SCHUMACHER Harald: lo spregiudicato piccolo Führer

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La sfrontatezza e la spregiudicatezza, la tigna e l’indifferenza verso il prossimo e la voglia di stravincere a tutti i costi e di spazzare via qualsiasi evento, destino ed avversario di Harald Schumacher incarnano perfettamente il carattere e ricordano molto da vicino la parabola della nazione tedesca.

Harald Schumacher, nato il 6 marzo del 1954 a Duren sotto il segno dei pesci, il carattere se lo è formato giovanissimo, prendendo a calci un destino che aveva deciso di voltargli le spalle ed infilandosi i guantoni con l’obiettivo ben preciso di sfidare il mondo. Nei vari provini che aveva svolto infatti era stato liquidato con il più classico “mi dispiace ma non hai talento”, una frase offensiva per una personalità come quella del futuro guardiano del Colonia e della Germania Ovest. Una frase però accettata senza batter ciglio e rimboccandosi le maniche, ovvero rinfilandosi i guantoni e sottoponendosi a durissime sedute di allenamento, rifinendo la tecnica e la resistenza alla fatica, perché nella sua testa c’è sempre stato soltanto un verbo: vincere, anzi stravincere. Harald Schumacher a diciotto anni, quando si gioca la grande chance della vita e conquista il suo tempio, ovvero la porta del Colonia, è un torrente di riccioli biondi, distribuiti su un fisico scultoreo. Ovvero incarna il culto di quella bellezza ariana e di quella forza fisica che a suo tempo piacquero tanto ad un certo Adolf Hitler.

Schumacher nel suo piccolo è stato un piccolo Hitler perché ha sempre spazzato via il prossimo, almeno su un campo di calcio; perché a lui interessava soltanto vincere, anzi stravincere e qualunque avversario lo ha sempre visto come un autentico nemico. Per lui una partita di calcio è sempre stata come andare in guerra. La porta che difendeva con appassionato ardore era il suo tempio, un tempio che nella sua testa nessuno aveva il diritto di profanare. Lui è sempre stato come un imperatore e chi osava sfidarlo e fargli goal rappresentava semplicemente lesa maestà.

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Un giovanissimo Schumacher con la maglia del Colonia 1974/75

Dicevamo della grande chance che arrivò molto presto, quando un infortunio tolse di mezzo il titolare della porta dei caproni della Renania Settentrionale-Vestfalia, Gerhard Welz, spalancandogli le porte di quell’impero tanto sognato e finalmente raggiunto con impareggiabile ardore. Schumacher in campo è una furia e non sbaglia un match o un intervento, divenendo subito un idolo della tifoseria biancorossa. E come avviene sempre in questi casi, iniziano a sprecarsi i paragoni. Il più ingombrante è quello con Sepp Maier, autentica leggenda con le maglie del Bayern Monaco e della Germania Occidentale. Maier che in carriera ha vinto ben 5 Meisterschale (ovvero cinque piatti che vengono assegnati alla squadra vincitrice del titolo della Bundesliga), quattro Coppe di Germania, una Coppa delle Coppe, tre Coppe dei Campioni ed una Coppa Intercontinentale (nel 1976 contro il Cruzeiro) con la maglia del Bayern e la Coppa del Mondo, conquistata sul suolo tedesco il 7 luglio del 1974 a Monaco di Baviera, in finale contro la grande Olanda di Johan Cruijff, rappresentava semplicemente l’impronunciabile e l’inavvicinabile, ovvero il mito.

Per tutti ma non per Harald Schumacher che ebbe il coraggio di dissacrare persino la maestosa figura dell’illustre monumentale collega. “Mi chiedete se io sono come Maier? Lui non è il più bravo. Il mio idolo è Toni Turek, il migliore di tutti”. Anton Turek nato a Duisburg il 18 gennaio del 1919 e deceduto l’11 maggio del 1984, in carriera ha vestito le maglie dell’Eintracht Duisburg 1848, dell’Ulm, dell’Eintracht Francoforte, del Fortuna Dusseldorf e del Borussia Monchengladbach, indossando inoltre per 20 partite la maglia numero uno della Germania Ovest con cui vinse il titolo mondiale a Berna nel 1954 da protagonista assoluto, fermando la grande Ungheria di un certo Puskas ma anche di Bozsik, Lòrànt, Hidegkuti, Czibor, Kocsis e Toth, guidata in panchina da Sebes. Schumacher da quel momento in poi aggiunse “Toni” al nome Harald, almeno calcisticamente parlando, ovvero il nome del suo idolo.

Conquistato il tempio, il nuovo estremo difensore del Colonia (in cui ha militato dal 1972 al 1987) iniziò a preoccuparsi di difenderlo. “La cosa principale è spaventare l’attaccante avversario, intimidirlo. Lui deve pensare che sono un drago volante, agile come un diavolo ed i sedici metri dell’area di rigore mi appartengono. La porta è un tempio sacro che devo proteggere ad ogni costo”. Frasi che dicono tutto circa la personalità e lo spirito guerriero del futuro portiere della nazionale tedesca. E dopo tanto lavoro in campo e negli allenamenti, in cui Schumacher è quasi sempre il primo ad arrivare e che vive con la stessa intensità delle sfide ufficiali, finalmente iniziano ad arrivare anche i primi trionfi. La Coppa di Germania (DFB Pokal) conquistata nella stagione 1976-77 è soltanto un gustoso antipasto del double (campionato-Coppa di Germania) che arriverà nella stagione seguente. Quel Colonia allenato da Hans “Hennes” Weisweiler, una leggenda nel club dapprima come calciatore (tra il 1948 ed il 1952) e poi da allenatore in due distinti periodi che vanno dal 1955 al 1958 e dal 1976 al 1980 con due parentesi nel Barcellona nel 1975-76 e nel grande Cosmos di Chinaglia, Pelé e Beckenbauer nel 1980-81, oltre ad un decennio che va dal ’65 al ’75 trascorso sulla panchina dei puledri del Borussia Monchengladbach, giocava benissimo.

harald-schumacher-monografie-3-wpI caproni della Renania, arrivati a pari merito con il fortissimo Borussia Monchengladbach (in quella stagione il Bayern arrivò solo dodicesimo) vinsero il titolo soltanto per la differenza reti, dato che entrambe le squadre (all’epoca si assegnavano ancora due punti a partita) chiusero appaiate a 48 punti, con ben otto lunghezze di vantaggio sull’Hertha Berlino che chiuse al terzo posto. Colonia e Gladbach segnarono anche lo stesso numero di goal (86 con il Monchengladbach che il 29 aprile di quell’anno rifilò addirittura un 12-0 al malcapitato Dortmund) ma Schumacher e compagni subirono soltanto 41 goal, tre in meno dei nero verdi, in quell’anno allenati dal leggendario Udo Lattek. La stella di quel Colonia fu il bomber Dieter Muller che vinse il titolo di capocannoniere a pari merito con Gerd Muller del Bayern Monaco con ventiquattro reti a testa, ma un po’ tutta la squadra era fortissima. La formazione era la seguente: Harald Schumacher, Bernhard Cullmann, Roland Gerber, Harald Konopka, Gerhard Strack, Herbert Zimmermann, Yasuhiko Okudera, Heinz Flohe, Dieter Muller, Herbert Neumann (che nel 1980 con la riapertura della frontiere approderà all’Udinese) e Roger Van Gool. Dietro di loro altri rincalzi validi come Dieter Prestin, Holger Willmer, Hennes Lohr, Jurgen Glowacz ed Herbert Hein, in un’epoca in cui le rose erano decisamente più ristrette.

In quel periodo furono anni d’oro per Harald Schumacher e per tutto il calcio tedesco, coronati dal titolo di Campione d’Europa conquistato nella finale di Roma (2-1 contro il Belgio) nel 1980, nell’unica edizione in cui non vennero disputate le semifinali e nell’ultima in cui si disputò la finale per il terzo e quarto posto. Fu quello l’unico alloro che Harald Schumacher riuscì a conquistare con i colori della sua nazione, visto che i mondiali del 1982 e del 1986 (entrambi persi in finale) furono molto amari come raccontiamo ora. A Espana ’82 Schumacher si rese protagonista di numerosi episodi in negativo, al momento della premiazione si rifiutò di stringere la mano al Presidente della Repubblica italiana Sandro Pertini. La Germania Ovest che aveva iniziato quel mondiale perdendo clamorosamente per due a uno contro l’Algeria di Rabah Madjer, soprannominato il tacco di Allah e di Belloumi, si era poi ripresa, arrivando in pompa magna alle semifinali dove contro la Francia andò in scena un altro capitolo romanzesco e che vide tra i protagonisti in positivo ma soprattutto in negativo lo stesso Harald Schumacher. Al Ramòn Sànchez Pizjùan di Siviglia è trascorsa da poco l’ora di gioco quando Schumacher ferma con un’uscita spericolata la corsa sfrenata verso il goal del difensore transalpino Patrick Battiston, imbeccato da una magia di Michel Platini. L’anca del portiere contro il volto del transalpino; un frontale che fa piombare nel terrore un intero stadio e tutti i calciatori presenti sul rettangolo di gioco. Tutti ma non lui che incurante di quanto avvenuto e fiero dell’ignobile gesto compiuto, sistema la palla in attesa di poterla rinviare al più presto, mentre c’è chi piange e chi cerca di infilare qualche dito in bocca per evitare che lo sfortunato Battiston soffochi. Il suo respiro è irregolare ed il suo corpo si contorce a causa dei continui spasmi: in campo c’è una vita sospesa tra la vita e la morte.

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L’indifferenza di Schumacher dopo l’incidente con Battiston

Il match poi prosegue con due tempi supplementari spettacolari al cardiopalma mentre Battiston è all’ospedale a lottare contro il proprio destino. Schumacher ipnotizza dal dischetto il forte terzino Bossis e l’ala sinistra Didier Six che ha giocato a lungo proprio in Germania con lo Stoccarda, spalancando alla Germania Ovest le porte della finalissima contro l’Italia. A lui interessava solo quello. Le prime notizie sulla sorte di Battiston giungono mentre le squadre sono negli spogliatoi: sono tutti affranti e nessuno ha voglia di parlare. Tutti tranne uno: provate ad indovinare chi? Naturalmente lui, sempre Harald Schumacher. “Battiston ha perso due denti? Bene, vorrà dire che gli regalerò una dentiera d’oro”. I francesi non ci stanno ed il giorno dopo il prestigioso quotidiano “Le Figaro” chiese ai suoi lettori di indicare il tedesco più odiato di tutti i tempi. Non ci crederete ma Adolf Hitler finì soltanto al secondo posto. Potere del gioco del calcio… Battiston alla fine se la caverà con la rottura di due denti, l’incrinamento di due vertebre e due giorni di coma e con il pensiero rivolto un po’ anche all’arbitro olandese Charles Corver, capace di ignorare quanto era accaduto sul terreno di gioco. Poi come detto il portierone del Colonia che voleva a tutti i costi quel mondiale verrà punito dall’Italia e dal destino che lo costrinse a raccogliere per ben tre volte il pallone finito in fondo alla rete, in quel tempio non più inviolabile.

Schumacher si consola con un’altra Coppa di Germania, conquistata alla fine della stagione successiva e nel frattempo prepara la propria rivincita e la propria vendetta da consumare quattro anni dopo in Messico. La sorte però gli volterà le spalle ancora una volta, visto che lui e la Germania perderanno ancora una volta in finale contro l’Argentina. Lothar Matthaus in una gara memorabile blocca il Dio dell’Olimpo Maradona che aveva segnato due goal leggendari contro il Belgio e l’Inghilterra ma è proprio Harald Schumacher a spianare la via del successo all’Argentina, uscendo a vuoto su una punizione di Jorge Burruchaga, perfettamente incornata dal difensore José Luis Brown dell’Estudiantes che si inginocchia incredulo con le braccia alzate al cielo. Lui un gregario che non doveva esserci ma che invece era in campo per volere di Maradona che aveva imposto l’esclusione del suo nemico storico Daniel Alberto Passarella, giocatore di ben altra categoria. Poi arrivarono il raddoppio di Valdano, la veemente reazione dei panzer che pervennero al pareggio con i goal di Karl-Heinz Rummenigge e Rudolf Voeller e la cavalcata finale a sette dal termine di Jorge Burruchaga che in contropiede spense definitivamente i sogni dei tedeschi ed accese la festa per tutti gli argentini.

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Finale Mondiali 1986: Maradona e Schumacher

Harald è distrutto e schiuma di rabbia e pochi mesi dopo quell’ennesimo maledetto mondiale decise di svuotare il sacco e di raccontare tutto nella propria autobiografia, intitolata Anpliff (ovvero fischio d’inizio). Harald fa scandalo perché si esprime in modo molto diretto e perché denuncia il massiccio uso di doping all’interno del calcio tedesco. Racconta di sciroppi per la tosse a base di efedrina, una sostanza che stimola l’aggressività ed aumenta la resistenza allo sforzo ma che al tempo stesso toglie il sonno nonostante l’abbondante stanchezza. Ma parla anche di un esercito di medici intorno alla nazionale durante il mondiale messicano che costringevano i calciatori a bere vari litri di bibitoni al giorni che avevano persino procurato ad alcuni la dissenteria durante il lungo ritiro. E poi caramelle farcite di ferro, magnesio e vitamine varie che talvolta i calciatori gettavano in giardino, oltre alle inevitabili punture che il professor Liesen avrebbe effettuato personalmente. Ma Schumacher ancora una volta andò controcorrente e fece a modo suo, curando la propria salute con qualche boccale di birra. Il bestseller vendette più di un milione di copie, minando la credibilità del calcio tedesco e mandando su tutte le furie la federazione che decise di fargliela pagare a caro prezzo.

Nel 1987 il Colonia gli diede il benservito e poco dopo fece altrettanto la nazionale, visto che nel frattempo erano esplosi Bodo Illgner del Colonia e Raimond Aumann del Bayern Monaco che prese finalmente il posto lasciato libero dal belga Jean-Marie Pfaff. Schumacher passò allo Schalke 04 dove visse però una stagione travagliata ed a fine anno lasciò la sua Germania ed approdò in Turchia dove il Fenerbahçe lo ricoprì d’oro. Lì, lui, sua moglie e i suoi figli ebbero a disposizione una lussuosa villa, una macchina di altissimo livello ed una vagonata di soldi. In Turchia dove ha vissuto dal 1988 al 1991 vinse un campionato nazionale nel 1988-89 ed una Supercoppa nel 1990, prima di farsi cogliere dalla nostalgia e di rientrare in patria.

Il Bayern che durante la stagione si trovò con quattro portieri ko lo ingaggiò, facendogli firmare un contratto a gettone ed a fine torneo Schumacher collezionò otto presenze. Schumacher appese gli scarpini al chiodo ed andò a fare il preparatore dei portieri al Borussia Dortmund dove però andò in onda l’ennesimo colpo di scena: l’ultimo colpo di teatro della sua scintillante e controversa carriera. Era il 18 maggio del 1996 quando Harald Schumacher entrò in campo a due minuti dalla fine nella gara contro il Friburgo a risultato ormai acquisito. A 42 anni impugnò così il suo secondo Meisterschale e chiuse definitivamente con il calcio giocato da vincente come aveva sempre sognato, lui che nella vita di tutti i giorni è sempre stato un simpatico e divertente bohemienne ma che in campo si trasformava sempre in un leone capace di sbranare la carne di qualsiasi avversario.