Torneo del Bicentenario: non tutto fu perduto…

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Rileggiamo in maniera costruttiva lo sfortunato (per noi) Torneo del Bicentenario del 1976. Dopo una facile vittoria sugli USA, due disfatte senza attenuanti con Brasile ed Inghilterra. Ma fu proprio da lì che prese forma la nazionale di Bearzot…


PROLOGO

Il Torneo del Bicentenario (Bicentennial Soccer Cup) fu organizzato nel 1976 dalla U.S. Soccer Federation per celebrare i 200 anni della Costituzione degli Stati Uniti d’America. Strutturato a inviti, il torneo vide ai nastri di partenza le nazionali di Inghilterra e Italia, Brasile e una selezione statunitense chiamata Team America, composta da giocatori provenienti dalla NASL (North American Soccer League) e comprendente, oltre ad americani come Werner Roth, anche stranieri di richiamo come Giorgio Chinaglia, Bobby Moore e Pelé. Da notare che mentre le federazioni calcistiche brasiliana e italiana conteggiano tuttora il match contro tale selezione americana come ufficiale, quella inglese ha sempre rifiutato di farlo, in quanto essa riconosce come match internazionali ufficiali quelli organizzati tra due federazioni nazionali.

La formula del torneo fu quella del girone all’italiana, in cui ogni squadra incontra le altre tre.Il torneo aveva lo scopo di promuovere il calcio negli Stati Uniti, in un periodo in cui molti calciatori interna – zionali di rilievo giocavano gli ultimi scampoli di carriera in quel Paese. L’affluenza media fu di circa 25.000 spettatori per gara, con punte di 40.000 circa per Inghilterra – Italia a New York, ma non vi fu il risultato d’immagine sperato: si dovettero attendere altri 20 anni prima che negli Stati Uniti si ricominciasse a parlare di calcio in maniera più sistematica, quando vi fu l’emersione di una generazione di calciatori locali – e non più d’importazione – capaci di formare anche un buon team nazionale.

LA STRANA COPPIA – Fulvio Bernardini e l’apprendista stregone Enzo Bearzot

IL CAMMINO DELL’ITALIA

E’ l’Italia della strana coppia Bernardini-Bearzot, una coppia ibrida dove però già iniziava ad essere predominante la componente del “Vecio” Enzo.L’idea di base che Bernardini aveva portato avanti fin dal dopo-Monaco era quella di svecchiare l’Italia non soltanto nel parco giocatori (messi da parte in un solo colpo Mazzola, Rivera e Riva) ma soprattutto nel gioco, alla luce di quanto si andava a vedere in Europa all’epoca, con Ajax e Bayern dominatori in Europa grazie alla loro strabiliante potenza atletica e la predisposizione al gioco totale.

Per l’esordio contro la seleziona americana a Washington il 23 maggio, Bernardini e Bearzot schierano davanti al sempiterno Zoff una difesa innovativa con un Tardelli, alla sua seconda apparizione in azzurro, terzino “fluidificante” assieme ad un tonico Francesco Rocca. Stopper un riscoperto Bellugi con l’intramontabile Facchetti libero. A centrocampo il milanista (ancora per pochi giorni…) Benetti come incontrista a fianco dei piedi morbidi di Capello e Antognoni. Davanti, in omaggio anche al Torino neo-scudettato, i gemelli del gol Graziani e Pulici con Causio tornante.

Pronti-via e al 22′ già 2-0 con Capello e Pulici su rigore. Poca cosa gli americani, con Chinaglia, Bobby Moore e Pelè ormai ammorbiditi dal football in pantofole che si gioca da quelle parti. Nella ripresa dentro Claudio Sala (che torna in azzurro dopo tre anni), Zaccarelli e Bettega ed altre due reti con Graziani e Rocca.Prestazione indecifrabile visto il calibro degli avversari ma tant’è, 4-0 e via ad aspettare l’Inghilterra che nel frattempo a Los Angeles cede al Brasile con una rete di Roberto all’89.

DELUSIONE – Impalpabile l’impatto del grande Pelè, qui controllato agevolmente da Benetti

A New York, nel mitico campo da baseball degli Yankees orrendamente “adattato” al soccer, la diarchia azzurra, alla luce del successo sugli USA, spinge l’acceleratore togliendo un prudente Tardelli per rischiare un Moreno Roggi molto più d’assalto. Per il resto formazione identica. L’inizio è scoppiettante: l’Italia baila il football e gli inglesi sono inchiodati e sorpesi nel trovarsi davanti degli azzurri mai visti così propostivi. Una doppietta di Graziani al 15′ e al 18′ sancisce un dominio incontrastato nella prima frazione di gioco.

Nella ripresa gli inglesi (sostituito il portiere Rimmer con Corrigan) partono all’assalto, e che assalto: in sette minuti, dal 46′ al 53′ Channon due volte e Thompson ribaltano clamorosamente il risultato. L’Italia è irriconoscibile, Rocca e Roggi non riescono a proteggere le avanzate inglesi. Bernardini in panchina assiste impietrito allo scempio azzurro mentre Bearzot, incapace di fronteggiare la situazione, propone al 57′ addirittura un cambio triplo: fuori Roggi, Benetti e Causio e dentro Maldera, Zaccarelli e Claudio Sala. Il match virtualmente finisce qui, gli inglesi, appagati, controllano agevolmente un’Italia impaurita e svogliata.

ITALIA BIFRONTE- Crollo nervoso e fisico contro l’Inghilterra. Qui Bellugi e Royle allo Yankee Stadium

Apriti cielo: la stampa italiana non aspetta altro e si accanisce sui selezionatori azzurri, rei dell’ennesima disfatta dell’Italia post-Monaco. Si va avanti, ora ci aspetta il Brasile, che nel frattempo ha battuto gli USA per 2-0 . Solita formazione-tipo per gli azzurri, con il ritorno di Tardelli in difesa. Il copione è quello visto contro gli inglesi e al 2′ Capello infila Leao ed è ancora bella Italia fino alla mezz’ora quando Gil riesce a riportare il match in parità. Al 41′ si infortuna proprio Capello che rimedia 10 punti di sutura al ginocchio (brutto fallo di Lula: espulso), al suo posto entra il torinista Pecci.

Nella ripresa ancora cambi: fuori Bellugi e Pulici, al solito deludente, per Roggi e Bettega.Al 7′ il solito Gil riporta i brasiliani in vantaggio e il match si trasforma in rissa con l’arbitro, l’uruguaiano Barreto, che estrae il rosso prima con Bettega e poi con Causio. Nel frattempo Zico e Roberto arrotondano il risultato: 4-1 per i verdeoro e Italia in 9. Lo sconcio è compiuto, la missione americana naufraga e il progetto Bernardini-Bearzot viene clamorosamente ridimensionato.

Eppure con il cannochiale della storia le immagini del Bicentenario non appaiono così sfuocate: la formazione tipo schierata in America con la sola sostituzione di Pulici per Bettega, 5 mesi dopo batterà a Roma l’Inghilterra per 2-0 in un match fondamentale per la qualificazione ai Mondiali argentini del 1978. Come dire che non tutto era perduto. Un anno dopo Bernardini lascierà definitivamente lo scettro al solo Bearzot: l’epopea che portera nel 1982 gli azzurri in cima al mondo era iniziata.

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CROLLO VERTICALE – Gli azzurri cadono rovinosamente anche contro il Brasile. Orlando ferma così Pulici

I NUMERI DEL TORNEO: VINCE IL BRASILE

23.05.1976 – Los Angeles, Memorial Coliseum
Brasile 1 – Inghilterra 0
Rete: 1:0 Roberto 89′
Brasile: Leao; Orlando, Miguel (46′ Roberto); Beto, Marco Antonio (52′ F.Marinho), Falcao; Gil, Zico, Neca, Rivelino, Lula
Inghilterra: Clemence; Todd, Mills; Thompson, Doyle, Cherry; Keegan, Channon, Pearson, Brooking, Francis
Arbitro: Weyland (Germania Ovest)

23.05.1976 – Washington D.C., Stadio “Robert Kennedy”
Italia 4 – Selezione USA 0
Reti: 1:0 Capello 15′; 2:0 Pulici rig 22′.; 3:0 Graziani 72′; 4:0 Rocca 84′
Italia: Zoff, Tardelli, Rocca, Benetti, Bellugi, Facchetti, Causio (67’ C. Sala), F. Capello, Graziani, Antognoni (67’ Zaccarelli), P. Pulici (62’ Bettega)
Selezione USA: Rigby, Smith, Chandler, Eddy, Jump, Moore, Scullion (72’ Mifflin, 80’ Skotarek), Clements, Chinaglia, Pelé, Kovalik (50’ David).
Arbitro: Hungerbühler (Svizzera)

28.05.1976 – Seattle, King County
Brasile 2 – Selezione USA 0
Reti: 1:0 Gil 29′, 2:0 Gil 89′
Brasile: Leao; Orlando, Miguel; Beto (46′ Amaral), F. Marinho (89′ Gerardo), Falcao (67′ Givanildo); Rivelino, Zico, Gil, Roberto, Lula
Selezione USA: Martin; Smith, England; Moore, Jump, Smith; Eddy, Clements, Scullion (85′ Chandler), Chinaglia, Kowalik (56′ Vee)
Arbitro: Barreto (Uruguay)

28.05.1976 – New York, Yankee Stadium
Inghilterra 3 – Italia 2
Reti: 1:0 Gil 29′, 2:0 Gil 89′
Inghilterra: Rimmer (46’ Corrigan), Clement, Neal (46’ Mills), Towers, Thompson, Doyle, Wilkins, Channon, Royle, Brooking, Hill
Italia: Zoff, Roggi (57’ Maldera III), Rocca, Benetti (57’ Zaccarelli), Bellugi, Facchetti, Causio (57’ C. Sala), F. Capello, Graziani, Antognoni, P. Pulici
Arbitro: Weyland (Germania Ovest)

31.05.1976 – Filadelfia, Stadio “John F. Kennedy”
Inghilterra 3 – Selezione USA 1
Reti: 1:0 Keegan 23′, 2:0 Keegan 29′, 3:0 Francis 54′, 3:1 Scullion 86′
Inghilterra: Clemence; Tood, Thompson; Greenhoff, Mills, Francis; Brooking, Cherry, Channon, Pearson, Keegan
Selezione USA: Rigby; Smith, England; Moore, Jump, Smith; Eddy, Clements, Vee, Chinaglia, Pelé
Arbitro: Weyland (Germania Ovest)

31.05.1976 – New Haven, Yale Bowl
Brasile 4 – Italia 1
Reti: 0:1 Capello 2′, 1:1 Gil 29′, 2:1 Gil 52′, 3:1 Zico 73′, 4:1 Roberto 75′
Brasile: Leão, Orlando (46’ Getulio), Marco Antonio (80’ Beto Fuscão), Falcão (46’ Geraldo), Miguel, Amaral, Gil, Zico, Roberto, Rivelino, Lula
Italia: Zoff, Tardelli, Rocca, Benetti, Bellugi (46’ Roggi), Facchetti, Causio, F. Capello (41’ Pecci, 62’ C. Sala), Graziani, Antognoni, P. Pulici (46’ Bettega)
Arbitro: Barreto (Uruguay)

Classifica: Brasile 6 punti, Inghilterra 4 punti, Italia 2 punti, Selezione USA 0 punti


L’Italia schierata allo Yankee Stadium contro l’Inghilterra. In alto da sinistra: Zoff, Rocca, Antognoni, Graziani, Bellugi, Benetti Accosciati da sinistra: Capello, Causio, Roggi, Facchetti, Pulici

di Italo Cucci
Guerin Sportivo maggio 1976

Nel naufragio della Nazionale, soltanto gli atleti meritano il salvataggio.
E se riusciremo mai a qualificarci per i mondiali d’Argentina lo dovremo a loro che, seppur con tanti limiti, stanno lavorando per migliorarsi e riportare a galla questa vecchia barca

Si salvi chi può! (ma solo i giocatori)

NEW YORK – Venerdì alle 20,45 (ora locale) alla fine del primo tempo di Italia-Inghilterra (2-0 doppietta di Graziani) l’inviato di un giornale italiano, ha ricevuto la comunicazione telefonica con il giornale e ha preso a dettare la prima parte del suo servizio. «E così – concludeva – l’Italia sta trovando una facile vittoria su una Inghilterra di serie B».
Brian Glenville, il noto polemista anti-italiano del «Sunday Times» di Londra e ora anche notissimo mangia-Revie, lo ha interrotto: «Correggi please – gli ha detto con il suo italiano strascicato – questa è un’Inghilterra di serie C».
Alla fine della partita (3-2 per gli inglesi), Brian Glenville e molti dei suoi colleghi erano neri come la pece perché l’Inghilterra aveva vinto e i giornalisti italiani nella stragrande maggioranza erano allegri come pasque perché l’Italia aveva perduto. Tutto il mondo è paese. Ormai non si fa più calcio, non c’è più alcuno spirito di bandiera, non si giudicano le partite per il loro svolgimento e tenendo d’occhio le varie situazioni tecnico-tattiche: si giudica per partito preso, si montano processi alle intenzioni, si fa la guerra a Revie o a Bernardini soltanto perché questi tecnici non scodinzolano davanti ai giornalisti più o meno «autorevoli». Siamo alla farsa.
Di questa situazione grottesca si era avuto un saggio qualificante mercoledì scorso in occasione della conferenza stampa organizzata all’Hotel Lexington di New York per permettere a Bernardini e Revie di fare il punto. Alla vigilia di Italia-Inghilterra, Don Revie era stato preso d’assalto dai colleghi anglosassoni e se l’era cavata alla meglio, ri­spondendo evasivamente alle domande più scabrose. Una fuga all’inglese, insomma.
Uscito di scena Don Revie, le penne ingle­si già intinte nel veleno sono state scagliate con inaudita violenza contro Bernardini.
«Che cosa fa lei qui? – gli chiedevano in sostanza i giornalisti inglesi. – A noi risulta che il tecnico della Nazionale italiana è Bearzot. Non vorremmo perdere tempo per nien­te».
Bernardini tentava dapprima di cavarse­la alla romana con qualche battuta di spirito (si fa per dire) che tuttavia, dopo la tradu­zione dell’interprete, veniva compreso dagli inglesi soltanto come un rifiuto a rispondere. Il bombardamento continuava, con grande spasso dei giornalisti italiani e il crescente disagio di Bernardini. A questo punto, il sot­toscritto pensava bene di invitare Franco Carraro, vicepresidente della Federazione e capo-comitiva degli azzurri a intervenire per chiarire agli inglesi il drammatico dilemma. E Carraro, finalmente, spiegava il modus vi­vendi e le funzioni della «strana coppia az­zurra» chetando i giornalisti stranieri e di­sturbando palesemente quelli italiani, ormai tutti schierati dalla parte di Bearzot, italico genio della pedata e quindi seccatissimi di dover dire ai loro lettori che per bocca dell’autorevole Carraro era stata ribadita la cor­responsabilità dei due tecnici nella guida della Nazionale.
Che figura ci avrebbe fatto il «Corriere della Sera» che da oltre un anno ha dipinto Bernardini alla stregua di un vegliardo sem­pliciotto con incarichi di accompagnatore? E che avrebbe potuto dire «La Stampa» che da sempre considera Bearzot Commissario Unico della Nazionale alla stregua di Vit­torio Pozzo? Con questi interrogativi inso­luti, il giorno seguente mi sono affrettato a leggere i due autorevoli quotidiani e ho avuto la risposta che cercavo.
Una volta di più era stata manipolata la sostanza dei discorsi: addirittura si diceva che anche i giornalisti inglesi avevano grida­to allo scandalo per la presenza di Bernardi­ni alla Conferenza Stampa perché anche in Inghilterra è noto che il responsabile è Bear­zot.
La realtà – ovviamente – era del tutto diversa: David Miller, autorevole firma del «Daily Express» (quattro milioni di copie al giorno), nell’accanirsi contro Bernardini, aveva precisato: «Ci risulta che lei non conta niente». E quando gli era stato chiesto da che fonte gli risultasse questa «verità», non aveva avuto dubbi: dalla lettura del «Corrie­re della Sera»,
Siamo arrivati dunque alle giostre dialet­tiche, alle morbosità, alle finzioni, alle in­venzioni del giornalismo politico deteriore. La verità ha dunque mille facce e viene propinata ai lettori quotidianamente come un veleno provocando un progressivo allonta­namento degli appassionati di calcio dalla Nazionale. E’ statisticamente provato che gli italiani sono completamente disamorati della squadra azzurra ormai ridotta a fonte di po­lemiche sterili e idiote. C’è una libidine di distruzione che agghiaccia, accompagnata da una crescente incompetenza critica. Ci si spie­ga, dunque, come il meritato e clamoroso vantaggio degli azzurri sugli inglesi sia stato commentato (anche per radio) alla stregua di un’impresa di maramaldi ai danni di un gruppo di pellegrini del Mayflower, mentre il successo finale di questi «pellegrini» sia stato spiegato come una clamorosa débàcle del calcio italiano.

…La sfilata delle majorettes è andata per le lunghe, l’intervallo è durato circa venticinque minuti e noi eravamo già pronti a riprendere il gioco mentre quell’eser­cito di belle ragazze era ancora in campo. Insomma, quando l’arbitro ha fi­schiato l’inizio della ripresa, c’era ancora chi “marcava” le americanine in minigonna e non l’avversario e quando hanno aperto gli occhi, Zoff era stato battuto già due volte…

Ripeto: malafede e incom­petenza incombono sul calcio italiano in quantità tale da giustificare anche le sviste colossali della «strana coppia» Bernardini e Bearzot. Se riusciremo mai a qualificarci per i mondiali d’Argentina, lo dovremo so­prattutto e soltanto a questi giocatori che, pur con tanti limiti, stanno lavorando per mi­gliorarsi e migliorare la Nazionale.
Bernardini e Bearzot potevano dire, dopo Italia-Inghilterra, alla maniera di Petrolini: «A noi ci ha rovinato la guerra. E le donne».

All’irruenza guerriera dei ragazzi di Revie, si è aggiunta una distrazione fatale che ha portato gli azzurri a subire due gol nel giro di due minuti e venti secondi all’inizio della ripresa.

Spiega Pulici: «La sfilata delle majorettes è andata per le lunghe, l’intervallo è durato circa venticinque minuti e noi eravamo già pronti a riprendere il gioco mentre quell’eser­cito di belle ragazze era ancora in campo. Sentivo uno che diceva: “guarda che belle gambe quella lì” e un altro: “guarda che bel sedere!”. Insomma, quando l’arbitro ha fi­schiato l’inizio della ripresa, c’era ancora chi “marcava” le americanine in minigonna e non l’avversario e quando hanno aperto gli occhi, Zoff era stato battuto già due volte».

A ben guardare, non è – questa – una scusa banale. Ma un aspetto deplorevole del­la realtà. L’inesperienza ha giocato agli az­zurri – (autori di un primo tempo spetta­coloso) – un brutto scherzo, anche se in­vece di inesperienza si dovrebbe parlare di infantilismo. Dei professionisti seri non do­vrebbero restare vittime di certi infortuni e se le donne devono giocare scherzi del ge­nere, tanto vale raccomandare a Bernardini e Bearzot di imitare gli olandesi se non altro nell’organizzazione della vita collegiale: per­mettano ai giocatori di portarsi in ritiro mo­gli e fidanzate così non sentiremo dire che si è perduta la faccia per colpa di un sedere.

LA STRANA COPPIA

Un osservatore segreto mi ha raccontato cosa succede sulla panchina azzurra durante la partita. Una comica. Bearzot grida per tut­to il tempo ma nessuno lo ascolta; Bernar­dini ogni tanto gli dà nella voce poi si prende la testa fra le mani, si gira di tre quarti e va in catalessi.

Ecco uno scampolo del secondo tempo di Italia-Inghilterra. Comincia la ripresa ed è subito gol. Bernardini a Bearzot: «Che suc­cede?»

Bearzot: «Glielo avevo detto di stare at­tenti! Questi inglesi non sono mai morti».

Passa un altro minuto e l’Inghilterra va ancora in gol. Bernardini insiste nella sua ac­corata richiesta: «Che succede?».

Bearzot: «Glielo avevo detto di stare at­tenti! Roggi, Roggi dove vai? Stringere, strin­gere!».

Dopo otto minuti e ventisei secondi, la pal­la passa tra le gambe di Zoff: e tre! Bearzot si sgola a richiamar all’ordine i difensori: niente da fare: al quattordicesimo, mentre la maxi-panchina azzurra sembra una zattera nel mare in tempesta e le uniche disposizioni serie vengono impartite dal dottor Vecchiet che sveglia ogni tanto Bernardini dal suo sonno di dolore e cerca di chetare l’ira fu­nesta di Bearzot, questi decide le famose tre-sostituzioni-tre, un capolavoro di incompe­tenza. Escono Causio, Benetti e Roggi; en­trano Sala, Zaccarelli e Maldera.

Bernardini grida «Dio mio no!» ed esala il penultimo respiro. Causio passa davanti alla panchina; Vicini gli dà la tuta, lui gliela tira addosso masticando parolacce all’indi­rizzo della trojka. Benetti lo trattiene dal compiere una «chinagliata» dicendogli: «La­scia perdere, non ne vale la pena».

Roggi fa più chiasso ma resta in panchi­na a chiedersi perché e soprattutto ad accu­sare i compagni della difesa.

«Ho chiesto aiuto, niente. Ho detto a Roc­ca stai qui a coprire, niente. Quello lì gioca solo all’attacco e là dietro si balla». Si inseri­sce Savoldi: «E io intanto sto qui a fare il turista». E Pecci: «Sorbole, che cappella quel­la difesa!».

In campo, un essere pensante, Giacinto Facchetti, chiamava a raccolta i cani perdu­ti senza collare ma inutilmente e alla fine tentava di pareggiare da solo le sorti dell’incontro. Ma Weyland gli annullava il gol e gli restava solo la possibilità di mollare un paio di cazzotti all’avversario più vicino. Mentre i quarantacinquemila di «Broccolino» grida­vano vendetta e l’amico Manfredi, presiden­te del Brooklin Group, mi diceva: «Volevo comperarli tutti, e invece li lascio all’Italia». Undici milioni di dollari risparmiati, una magra consolazione.
Se servisse almeno – questa figuraccia – a calmierare il mercato nostrano.


di Italo Cucci
Guerin Sportivo maggio 1976

Diamo atto a Bernardini di avere bene operato da selezionatore  e a Bearzot di avere saputo trasmettere ai giocatori certi stimoli di gioco non sempre intelligibili e tuttavia recepiti con sufficiente entusiasmo. Dopodiché, si volti pagina.

Bocciata la «strana coppia» è Vinicio il super-candidato

Mi vergogno di essere italiano. Mi vergogno di essere uno «sportivo». Mi vergogno di essere un giornalista sportivo. Ma vorrei ohe altri provassero la stessa vergogna. Ad esempio Artemio Franchi, che ha ingaggiato Fulvio Bernardini e poi l’ha dato in pasto alle belve della critica e alla teppaglia che si è esibita sabato a San Siro come sera esibita mesi addietro a Roma. Bernardini si è difeso come ha potuto, gridando fra le lacrime: «Siete tutti assassini!». Non aveva torto, non ha torto. Forse siamo tutti assassini, noi che abbiamo perduto la dimensione della realtà e abbiamo trasformato il gioco del pallone in un gioco di massacro. Ma se frugo nella mia coscienza, se mi chiedo serenamente, onestamente quali siano le mie colpe, ne trovo una sola: quella di non avere gridato abbastanza, quella di non avere convinto il mio amico Fulvio Bernardini a lasciare la Nazionale quand’era il tempo di farlo.
Ho per Fulvio la stima e l’affetto che ebbi per mio padre. Per questo un anno fa, alla vigilia di Italia-Polonia (19 aprile 1975) lo invitai pubblicamente (dalle colonne del «Guerino», dai microroni della Rai e della Tv) a dare le dimissioni. Aveva esaurito il suo compito di selezionatore, era insidiato da un «secondo» (Enzo Bearzot) smanioso di fargli le scarpe, non era minimamente tutelato da una Federazione assente, soddisfatta soltanto di avere passato la patata bollente del dopo-Monaco nelle mani dell’unico tecnico responsabile che s’era detto disposto al sacrificio, forse perché vecchio, forse perché desideroso di sedersi sulla panchina azzurra che gli era stata negata quando lo meritava dippiù, forse perché inguaribile sognatore, certamente perché innamorato della Nazionale al punto di accettare ogni rischio, mentre tutti gli altri si nascondevano, scappavano, si apprestavano a dare i loro consigli, ad emettere le loro sentenze dopo, come sempre.
Questa gente ha goduto e gode delle sventure della Nazionale; ha goduto e gode, soprattutto, delle sventure di Bernardini, e gli aizza contro – come a Milano – la plebaglia infoiata che nulla ha a che spartire con il calcio, con lo sport; gente che farebbe bene a rovesciare la propria rabbia e libidine di distruzione su altri personaggi, ad esempio sui politicanti ladri e assassini.Per la gioia dei cialtroni, Fulvio Bernardini ha conosciuto il suo piazzale Loreto: lo hanno insultato, deriso, sputacchiato, vilipeso. I corvi che da mesi gli girano intorno gli hanno fatto festa e gli hanno dedicato qualche riga compassionevole.«Il povero vecchio», «il disgraziato tecnico», «il tecnico sputacchiato»: così l’hanno definito, fingendo solidarietà; ma in realtà hanno accettato il verdetto infame di un gruppo di facinorosi come una sentenza definitiva: basta con Bernardini, vogliamo Bearzot.
Gianni Minà ha avuto anche il buongusto di portarle sul video, domenica pomeriggio, alcune di queste facce, di queste voci. Magari per dire che eccedevano. In realtà per dare ad Artemio Franchi, che magari se ne stava sdraiato su un canapè a seguire la trasmissione, una prova in più di quel ch’è necessario fare: cacciare Bernardini, far pagare a lui soltanto il conto salato di un mezzo fallimento, e portare alle stelle, alla consacrazione ufficiale, Enzo Bearzot, il nuovo grande incommensurabile talento dell calcio italiano. L’allenatore del Prato, insomma. Alla radio, Enrico Ameri ha addirittura rispolverato due «vecchie glorie» del giornalismo sportivo, Totò Ghirelli e Gino Palumbo (tu quoque…), perché dicessero, con tono composto, naturalmente, con parole vestite di saggezza, naturalmente, con ghirigori dialettici, naturalmente, quello che il giorno prima i facinorosi di San Siro avevano detto: «Basta con Bernardini, vogliamo Bearzot».
Gli italiani che non hanno motivo di arrossire, gli sportivi veri, si chiedono chi possa avere scatenato l’indecorosa gazzarra di San Siro. Certo non chi ha avanzato critiche serie, certo non ohi ha polemizzato portando fatti e non insulti: a Milano c’è un grande giornale che spesso secerne veleno dalle sue pagine. Giocando sulla pelle di un commissario di polizia, una volta convinse qualcuno ad ammazzarlo come un cane; giocando sulla pelle di un commissario tecnico, oggi, ha convinto una folla a sputacchiarlo e cacciarlo come un lebbroso. Per questo ho vergogna del mio ruolo di giornalista sportivo. C’è troppa gente, intorno, che ammorba l’aria; troppa gente che lucra una popolarità passeggera solleticando i bassi istinti della peggior razza di tifosi. E c’è chi tace, e acconsente. Artemio Franchi, il «granduca di Toscana», il «Machiavelli delle pedate», il «Temporeggiatore», il «Sommo Duce», Già; forse a piazzale Loreto meritava di finirci lui.
Non ho avuto il coraggio di prendere in mano il telefono e chiamare il mio amico Fulvio. Immagino che nella quiete delle sua casa di Bogliasco (sempre che i vigliacchi non ‘l’abbiano raggiunto fin ià) avrà ripreso coraggio e fiducia negli uomini, ma soprattutto avrà ripensato ai consigli che un amico non importante, non intrallazzato, non potente, ma sincero – il sottoscritto – gli ha dato tanto spesso, nell’ultimo anno. Consigli disinteressati? Non del tutto. Consigli dovuti che – se accettati – avrebbero cancellato un senso di colpa che da due anni mi perseguita.

…Per la gioia dei cialtroni, Fulvio Bernardini ha conosciuto il suo piazzale Loreto: lo hanno insultato, deriso, sputacchiato, vilipeso. I corvi che da mesi gli girano intorno gli hanno fatto festa e gli hanno dedicato qualche riga compassionevole…

Correva l’estate del 1974, la Nazionale era reduce dalla squallida prova di Stoccarda, Valcareggi aveva chiuso. Scrivevo – allora – per «Il Resto del Carlino» e avevo come collaboratore il giornalista Fulvio Bernardini che commentava due volte la settimana il campionato e – naturalmente – anche le vicende della Nazionale (per lungo tempo i suoi servizi erano apparsi anche sulla «Gazzetta dello Sport», allora diretta dall’ottimo Gualtiero Zanetti).
Dopo Monaco, come tutti quei critici che non si accontentano di invocare siluramenti ma propongono anche soluzioni, che non amano distruggere ma anche costruire, lanciai l’ipotesi di una Nazionale affidata a Stephan Ko-vacs, il tecnico straniero più qualificato.
La Federazione non volle saperne. Alla ricerca di nuove soluzioni, proposi a Bernardini di scrivere quel che avrebbe fatto per rilanciare la Nazionale.

Fu allora che Franchi – dopo avere ottenuto il «gran rifiuto» di Italo Allodi (caro Italo, non te lo perdonerò mai) – invitò Bernardini a prendere in mano la patata bollente. Ne fui lieto, ma subito paventai l’ira dei «padrini» che, scavalcati da una decisione che non condividevano, subito presero a dipingere Bernardini in questi termini: «superato», «incompetente», «vecchio Anchise», «rincoglionito».
Uno di questi – sommo scrittore – oggi si adonta per il linguaggio che i pochi critici anti-Bearzot usano e li difenisce (bontà sua) maleducati.
Poi ci fu Jugoslavia-ltalia, a Zagabria (28 settembre 1974, 1-0): Bernardini si sentì male e quei «critici» dissero che la Nazionale si portava il morto in panchina, e scherzavano macabro. Poi ci fu Olanda-Italia, a Rotterdam (20 novembre 1974: 3-1) e quegli stessi «critici» ignorarono il comportamento dell’arbitro russo Kasakov, ohe ci negò un rigore e concesse agli olandesi un gol in fuorigioco.
E quindi Italia-Bulgaria a Genova (29 dicembre 1974: 0-0) e i cosiddetti critici cominciarono a raccogliere i frutti della loro istigazione al linciaggio: Bernardini fu sepolto da una pioggia di fischi, insulti e cuscini.
19 aprile 1975, a Roma: Italia-Polonia 0-0, la Nazionale continua a non perdere, e anzi a mostrare gioco, ma la critica ottusa non recede dalla sua posizione preconcetta, rinnovo a Bernardini l’invito ad andarsene, ma il «gran vecchio» non ha ancora capito che sta per scattare la trappola federale; e infatti al termine delia tournée in Finlandia (1-0, vittoria un po’ penosa) e Russia (0-1, sconfitta onorevole) la congiura anti-Bernardini viene ufficialmente scoperta.

Il «Guerino» vuol saperne di più e a bordo dell’aereo che riporta dalla Russia la comitiva azzurra (comprendente anche 58 giornalisti) indice un referendum. Questo il voto dei giornalisti: 27 a favore di Bernardini, 26 contrari, cinque astenuti. Tregua? Fine della battaglia polemica anti-Bernardini? Così pare.
Al «processo», intentatogli in mezzo al mare di, Grecia dal «Guerino», il dottor Fulvio viene assolto e più tardi addirittura i giornalisti – interpellati da «Dribbling», settimanale televisivo – indicano ila loro formazione preferita che viene subito adottata dal C.T.
Ma i nemici non demordono, quei giornalisti che Ghirelli domenica ha definito «democratici» (ma dove la vogliamo buttare, questa storia, in politica?) appena possibile fan fuoco e fiamme e convincono Franchi ad affiancare Bernardini con Bearzot (debutto della «strana coppia» all’Olimpico, in settembre, contro la Finlandia, 0-0 e fischi, naturalmente) e quindi ad autonominarsi «tutore» del «vecchio» (vedi «Corriere della Sera») dando inizio all’osceno compromesso che vuole ottenere questo scopo: accreditare a Enzo Bearzot (sostenuto dai «padrini» della critica) i successi (rari) e addebitare a Fulvio Bernardini (ormai sorretto da una sparuta schiera di amici) gli insuccessi (numerosi) della gestione.

E così arriviamo al torneo del Bicentenario, con Franchi che partecipa all’apertura e poi scappa in Italia lasciando sul posto Franco Carrara che saprebbe sì come comportarsi, ma si pone precise limitazioni per non dar l’aria di voler usurpare quella carica di presidente federale che presto sarà sua ufficialmente.

...la più parte dei critici contrari alla «strana coppia» (che in realtà non ha più ragione di esistere, avendo esaurito la funzione preparatoria: in questo sono d’accordo con voi, Ghirelli e Palumbo) propone una candidatura piuttosto seria alla guida della Nazionale: Luis Vinicio…

A New York viene organizzata una conferenza stampa doppia per Don Revie e Fulvio Bernardini e alcuni giornalisti inglesi, imbeccati dai soliti «critici» nostrani, sparano a zero sul C.T. azzurro; il mio personale intervento costringe Carraro a chiarire ufficialmente la posizione di Bernardini e Bearzot, definiti «corresponsabili» anche se ormai tutti sanno che Bearzot agisce e paria da Commissario Unico; i soliti «critici» son sempre più avvelenati e dopo Italia-Brasile, mentre il sottoscritto dice senza misteri che è ora di finirla con la «strana coppia» peraltro imitato dalla maggior parte dei colleghi, da altre parti si prepara l’avvento di Bearzot in piena solitudine e, quindi, il linciaggio di Fulvio Bernardini.
E questi, dopo la partita contro la Romania, cade una volta di più nella trappola: reagisce da uomo, protesta, accusa, grida allo scandalo sicché i suoi detrattori possono arrivare a dire che «il vecchio è pure matto», lo si mandi fuori dai piedi, per favore.

Un altro dato è comunque emerso dal nostro referendum, un dato molto interessante: la più parte dei critici contrari alla «strana coppia» (che in realtà non ha più ragione di esistere, avendo esaurito la funzione preparatoria: in questo sono d’accordo con voi, Ghirelli e Palumbo) propone una candidatura piuttosto seria alla guida della Nazionale: Luis Vinicio. Certo, si tratta del solito disoccupato, ma Vinicio non è destinato a restare a lungo in cassa integrazione (come sarebbe toccato a Bernardini – peraltro impegnato a fare il giornalista – o a Bearzot): qualche club lo sta trattando ora, qualche altro si onorerà di ingaggiarlo più avanti.
Il rischio che si corre è il solito: c’è libero Radice, e la Federazione se lo fa soffiare dal Torino; c’è libero Giagnoni, e la Federazione aspetta che se lo prenda il Bologna. Adesso c’è Vinicio: che cosa succederà?

Ghirelli ha ribadito alla radio un folle concetto spesso pubblicizzato: la Nazionale non ha bisogno di grandi tecnici, ma di ubbidienti mezze figure. E’ mai possibile che il genio italico sia giunto a coltivare simili turpitudini masochistiche? E’ dunque vero che si deve fornire la Federazione di lacchè onde consentire ad Artemio Franchi di farla da gigante? Mi rifiuto di crederlo.
Certo, la mia fiducia in Franchi è piuttosto scemata, di questi tempi, ma l’ho sempre reputato – e lo reputo – uomo corretto e non malato di sfrenata ambizione di potere.

Oggi Franchi fa figura barbina soltanto perché è arrivato alla fine (volontaria) del suo mandato e non crede di dover muovere foglia che Carraro (suo delfino) non voglia. Ma Carraro vorrebbe sì che qualcosa cambiasse: non può (non vuole) dirlo perché teme che sia irregolare prendere il 30 giugno (prossima riunione del Consiglio Federale) una decisione che poi dovrebbe essere ratificata il primo d’agosto da un nuovo Consiglio Federale e da un nuovo governo della cosa calcistica. Insomma, per un frainteso rispetto delle regole (ma non sono già state superate, ad esempio, per nominare Italo Allodi direttore generale del settore tecnico?) Franchi (e di conseguenza Carraro) condanna il calcio azzurro all’immobilismo, mentre batte alle porte l’Inghilterra, mentre scatta l’operazione Mondiali 78.

Il nostro sondaggio pubblico fra i giornalisti ha detto che Vinicio è gradito; un nostro sondaggio segreto fra i consiglieri federali d’oggi e i papabili di domani ha dato lo stesso risultato. Perché, dunque, attendere ancora? Perché perdere l’occasione per ricostituire un clima di serenità e di civile dibattito tra tecnici, giornalisti, giocatori, sportivi dopo i gravi episodi di inciviltà verificatisi un pò dovunque?
Diamo atto a Bernardini di avere bene operato da selezionatore (già, checché ne dicano i soliti furbastri, le più interessanti realtà azzurre le ha scovate lui: Rocca, Antognoni, Bellugi, Graziani, Bettega, Capello fisso, Pulici, Savoldi e tanti altri li ha fatti giocare lui, in Nazionale, prima dell’avvento della strana coppia) e a Bearzot di avere saputo trasmettere ai giocatori certi stimoli di gioco non sempre intelligibili e tuttavia recepiti con sufficiente entusiasmo. Dopodiché, si volti pagina.

Pronti a recitare il «mea culpa», quando se ne presentasse l’occasione. Ma nessuno potrà onestamente provare alcun senso di colpa per avere cercato di sottrarre alla «strana coppia» il giocattolo della Nazionale.
E personalmente sarò finalmente felice di sapere il mio amico Bernardini fuori da questa oscena vicenda: magari addolorato per avere perduto la panchina azzurra, ragione della sua vita di sportivo, ma libero, come ogni cittadino, di vivere la sua vita lontano dai vermi, dai corvi, dagli sputacchiatori, dai «cronisti d’assalto» e dai Ponzio Pilato.

di Italo Cucci
Guerin Sportivo maggio 1976