Messico 70 e quei 6 minuti che sconvolsero l’Italia

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Un dubbio da sempre assale chi ama il calcio: perchè i 6 minuti di Rivera nella finale di Messico ’70? Una vendetta, una congiura, o una semplice dimenticanza? Cerchiamo di capirne di più.

Eravamo partiti per l’Inghilterra col dualismo tra “difensivismo” e “fluidificazione”, i partiti di Picchi (Inter) e Rivera (Milan). L’aereo per il Messico portava con sé inconciliabile la frattura tra “difensivisti” e “offensivisti”. I primi innal-zavano di nuovo il vessillo di un giocatore dell’Inter, Sandrino Mazzola, i secondi ancora quello del golden boy milanista Rivera. Era stata una intervista-sfogo di Domenghini dopo l’amichevole col Portogallo, prima della partenza per il Messico, a far deflagrare la questione: a centrocampo, opinava il tornante nerazzurro, meglio Mazzola, per il maggior ritmo che sapeva imporre alla manovra, come il successo europeo del 1968 aveva dimostrato, tanto più che il suo appoggio ai faticatori del centrocampo sarebbe stato prezioso in altura. La polemica era stata smorzata, ma il fuoco covava sotto la cenere, fino a dividere lo spogliatoio tra i sostenitori di Mazzola e quelli di Rivera.

Il forfait di Anastasi e il conseguente ribaltone avevano in qualche modo accentuato il dissidio: con Boninsegna in “rosa”, automaticamente Mazzola, suo compagno di club, diventava aspirante alla maglia numero dieci e non a quella di centravanti, come fino a pochi giorni prima sostenuto da Valcareggi. Così bastò la prima partitella di allenamento a Toluca per incendiare l’atmosfera: Rivera giocò tra i rincalzi e il giorno dopo, ai bordi della piscina del “Parco dei Principi”, l’elegante hotel di Città del Messico dove gli azzurri erano acquartierati, diede fuoco alle polveri con due cronisti, Eveno Visioli del “Corriere d’Informazione” e Lino Cascioli di “Tuttosport”.

Il siluro a Lodetti lo aveva preso come un affronto personale, il primo passo verso l’esclusione; tanto valeva attaccare prima del fatto compiuto. «Da quello che ho capito» sibilò con voce calma e apparentemente annoiata «mi vogliono far fuori, non so perché. Finora il titolare ero io, non mi pare di avere sbagliato le ultime partite. Comunque, se vogliono togliermi di mezzo sono liberi dì farlo, ma abbiano almeno il coraggio di dirmelo in faccia. Invece mi pare che vogliano far correre le mezze voci e schierarmi nella formazione delle riserve, in allenamento, per provocare la mia reazione e poi mettermi fuori per motivi disciplinari». Trasparente il riferimento al mai nominato Mandelli, che diventava ufficialmente il suo “nemico”: «Qui c’è qualcuno a cui non piace la sincerità, qualcuno che se non parla, se non fa conferenze stampa (era appunto Mandelli a condurle quotidianamente, salvo poi dar la parola al Ct per le questioni tecniche, ndr), non serve a niente. Addirittura, si sta forse cercando di alimentare un “caso Rivera per poi intervenire a risolverlo, così giustificando la propria presenza. Se Valcareggi fosse solo alla guida della Nazionale, certe cose non accadrebbero. Abbiamo già perso due Mondiali per l’intervento di persone estranee».

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Anche se poi (molti anni dopo) negherà, Gianni Rivera si appresta a quel punto a tornare a casa, magari per anticipare la prevedibile squalifica che i dirigenti della spedizione azzurra potrebbero infliggergli; deve salire urgentemente sul primo aereo per il Messico il suo allenatore di club, Nereo Rocco, per scongiurare il peggio: «Se te parti, te rovini», lo ammonisce in triestino e lui segue il consiglio. Qualche anno fa, in una intervista, Rivera ha rievocato così: «Rocco mi parlò, si informò, mi diede qualche consiglio. Ma non doveva fermarmi, perché io non avevo nessuna intenzione di muovermi».

Solo il reale pericolo di una “fuga”, tuttavia, poteva avere spinto il tecnico rossonero a volare urgentemente in America. Assieme a Rocco ha viaggiato Artemio Franchi, il grande tessitore, che arriva a Città del Messico per confermare le proprie doti di politico di razza. Riunisce i giocatori e parla loro direttamente, intrecciando un positivo dialogo diretto. In separata sede, si spiega con Mandelli, con Valcareggi e con Rivera. Indi convoca i cronisti e davanti a loro parlano Rivera, peraltro senza chiedere scusa, e Mandelli, che fa sfoggio di innocua diplomazia. Il “caso”, conclude Franchi con disinvoltura, è chiuso con piena soddisfazione di tutti: non ci saranno provvedimenti punitivi, il gruppo marcia unito verso il debutto.

L’uomo è astuto, ha compreso come un ritorno a casa di Rivera rappresenterebbe una sconfitta per tutti e non sarebbe spiegabile ai tifosi italiani, dei quali il golden boy è un beniamino. Se poi le cose finissero male, non ci sarebbe salvezza per nessuno, se non per il “martire” di cui sarebbero a posteriori confermate le buone ragioni. E poi, magari sarà… Montezuma a fare il resto. È certo che anche Rivera, infatti, venne colpito dall’indisposizione che, sotto il nome di “vendetta” del dio locale (deciso a punire ogni sorta di invasori), prende di mira l’apparato gastrointestinale con conseguenze fortemente debilitanti.

Escluso dal debutto con la Svezia, Rivera ne cade vittima alla vigilia del match con l’Uruguay, così tocca a Furino sostituire nella ripresa il generoso Domenghini, presto in debito d’ossigeno. Alla vigilia del match con Israele, il loquace Mandelli fa capire che l’esclusione di Rivera è ormai definitiva («Non possiamo mandare in campo gente che ha avuto la febbre»). Il problema però non è semplice. In Italia la critica è divisa da una polemica feroce: Gianni Brera dalle colonne del “Giorno” spara a zero sull’”abatino” che con le sue svenevolezze fa mancare il suo contributo alla squadra, destinata con un modulo acconciamente difensivista a cogliere invece il massimo frutto da frombolieri come Riva soprattutto e Boninsegna.

Gli rispondono Gino Palumbo sul “Corriere della Sera” e Antonio Ghirelli sul “Corriere dello Sport”, invocando con Rivera un gioco offensivo e spettacolare. Franchi tiene a evitare nuovi problemi e il golden boy va regolarmente in panchina; poi, spinto a gran voce dai tifosi presenti, Valcareggi lo butta nella mischia dopo l’intervallo. L’espediente viene gradito soprattutto dal dottor Vecchiet, aiutante di Fini nello staff azzurro, che rileva come il dimezzamento dello sforzo di alcuni atleti possa preservarli dall’eccessiva spremitura imposta dalla fatica ad alta quota.

Facile pensare che la “staffetta” si ripeta col Messico. Questa volta, però, sarà proprio Mazzola a uscire. Valcareggi negherà sempre la… premeditazione, attribuendo alle necessità del momento la scelta del giocatore, ma qualche anno fa proprio Mazzola ha risolto l’enigma. Di certo fu Franchi a imporsi, decretando salomonicamente che il conflitto tra i due “dioscuri” si risolvesse facendo giocare un tempo per uno; di sicuro però Mazzola ne agevolò la prima, decisiva puntata: «Mi beccai la vendetta di Montezuma» ha raccontato Sandro Mazzola, attingendo alla struggente intimità dei ricordi personali più drammatici; «la notte della vigilia della partita col Messico. Non riuscii a chiudere occhio, la passai tutta seduto sul cesso. La mattina dopo, Valcareggi, informato dal medico, mi chiamò da parte e mi disse: avevamo già deciso di sostituire te o Boninsegna dopo il primo tempo, perché con l’altura di Toluca si spende tanta energia. Ma visto che sei conciato così, se te la senti vai in campo e fai solo un tempo. D’accordo? D’accordo, signor Valcareggi, risposi, e non ci fu bisogno di dire altro».

Detto e fatto. Lavorato ai fianchi dall’Italia di Mazzola, il Messico crolla nella ripresa quando, trascinati dal genio di Rivera, gli italiani affondano i colpi in attacco. Contro la Germania, tuttavia, la “staffetta” si ripete e questa volta Mazzola prende cappello, così confermando l’ineluttabilità di decisioni prese in alto: a fine partita se ne va tutto solo e confida ai cronisti: «Si sapeva che doveva entrare Rivera nel secondo tempo, ma non era deciso che dovessi uscire io. In mattinata Valcareggi ha parlato con Boninsegna e con me, avvertendoci che uno di noi due sarebbe uscito. Non so perché sia toccato a me. Mi dispiace, ma non protesto».

A quel punto la squadra è già divisa: i difensori e i centrocampisti sono con Mazzola, mentre Boninsegna e Riva, assieme al compagno di club Rosato, parteggiano per Rivera. Isolato dai compagni, il golden boy conduce la sua battaglia soprattutto indirettamente, tramite l’appoggio dei giornali in Italia. Walter Mandelli in qualche modo preannuncia alla stampa ciò che accadrà in finale: «In previsione di eventuali supplementari, è probabile che nella finale Rivera entri nel corso e non all’inizio della ripresa».
Alla vigilia della finale, una delegazione maggioritaria della squadra chiede a Valcareggi l’esclusione di Rivera; non è vero invece, come qualcuno ipotizzerà, che Mazzola imponga a Valcareggi un aut aut (o io o lui, ma a tempo pieno). In campo vanno i soliti undici, poi nell’intervallo Valcareggi, esattamente come aveva preannunciato Mandelli, rinuncia alla “staffetta”, rincuorato dal pari. E quando Bertini dovrà uscire per infortunio, preferirà Juliano a Rivera. Cui riserverà invece la beffa dei sei minuti finali, l’autentico “cuore” del giallo mondiale 1970.

Come spiegarli? «Ho rinviato di minuto in minuto l’inserimento di Rivera» spiegherà il Ct «perché avevo non solo Bertini con un leggero stiramento inguinale, ma anche Cera che stava male. Se avessi anticipato il secondo cambio, avrei rischiato di restare in dieci». Quanto al momento scelto per coinvolgere Rivera nella sconfitta, dirà di non essersi accorto che mancasse così poco alla fine. Giustificazioni poco credibili, di fronte all’evidenza di una decisione già presa, per “punire” Rivera. La ribellione del Gianni nazionale non era stata digerita, la volontà di escluderlo da un eventuale successo (che il pari a metà tempo autorizzava a considerare possibile) giocò un brutto scherzo, innanzitutto alla credibilità dello staff azzurro.

Pelé ringrazia sentitamente per l’assenza di uno degli uomini di maggior classe, mentre in Italia succede il finimondo. Da giorni la polemica tra “riveriani” e “mazzoliani” è accesissima, alimentata dai giornali. Quando l’aereo degli azzurri sbarca trionfalmente a Fiumicino, migliaia di tifosi travolgono il servizio d’ordine invadendo la pista. «W Rivera, Mandelli in galera» è uno dei più pittoreschi slogan. L’assalto assume aspetti inquietanti, volano sassi, Valcareggi è costretto a fuggire protetto dalla polizia, mentre Mandelli, l’altro obiettivo della violenta contestazione, lascerà subito ogni incarico sportivo, per proseguire nella (brillantissima) carriera come alto dirigente dell’associazionismo imprenditoriale. Un secondo posto ai Mondiali «oltre ogni più ottimistica previsione», come cerca invano all’arrivo di ricordare lo stesso Mandelli, fischiato e contestato più di una eliminazione al primo turno. Tutto per i sei minuti meno gloriosi della storia del calcio italiano.

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