Rudi Gutendorf, l’allenatore mondiale

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Dal Perù al Botswana, dalle Filippine, al Nepal, alle Isole Samoa: Rudi Gutendorf ha allenato ovunque.

Questo post è stato inserito nella categoria “Grandi Imprese” perchè quella del tecnico tedesco è stata senz’altro un’impresa di vita che, parafrasando Jules Verne, si può riassumere in “il giro del mondo in 55 squadre”.

Diceva di ispirarsi a Nereo Rocco, di ritenere il catenaccio una filosofia di vita e di essere stato negli anni Settanta a un passo dall’allenare in Italia la Triestina, guarda caso la squadra che lanciò nel firmamento del calcio il “Paron”. Si chiamava Rudi Gutendorf (Wikipedia recita: Coblenza, 30 agosto 1926 – 13 settembre 2019) ed è stato uno zingaro da guinnes dei primati del calcio mondiale. A lui il terremoto sulle panchine mondiali fa quasi sorridere, visto che nella sua carriera ha allenato ben 40 squadre, molte delle quali Nazionali.

Gutendorf non si è mai considerato un vero e proprio tecnico, ma un istruttore del calcio. La Fifa lo aveva inviato per più di 40 anni ai quattro angoli del mondo ad insegnare calcio, a inculcare nella mente dei calciatori sia la disciplina che basilari nozioni tattiche. Un allenatore con la valigia sempre pronta sotto il letto d’albergo. Un giramondo dalla vita sentimentale altrettanto movimentata: tre matrimoni e un figlio. Conosceva perfettamente cinque lingue (tedesco, inglese, francese, spagnolo e swahili) e quando non tornava in patria (dove viveva in una casa nei boschi di Neustadt), trascorreva qualche settimana nella bellissima villa sul mare nei pressi di Sidney.

Da calciatore non ha mai lasciato il segno, trascorrendo buona parte della carriera a Coblenza, in squadre di seconda e terza divisione. La sua traiettoria da tecnico prende il via in Svizzera (Blue Stars Zurigo e Lucerna), poi inizia a girare il mondo. Negli anni Sessanta troviamo Gutendorf in Tunisia, prima sulla panchina del Monastir e poi su quella della Nazionale, ritorna per un breve periodo in Germania (Duisburg e Stoccarda), poi si reca negli Stati Uniti (St Louis) e accetta quindi di guidare la Nazionale delle Isole Bermudas.

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Ad un certo punto sente nostalgia di casa e si accorda con lo Schalke 04 e i Kickers Offenbach, ma l’animo da zingaro prende il sopravvento e così non ci pensa un solo secondo per volare in Perù e guidare lo Sporting Cristal, il Cile, il Bolivar, la Nazionale della Bolivia e quella del Venezuela. Siamo ormai negli anni Settanta e Gutendorf approda nuovamente in Africa (Botswana) e poi in Australia, nelle Isole Fiji, nelle Filippine e in Nuova Caledonia.

Il progetto è sempre lo stesso: conoscere realtà ai margini del grande calcio e trasformare il terzo (o quarto) mondo del pallone in strutture che in futuro sappiano camminare senza l’appoggio di stampelle virtuali. Dal 1980 vola sempre più da un continente all’altro, prima in Asia (Nepal), poi ancora Africa (Tanzania e Ghana) e quindi per la prima volta in Giappone (Yomiuri Tokyo). Questi spostamenti repentini però non gli impediscono di fare tappa qualche volta a casa e allenare l’Hertha Berlino piuttosto che l’Amburgo. Nel 1987 è istruttore degli allenatori in Cina, ma l’anno successivo tenta la qualificazione olimpica con l’Iran.

Passano gli anni, ma non viene mai meno la voglia di insegnare calcio ed è così che Gutendorf accetta la panchina olimpica della Cina, delle Isole Mauritius, dello Zimbabwe e del Rwanda, fino ad arrivare alla veneranda età di 77 anni alla sua ultima esperienza internazionale: le Isole Samoa, patria del rugby più che del calcio, con il chiaro intento di rendere il più possibile difficile la qualificazione mondiale ad Australia e Nuova Zelanda, candidate a duellare fino all’ultimo respiro per l’unico biglietto aereo per i mondiali tedeschi del 2006.

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«È la sfida più emozionante della mia carriera», raccontava «alla Fifa mi chiesero se me la sentivo di insegnare a giocare al pallone a ragazzi che avevano preso 32 gol in una gara ufficiale dall’Australia. La tentazione era forte». E a chi gli consigliava di iniziare a fare il nonno e godersi la meritata pensione Gutendorf rispondeva così: «Alle Samoa c’è il sole e il mare, l’ideale per curare i miei reumatismi. Nonno? Ma se ho un figlio di 13 anni, semmai devo imparare a fare il papà e poi c e mia moglie Marika a farmi sentire giovane». La sua consorte, australiana di sangue ungherese, al tempo aveva esattamente la metà dei suoi anni e soprattutto era l’unica persona che lo accompagnava con entusiasmo in questi viaggi negli angoli più sperduti del mondo. Roba da far impallidire persino Bora Milutinovic o Carlos Alberto Parreira.

Alla soglia degli 80 anni Gutendorf si ritira in patria ma le cronache tornano a parlare di lui nel 2016 quando accetta il suo ultimo incarico, che se vogliamo riassume in pieno la sua filosofia di vita: a 90 anni si siede sulla panchina della terza squadra del TuS Koblenz, formazione creata per far giocare i profughi, gli unici ammessi in squadra. «Ovviamente non parteciperò agli esercizi, ma con la mia esperienza mondiale posso sicuramente aiutare i ragazzi. Alcuni di loro mi conoscevano perché ho allenato in Ruanda», disse nel suo primo giorno di lavoro.

Il suo vero orgoglio era infatti quello di esser riuscito ad abbinare l’impegno nel sociale al lavoro da allenatore. «Tutta la mia vita l’ho dedicata al calcio – ha raccontato –. Amo questo mestiere, anche perché aiuta l’integrazione».

Si spegne nella sua Coblenza il 13 settembre 2019 alla bella età di 93 anni.

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