Zenga e Tacconi: Attenti a quei due

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Stefano Tacconi, parafrasando Morandi e compagnia cantante, poteva dare di più? La risposta è no: il portierone umbro in carriera ha dato il massimo. Non ha ottenuto il massimo – che per un calciatore è rappresentato da una ricca carriera azzurra – ma non per demeriti suoi. Grandissimo nella Juventus, Stefano in Nazionale non si è mai… abbronzato, coperto com’era dall’ombra di un altro grande Numero Uno, Walter Zenga. Quindi Stefano ha vinto scudetti e Coppe Internazionali, costruendo un curriculum eccezionale, ma in Azzurro ha dovuto – lui, mattatore per eccellenza – recitare un ruolo da comprimario.

Oggi, a bocce ferme, proviamo a rivivere l’epopea di questi due grandi portieri che si sono inseguiti per una vita. Due calciattori, primi esempi di atleti capaci di disimpegnarsi con successo anche fuori dal campo di gioco. Due campioni che – a differenza di tanti loro colleghi – sapevano che il congiuntivo non era una fastidiosa malattia degli occhi…

zenga-tacconi-wp2Aveva tutto, Stefano Tacconi, per essere il Numero Uno del calcio italiano. Esplosive doti fisiche, grandi doti tecniche, coraggio e quel pizzico di simpatica follia che rende il portiere un calciatore speciale. Aveva anche la fortuna di giocare in una grande squadra, la Juventus, ultimo baluardo di una difesa che con Gentile, Brio, Scirea e Cabrini aveva ben pochi rivali al mondo. Aveva tutto, Stefano; ma aveva pure un antagonista che – pur militando in un club come l’Inter che all’epoca raccoglieva ben poco – gli sottrasse spesso (aggiungerei “e volentieri”, con un pizzico di malizia…) le luci della ribalta: Walter Zenga. Le loro strade corsero parallele durante l’Epoca d’oro del nostro football, dall’inizio degli anni Ottanta alla metà degli anni Novanta.

Zenga, da ragazzino, è un ultrà nerazzurro e il naturale sbocco è l’ingresso nel vivaio dell’Inter; Tacconi è nato a Perugia e gioca nello Spoleto quando gli emissari interisti – giunti in Umbria per visionare Roselli – lo notano e lo convincono a seguirli a Milano. Walter fa tutta la trafila nelle giovanili, poi viene mandato nelle categorie inferiori a “farsi le ossa” e infine torna sotto la Madunina per arpionare quella maglia con l’1 che per più di un decennio sarà la sua seconda pelle; anche Stefano, messosi in luce con Berretti e Primavera, viene spedito in provincia, però non tornerà mai alla casa madre, tanto da debuttare in Serie A con la casacca dell’Avellino nell’80-81 (mentre Zenga, più giovane di tre anni, esordirà nell’83-84 con i colori della Beneamata).

Tacconi, in bianconero, raccoglie la pesante eredità di un monumento come Dino Zoff. Zenga, nel suo piccolo, subentra a Ivano Bordon e non lo fa certo rimpiangere. Appena le rispettive carriere decollano, gli sportivi italiani scoprono una coppia di estremi difensori da prima pagina: sono giovani, piacciono alle donne e fuori del campo si presentano spigliati come quando difendono le proprie porte. Nasce con loro una generazione di calciattori (occhio alla doppia “t”): ottimi atleti che imparano in fretta l’arte della comunicazione.

Sul campo, Tacconi vince scudetti e Coppe con la Juve, ma Zenga è titolare in Nazionale; nella vita di tutti i giorni, Stefano recita in un film e spopola in fatto di comparsate televisive, ma Walter – tanto per cambiare… – va oltre e diventa addirittura conduttore televisivo creando una trasmissione (“Forza Italia”) in coppia con quella che poi diventerà la sua seconda moglie, Roberta Termali. Insomma, quello che Tacconi fa bene, Zenga lo fa benissimo. E il destino si diverte a farli incrociare pure quando le avventure con Juventus e Inter dei Nostri volgono al termine: Stefano va al Genoa dal 1992 al 1994; Walter alla Sampdoria dal 1994 al 1996.

È una volta appesi i guanti al chiodo che le loro strade finalmente divergono: Tacconi non tenta neppure di rimanere nel giro, magari da allenatore; Zenga non molla, fa apprendistato a Boston assieme al suo grande amico Beppe Galderisi, poi torna in Europa (Romania) e quindi in Italia (Catania e Palermo), Arabia e Inghilterra per dimostrare al pubblico che in panchina se la cava quasi come in mezzo ai pali. Due grandi campioni, due simpatici guasconi che hanno fatto la storia e la fortuna del calcio italiano.