Il piano segreto di Boniperti: come nacque il calciomercato più clamoroso degli anni settanta.
Nessuno doveva sapere niente. Non ancora. Nella prima settimana di luglio del 1976, mentre l’Italia intera scioglieva sotto un’afa implacabile e dai juke-box uscivano le note di “Non si può morire dentro” di Gianni Bella e “Ancora tu” di Lucio Battisti, un uomo stava tessendo in silenzio la trama più audace che il calciomercato italiano avesse mai conosciuto. Si chiamava Giampiero Boniperti. Presidente della Juventus, ex campione, stratega nato. Aveva in testa un piano che prevedeva di smontare pezzo per pezzo una squadra che per tre volte in quattro anni aveva vinto lo scudetto — e di ricostruirla sulle macerie degli altri.
Il piano era semplice nella sua brutalità: disfarsi di due dei nomi più illustri della rosa bianconera, il capitano Pietro Anastasi e il regista Fabio Capello, e sostituirli con due uomini che le rispettive squadre consideravano ingombranti, fastidiosi, finiti. Due scarti, almeno sulla carta. Due giocatori che nessuno avrebbe rimpianto: Roberto Boninsegna dall’Inter e Romeo Benetti dal Milan.
Nessuno, tranne chi li conosceva davvero.
Il 9 luglio 1976 i giornali di tutta Italia uscirono con la notizia che scosse il mondo del calcio: la Juventus aveva ceduto Anastasi all’Inter e Capello al Milan, ricevendo in cambio Boninsegna e Benetti. Due scambi paralleli, annunciati nello stesso giorno, con un disegno unitario. Ma dietro quel titolo c’era un intrigo lungo mesi, fatto di rancori, tradimenti, telefonate al mare e colpi di scena degni di un romanzo.
Anastasi contro Parola, Capello contro lo spogliatoio: i veleni nella Juventus 1975-76

Ma torniamo indietro di qualche mese, alla primavera del 1976. La Juventus sta perdendo lo scudetto in un testa a testa al cardiopalma con il Torino di Radice. Lo spogliatoio bianconero è un campo minato. Anastasi, il “Pelé bianco”, otto stagioni in bianconero e tre scudetti, è in guerra aperta con l’allenatore Carlo Parola. La crisi deflagra nell’intervallo di Lazio–Juventus, il 7 marzo: Anastasi, in giornata no, chiede la sostituzione. Parola interpreta il gesto come un affronto e lo emargina. La settimana dopo, alla vigilia della trasferta di Cesena, il catanese viene escluso ancora. Perde la testa: improvvisa una conferenza stampa dopo un allenamento al centro sportivo Combi e attacca pubblicamente Parola e alcuni compagni. Per la Juventus, che sullo “stile” ha costruito la propria identità, è un punto di non ritorno. Anastasi è fuori.
E Capello? L’altro indiziato ha commesso un crimine diverso ma altrettanto imperdonabile: durante un tour estivo negli Stati Uniti, in una conferenza stampa ha dichiarato ai giornalisti che in Nazionale gioca meglio perché trova collaborazione, mentre alla Juventus è costretto a interagire con giocatori non all’altezza. La frase avvelena lo spogliatoio. La reazione del capitano Furino è furiosa. Boniperti avvia un sondaggio interno: il verdetto è unanime, la squadra è contro Capello. Il numero dieci di Pieris ha firmato, senza saperlo, la propria condanna.
Benetti contro Rivera al Milan e le trame segrete di Mazzola

A Milano, nel frattempo, altri veleni corrodevano i due club. Al Milan, Romeo Benetti era diventato il nemico giurato di Gianni Rivera. La vicenda ha del grottesco: nella stagione precedente, durante il breve ritiro di Rivera dal calcio, Benetti ne aveva ereditato la fascia di capitano. Secondo i bene informati, il mediano veronese avrebbe addirittura stappato champagne alla notizia del ritiro del Golden Boy. Ma quando Rivera era tornato, Benetti si era rifiutato di restituire la fascia, arrivando a pretendere — lui, un centrocampista — di diventare azionista del club. Per Rivera, Benetti era ormai una spina insopportabile. Per la dirigenza rossonera, liberarsene era una priorità.
All’Inter il quadro era diverso ma ugualmente torbido. Roberto Boninsegna, “Bonimba”, sette stagioni in nerazzurro, 175 gol e due titoli di capocannoniere, era stato bollato come un giocatore in declino. Ma chi aveva deciso? Boninsegna, anni dopo, avrebbe puntato il dito: l’anno prima dello scambio, all’aeroporto di Olbia, aveva sorpreso Sandro Mazzola che confabulava con Anastasi. Il sospetto che la trattativa fosse in gestazione da tempo non lo abbandonò mai. E in effetti, secondo il Guerin Sportivo, furono proprio l’allenatore Chiappella e Mazzola — ormai in procinto di diventare dirigente — a spingere con insistenza il presidente Fraizzoli verso lo scambio.
Fraizzoli, però, esitava. Anastasi gli era sfuggito da ventenne nel 1968, quando Agnelli gli aveva soffiato il giocatore sotto il naso con un blitz leggendario — l’Avvocato aveva aggiunto alla trattativa persino una fornitura di compressori per frigoriferi. Ora non aveva tutta questa voglia di prendersi un Anastasi in declino. Per settimane il presidente nerazzurro tentennò, mentre Boniperti sondava piste alternative: prima trattò Savoldi col Napoli, offrendo un miliardo più Gentile e Anastasi, ma Ferlaino rifiutò; poi bussò alla porta del Genoa per Roberto Pruzzo, offrendo Anastasi e soldi. È in questa fase che Anastasi, per la prima volta, dichiarò di preferire l’Inter: sapeva che Boniperti non lo avrebbe mai ceduto al Torino, rivale nel derby, e Milano era vicina alla sua Varese. Solo a inizio luglio, con tutte le altre strade sbarrate, Boniperti puntò dritto su Boninsegna. Giovedì 8 luglio, sotto la pressione congiunta di Chiappella e Mazzola, Fraizzoli cedette.
La telefonata di Fraizzoli a Boninsegna e il dolore di Anastasi

Nessuno dei due diretti interessati sapeva nulla. I giocatori, negli anni Settanta, erano merci vincolate: i presidenti decidevano e loro obbedivano.
Boninsegna era in vacanza a Forte dei Marmi con la moglie quando squillò il telefono del bagno. Era il cameriere dello stabilimento: c’era una chiamata per lui. Dall’altro capo del filo, la voce imbarazzata di Fraizzoli: «Roberto, domani devi venire a Milano perché la società ha deciso di darti alla Juventus.» Bonimba sobbalzò dalla sedia. Rispose seccamente: «Presidente, ma la società è lei! Alla Juventus ci andrà lei.» Tornò dalla moglie bianco in volto, tanto che lei gli chiese se fosse morto qualcuno. In un’altra intervista, Boninsegna avrebbe aggiunto: «Per me, interista dalla nascita, era una sconfitta, voleva dire passare al nemico. Ma all’epoca c’era il vincolo a vita. Non potevi rifiutare.»
Anastasi, da parte sua, visse lo scambio con un dolore speculare: «Da sempre juventino, vissi quasi come un tradimento il passaggio all’Inter. Alla Juventus mi legavano la fede calcistica e le vittorie che avevo riportato con quei colori.» In un’intervista a Eurosport, precisò: «È stata una vicenda triste. Venivo da otto anni di Juventus, andavo in una rivale come l’Inter. Non l’avrei mai voluto.»
Lo scambio prevedeva un conguaglio di circa 800 milioni di lire a favore della Juventus, cifra enorme giustificata dai cinque anni di differenza d’età — 28 Anastasi, 33 Boninsegna. Contestualmente, Capello andava al Milan e Benetti faceva il percorso inverso, con ulteriori 100 milioni per la Juve. In totale, Boniperti incassava quasi un miliardo e otteneva i due uomini che il suo nuovo allenatore gli aveva chiesto con insistenza.
Trapattoni alla Juventus: il vero regista del doppio scambio

Perché è qui che entra in scena il vero regista occulto di tutta l’operazione. Nel maggio 1976, un giornalista de La Stampa, Angelo Caroli, aveva telefonato a Giovanni Trapattoni, trentasettenne vice di Nereo Rocco al Milan, per avvertirlo che qualcuno a Torino voleva incontrarlo. Quel qualcuno era Boniperti. L’incontro avvenne nella tenuta del presidente a Barengo: i due firmarono il contratto con una stretta di mano, senza neanche discutere l’ingaggio. Come raccontò lo stesso Trap a La Stampa: «Boniperti mi chiese quanto volevo. Mi voltai, con le mani aperte dietro la schiena, e risposi: metta lei quello che ritiene giusto. Ci stringemmo la mano.»
Trapattoni aveva le idee chiarissime: voleva una squadra da combattimento. Non gli serviva l’eleganza di Capello, gli serviva la garra di Benetti, il suo uomo di fiducia al Milan. Non voleva più uno spogliatoio avvelenato dai capricci di Anastasi, voleva la caparbia determinazione di Boninsegna, un centravanti che tutti davano per finito ma che, nelle parole di chi lo conosceva bene, aveva ancora parecchia birra in corpo.
Benetti stesso, anni dopo, confermò: «Si è parlato molto di questo scambio ed è vero che per l’epoca fu importante e insolito.» E aggiunse, ridendo, che da juventino aveva spesso battuto il Milan, e viceversa: «Diciamo che ho sempre accontentato tutti.»

Boninsegna alla Juventus: due scudetti, Coppa UEFA e la doppietta contro l’Inter nel 1977
La stampa era quasi unanime: l’Inter aveva fatto l’affare del secolo, portandosi a casa un attaccante più giovane ancora nel giro della Nazionale; la Juventus si era caricata di due veterani spacciati. La sentenza più feroce fu di Gianni Brera, voce suprema del giornalismo sportivo: “Anastasi è finito – scrisse – e se non lo fosse la Juventus non lo avrebbe ceduto“. Chi pronosticava una Juventus logora con i suoi “nuovi vecchietti” si sentiva al sicuro.
Il campo riscrisse tutto. Boninsegna, nella nuova Juventus del Trap, visse una seconda giovinezza che neanche lui avrebbe osato immaginare: «Quando sono arrivato a Torino, non avrei mai pensato di vincere due scudetti, una Coppa UEFA e una Coppa Italia; ero però conscio del mio ottimo stato fisico.» In tre stagioni bianconere: 58 presenze in campionato, 22 gol, due scudetti, una Coppa Italia e la prima Coppa UEFA della storia juventina. Benetti, al suo fianco, formò con Furino e il giovane Tardelli — avanzato da terzino a centrocampista per intuizione di Trapattoni — un centrocampo “Maginot” che annientava qualsiasi avversario. Nel campionato 1976-77 i bianconeri totalizzarono 51 punti su 60 disponibili, vendicando la beffa dell’anno precedente.

Il momento più emblematico arrivò il 16 gennaio 1977. Juventus–Inter a Torino: Boninsegna segnò entrambi i gol nel 2-0 bianconero. La Stampa Sera titolò: “BONIMBA BANG BANG!”. Anni dopo, al Corriere della Sera, Boninsegna raccontò quel giorno con una sincerità tagliente: «Ho esultato sempre a braccia alzate, ma per la rabbia. Non ce l’avevo con l’Inter o i vecchi compagni, ero arrabbiato soltanto con chi aveva deciso di cedermi.» E con l’ironia amara di chi ha avuto l’ultima parola: «Devo ringraziare Fraizzoli: ho vinto più scudetti e coppe in tre anni con la Juventus che in sette anni con l’Inter.» Significativamente, nelle trasferte a San Siro non volle mai scendere in campo. Si faceva sostituire da Sergio Gori. Il cuore nerazzurro non si era mai spento del tutto.
Anastasi, all’opposto, naufragò: 7 gol in 56 partite interiste, zero trofei di rilievo. L’uomo che per otto anni aveva incarnato l’anima operaia della Juventus — il siciliano emigrato che gli operai di Mirafiori avevano adottato come proprio eroe — si spense nelle nebbie di una Milano che non era mai stata la sua. Ma il legame con la Juve restava indissolubile: nel dicembre 1979, con la maglia dell’Ascoli, segnò il centesimo gol in Serie A proprio a Torino, proprio a Zoff, e tutto il Comunale lo applaudì in piedi. «Come se non fossi mai andato via», ricordò con emozione.
Capello al Milan, Anastasi flop all’Inter: il bilancio finale del doppio scambio del 1976

Capello, al Milan, trovò un club allo sbando. Il tecnico Marchioro tentò di imporre il gioco a zona con risultati catastrofici — sconfitto persino dal Cesena in odore di retrocessione, fu esonerato a febbraio. Capello chiuse mestamente la carriera da giocatore. Ma l’ironia del destino gli avrebbe riservato il più dolce dei riscatti: sarebbe tornato a Milano da allenatore, vincendo quattro scudetti e una Champions League con quella stessa maglia rossonera.
Boniperti poteva godersi il suo capolavoro. Con Benetti e Boninsegna, il blocco dei veterani — Zoff, Morini, Furino — aveva formato lo scheletro d’acciaio attorno al quale crescevano i giovani destinati a dominare il decennio: Scirea, Gentile, Cabrini, Tardelli. Una squadra da combattimento, esattamente come l’aveva voluta il Trap. Claudio Gentile, anni dopo, avrebbe ricordato la filosofia del suo allenatore: «Trapattoni era deciso. Diceva: dovete solo vincere.»
C’è un ultimo capitolo di questa storia, il più tenero. Boninsegna e Anastasi si ritrovarono per caso in vacanza a Pollina, in Sicilia, nell’estate del 1990. Da rivali si scoprirono amici. Come ricordò Bonimba dopo la morte di Pietruzzo, nel 2020: «Ricordammo, ridendoci su, quello scambio che stupì tutta l’Italia. Oltretutto io ero tifoso nerazzurro e lui tifoso bianconero. Il calcio è davvero strano.»
Due scambi, quattro destini incrociati, un’estate che cambiò per sempre il calcio italiano.