcio moderno. La metamorfosi tattica rappresentava una risposta naturale all’evoluzione del gioco, in un’epoca in cui gli estremi classici stavano scomparendo e il calcio richiedeva nuove soluzioni per adattarsi ai cambiamenti in corso.
Miroslav Blažević e la sua intuizione
Nel 1982, dopo aver trascorso un periodo nel calcio svizzero, Miroslav Blažević tornò nella sua Croazia natale. Ex giocatore internazionale degli anni ’60, Blažević aveva sviluppato le sue idee tattiche durante il periodo trascorso in Svizzera, allenando squadre come Vevey, Sion e Losanna, fino a diventare commissario tecnico della nazionale elvetica.
Fu in Svizzera che Blažević entrò in contatto con l’eredità tattica di Karl Rappan, assorbendo principi che prevedevano una redistribuzione dei ruoli offensivi tra difensori e centrocampisti. Questa esperienza, combinata con la tradizione jugoslava del libero – posizione immortalata da giocatori come Vasovic del Partizan e successivamente da Beckenbauer – gettò le basi per ciò che sarebbe diventato il modulo 3-5-2. Le intuizioni di Blažević non erano semplici esperimenti tattici, ma una profonda comprensione dell’evoluzione del gioco e delle sue necessità future, anticipando tendenze che sarebbero emerse solo anni dopo nel panorama calcistico internazionale.
La sperimentazione alla Dinamo Zagabria

Dopo un breve periodo al Rijeka, nel 1980 Blažević assunse il controllo della Dinamo Zagabria, un club storico che attraversava un periodo difficile. Nel suo primo anno, portò la squadra al quinto posto del campionato jugoslavo, e nella stagione successiva conquistò sia il campionato che la coppa nazionale.
Osservando che la maggior parte delle squadre avversarie adottava il 4-3-3 o il 4-4-2, Blažević intuì che il ruolo del terzino come marcatore degli esterni offensivi stava diventando obsoleto. Decise quindi di operare una metamorfosi nell’assetto tattico della squadra. La sua visione rappresentava una rottura con la tradizione, ma era fondata su un’attenta analisi delle tendenze del calcio contemporaneo e sulle debolezze dei sistemi tattici prevalenti.
La sua innovazione consistette nel far arretrare un centrocampista difensivo nella posizione di libero, posizionandolo dietro i centrali. Affidò questo ruolo al veterano Zejic, autorizzandolo a fungere da costruttore di gioco dalla difesa, operando dietro o davanti ai due centrali quando in possesso palla. Questa disposizione creava un triangolo difensivo che non abbandonava l’area di rigore, lasciando le fasce laterali prive di occupazione fissa ma pattugliate da due esterni che si muovevano su tutta la fascia in funzione offensiva o difensiva a seconda della situazione di gioco.
L’architettura del 3-5-2 di Blažević

Davanti alla difesa, Blažević posizionò un mediano per mantenere l’equilibrio tattico, e davanti a lui due centrocampisti più creativi che supportavano una coppia d’attacco formata solitamente da un giocatore più libero e un attaccante più statico.
Questa disposizione permetteva alla squadra di adattarsi allo svolgimento della partita, oscillando tra una fase offensiva facilitata dal libero e una fase difensiva in cui gli esterni arretravano fino a formare un 5-3-2.
L’esperimento di Blažević cominciò a dare i suoi frutti nella stagione 1981/82, quando la Dinamo Zagabria vinse il campionato. Le squadre avversarie, poco abituate a questo nuovo posizionamento, si trovavano spesso in svantaggio, permettendo a Blažević di gestire la seconda parte delle partite facendo arretrare gli esterni in funzione più difensiva per consolidare il vantaggio.
L’esportazione del modello e il ritorno in Svizzera
Nella stagione successiva, nonostante le squadre avversarie fossero ormai consapevoli della tattica, la Dinamo arrivò fino all’ultima giornata con la possibilità di vincere il campionato, che alla fine andò al Partizan. La squadra di Blažević si consolò vincendo la Coppa di Jugoslavia.

Problemi con la dirigenza portarono il tecnico a lasciare il club e tornare in Svizzera, dove replicò la formula vincente conquistando il titolo con il Grasshoppers. Durante questo periodo, il 3-5-2 cominciò a diffondersi anche oltre i confini svizzeri e jugoslavi.
La consacrazione mondiale: Argentina e Danimarca
Carlos Bilardo ha più volte rivendicato la paternità del 3-5-2. Effettivamente, l’argentino popolarizzò il modulo grazie al trionfo ai Mondiali in Messico nel 1986. Dal 1984, la nazionale argentina iniziò a utilizzare questo schema innovativo per esaltare il genio di Diego Armando Maradona.
Anche la Danimarca di Sepp Piontek diffuse in quel torneo la sua versione del 3-5-2, anche se nel caso danese questa variazione era nata due anni prima dalla metamorfosi di un 1-3-3-3 ispirato alla scuola olandese. La Danish Dynamite sfruttava il sistema per valorizzare talenti come Michael Laudrup e Preben Elkjær, creando un calcio spettacolare e offensivo che catturò l’immaginazione degli appassionati di tutto il mondo.
Tuttavia, nessuno di questi tecnici fu il vero pioniere del modello, che era nato effettivamente quattro anni prima a Zagabria, sotto la guida visionaria di Blažević. La storia del calcio, come spesso accade, ha teso a celebrare coloro che hanno raggiunto i successi più visibili piuttosto che i veri innovatori. Il Mondiale messicano rappresentò la vetrina internazionale per un sistema che era già stato concepito e perfezionato nei campionati dell’Europa orientale.
La rinascita croata: il Mondiale di Francia ’98

Nel 1994, quando ormai il 3-5-2 era passato dall’essere una novità esotica ai Mondiali del Messico ’86 a un sistema considerato datato già agli Europei del 1992, Blažević assunse la guida della Croazia operando un’inaspettata rinascita del modulo.
Nel 1998, la nazionale croata divenne la grande rivelazione dei Mondiali in Francia. Non era una novità che il giovane paese balcanico avesse potenziale, come già dimostrato agli Europei in Inghilterra due anni prima, ma nel torneo francese divenne chiaro che i croati avevano le armi per ambire a far parte dell’élite continentale.
Oltre all’enorme talento individuale di giocatori come Davor Šuker, Zvonimir Boban, Robert Prosinečki e Robert Jarni, i croati potevano contare su un modello tattico che si adattava perfettamente alle debolezze più evidenti dei modelli tradizionali degli anni ’90, in un’epoca in cui gli attaccanti d’élite cominciavano a scarseggiare e il gioco si sviluppava sempre più a centrocampo.

Dopo una difficile fase a gironi, dove furono superati dall’Argentina, i croati misero in pratica il loro particolare modello di gioco eliminando i favoriti Romania e Germania fino a raggiungere le semifinali, dove andarono vicinissimi a causare una delle più grandi sorprese nella storia del calcio, fermati solo dall’intervento provvidenziale di Lilian Thuram in quella calda notte parigina.
Il terzo posto conquistato contro un’Olanda demotivata confermò il successo pratico della teoria e rivendicò definitivamente la figura pionieristica del selezionatore Miroslav Blažević. Questo risultato rappresentò il culmine della carriera del tecnico e la conferma definitiva della validità delle sue intuizioni tattiche. La generazione d’oro del calcio croato riuscì a esprimere tutto il suo potenziale grazie a un sistema che esaltava le caratteristiche dei suoi interpreti, creando una squadra che entrava di diritto nella storia del calcio mondiale.