BETTEGA Roberto: bianconero nell’anima

La storia di uno dei più grandi attaccanti del dopoguerra, simbolo della Juventus bonipertiana e alfiere della Nazionale di Bearzot

GLI INIZI

Un regalo di Natale, per Raimondo e Orsola. Il piccolo Roberto, secondogenito di casa Bettega, si presenta al mondo il 27 dicembre 1950. Nasce in una casa della periferia torinese, non troppo lontano dal cuore di una città austera e orgogliosa, complessa e taciturna. Appena fuori dal centro, dove nasce Robertino, si respira un’altra vita. C’è l’anima proletaria, c’è il mestiere che sporca le mani e purifica i sentimenti. Papà Raimondo fa il carrozziere, mamma Orsola la maestra. Né stenti né stravizi, la vita scorre tranquilla. Fino all’illuminazione. Che arriva secca, precisa, nel cuore e nella mente di un ragazzino di appena sette anni. E nel cuore del tifo, in mezzo alla curva Filadelfia del Comunale di Torino, in un pomeriggio da derby. Di qua la Juve, di là il Toro. La scelta non ammette compromessi, ed essendo la scelta di un bambino è dannatamente seria.

Robertino dipinge di bianconero il sangue che gli scorre nelle vene, si innamora di quell’oggetto tondo che rotola sul campo e ne fa un pensiero fisso. Da lì in avanti, la vita è scuola e pallone. Papà Raimondo se ne rende conto, e non ostacola il suo ragazzo. Figurarsi: per lui la Juventus è fede cristallina, gli piace vedere quel figliolo consumato dalla stessa passione. Di più, Roberto gioca e ci dà dentro, e intanto sogna come tutti i ragazzi della sua età. Siccome il sogno è una maglia bianconera, papà non si fa pregare: lo infila in macchina e lo porta a casaJuve, alla scuola di avviamento per giovani calciatori. Se son rose, pensa, fioriranno.

Il primo maestro, storico per tutti i marmocchi che si presentano in quegli anni ai cancelli bianconeri, si chiama Mario Pedrale. Robertino la prende di petto, si appassiona e s’impegna, e nel frattempo Madre Natura fa il resto: a tredici anni il diminutivo diventa fuori luogo, per un ragazzo che è cresciuto fino a toccare quota 170 centimetri, e che nelle foto di gruppo si riconosce sempre al volo. Nel gruppo, appunto, si fa notare. Spazia tra centrocampo e attacco, e non si perde per strada come tanti coetanei. Quando Pedrale lo consegna a Ercole Rabitti, che lo aggrega alla prima squadra per la stagione ’68-69, spende le prime frasi profetiche: «Io dico che è nato attaccante. Se il fisico lo sorregge, può diventare una punta alla Charles». Rabitti, a parole, gli va a ruota. Ma in effetti cerca la prova del nove, e non gli sembra che buttarlo in campo subito sia la cosa migliore. Meglio parcheggiarlo in prestito per un anno, mandarlo, come si dice, a farsi le ossa.

ALLA CORTE DEL BARONE

La stazione prescelta è quella di Varese, Serie B. Alla guida c’è un europeo del Nord che ha lasciato il segno del suo passaggio nel calcio italiano: una vita da mediano, ma di lusso, con i cromosomi del fuoriclasse. Si chiama Nils Liedholm, il timoniere del Varese. In rossonero la sua nuova carriera di tecnico non ha avuto un ritmo esaltante, la B è in fondo un trampolino di lancio anche per lui. Forse è per questo, anche per questo, che crede ai giovani. Forse è per questo che punta su Roberto Bettega, per il suo Varese che non può mettere in campo troppi talenti. Insomma, lo svedese getta nella mischia il neppure ventenne Bettega, e il ragazzo lo ripaga delle attenzioni. Prima stagione vera da professionista, trenta presenze e tredici reti in serie B.

È lui il miglior realizzatore del torneo, insieme al compagno di squadra Ariedo Braida e ad Aquilino Bonfanti del Catania. In quel Varese, che vola sicuro verso la Serie A, Bettega trova compagni di viaggio indimenticabili: “Gedeone” Carmignani, lo stesso Braida, Ricky Sogliano, Dario Dolci, Angelo Rimbano. Tutti lasceranno un segno del loro passaggio sul calcio italiano, e lui più di ogni altro. Intanto, lascia parecchi osservatori a bocca aperta. Compresi quelli della Juventus, Rabitti in testa, che si affrettano a richiamarlo alla base. Il ragazzo ha talento: a nemmeno vent’anni mette in mostra acume tattico e impressionante potenza.

I suoi gol hanno già il marchio di fabbrica: Roberto segna di testa, tuffandosi col coraggio dell’incoscienza, e il suo piede, soprattutto quello destro, sa già dare alla sfera traiettorie uniche. «È un opportunista, sa farsi trovare pronto all’appuntamento col gol. Ma nello stesso tempo non è un freddo, un calcolatore, e va in cerca della palla e del gioco alla fonte»: all’epoca, questo è il giudizio tecnico per il neo-cannoniere cadetto che approda alla massima serie dalla porta principale. Lusinghiero è dir poco, considerando che ha appena vent’anni.

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PASSIONE BIANCONERA

Il giovane figlio della scuola bianconera torna a casa, ma casa non è più quella di una volta. È cambiata l’aria che si respira, sono cambiati idee e uomini. Giampiero Boniperti è di nuovo in famiglia, con addosso la veste di amministratore delegato. Il direttore generale è Italo Allodi, la guida della squadra è affidata a Armando Picchi. È l’inizio di una rivoluzione tecnica che non si arresta neanche quando un destino maledetto si accanisce contro l’ex campione livornese. Picchi se ne va da questo mondo, trascinato via ad appena trentasei anni da un male incurabile, e Boniperti sceglie (in disaccordo con Allodi) Cestmir Vycpalek per continuare il viaggio.

È la stagione ’70-71, c’è già, in bozza, una Juventus da grande ciclo. Ci sono talenti prossimi a farsi gruppo vincente: i giovani come Capello, Causio, Spinosi, i “grandi vecchi” come Salvadore e Haller, dispensatori d’esperienza. E c’è, da subito, il giovane Bettega: debutto con gol-vittoria alla prima di campionato, a Catania, in tutto ventotto presenze e tredici reti nel Paradiso del calcio, un battesimo che suscita entusiasmo.

È solo l’inizio: il bomber del nuovo corso parte con l’acceleratore a tavoletta anche nella stagione successiva. Il ragazzo-prodigio studia da idolo delle folle, infila una serie d’oro (dieci gol in quattordici partite), suggella il momento magico il 31 ottobre del ’71 con un gol da antologia nella doppietta rifilata al Milan (colpo di tacco in acrobazia che beffa il “ragno nero” Cudicini, e il grande Nereo Rocco si toglie il cappello in segno d’ammirazione). Ma il destino si presenta col ghigno malefico dell’esattore, c’è sempre un tributo da pagare al successo e questa volta tocca a lui.

Quattordici partite, dieci gol, papà Raimondo è pieno d’orgoglio e i cuori bianconeri impazziscono di gioia: sembra la consacrazione, ma un pomeriggio di pioggia e gelo, dopo l’ennesima rete sparata in faccia alla Fiorentina al Comunale, la vita cambia all’improvviso. Gli piomba addosso una tosse fastidiosa, insistente. Entra in clinica l’1 gennaio del ’72, brutta maniera di iniziare l’anno. Lo visitano e la diagnosi è impietosa: affezione infiammatoria all’apparato respiratorio. È pleurite, per capirci: la stagione è finita. Roberto fa in tempo ad unirsi ai compagni a primavera, nel pomeriggio felice in cui si brinda allo scudetto. Un tricolore a cui ha contribuito, con quei dieci gol pesanti come macigni.

La malattia lascia, la determinazione (se possibile) raddoppia. Il 24 settembre del ’72, a Bologna, Roberto Bettega torna in campo accolto dagli applausi. Ha vinto una battaglia difficile, ne è uscito più forte dentro. Lo dimostra in campo, trascinando la Juve al secondo scudetto consecutivo. Diventando una bandiera: lui c’è sempre, là davanti, anche quando i compagni di reparto cambiano. Dopo Anastasi e Haller, dopo l’Altafini part-time di fine carriera, ecco Roberto “Bonimba” Boninsegna. La Juve si muove, si evolve, intorno al figlio del carrozziere diventato idolo della curva. E lui, tatticamente versatile, sa adattarsi ad ogni situazione e a qualsiasi compagno di viaggio.

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EUROPA DOLCEAMARA

Ventisette partite e otto reti nell’anno del secondo tricolore. Sei volte a segno in quello del terzo, il ’74-75. Quando in campo va un Bettega che all’occorrenza finalizza ancora, ispirato da Pietruzzo Anastasi, ma spesso sceglie altri percorsi, perlustra il campo a caccia di idee. Stagione di alti e bassi, diciamo pure a corrente alternata. Eppure importante, perché arriva finalmente il momento di giocare la carta Bettega anche in azzurro. A decidere in questo senso è il vecchio maestro Fulvio Bernardini, che apre un nuovo capitolo della carriera del campione. Un capitolo fatto di grandi gioie e segnato, oltre che dall’incontro decisivo con Enzo Bearzot, da un incredibile scherzo del destino. Il secondo, dopo la malattia del ’72. Quello che gli negherà, dieci anni più tardi, la gioia di partecipare a un’avventura mondiale da vincitore. Con la maglia bianconera, intanto, Bettega continua a togliersi soddisfazioni.

Non è immediato il feeling con Vycpalek, non lo è quello con Carletto Parola. Ci si mettono anche certe situazioni difficili e fastidiose, come la volata-scudetto perduta contro il Torino nella stagione ’75-76, una sconfitta che il bottino personale di quindici gol non ripaga. Le reti salgono a quota 17 nel ’76-77, e questa volta a vincere il testa a testa sono Roberto e compagni. È il primo capolavoro di un tecnico giovane e vincente voluto da Boniperti: Giovanni Trapattoni presenta all’Italia la sua Juve da battaglia, fisicamente corazzata dagli innesti di Benetti e di un ancora vivacissimo Boninsegna, resa sicura tra i pali da Zoff, in difesa dalla coppia Cuccureddu-Gentile, da Morini e da un sempre più autoritario Scirea, illuminata da Causio che regala a Bettega e a Boninsegna mille occasioni da gol.

È finalmente una Juve europea, e lo dimostra vincendo il suo primo trofeo internazionale, la Coppa Uefa, dopo aver buttato fuori Manchester City, Manchester United, Shakhter Donezk, Magdeburgo, AEK e, in finale, l’Athletic Bilbao. Nell’inferno della partita di ritorno, in Spagna, è proprio Bobby Gol ad aprire la strada verso la gloria, con una rete destinata a restare nella storia bianconera. Il quinto scudetto arriva l’anno successivo (’77-78). Il sesto, quello più difficile per il campione, nell’80-81. Una stagione da cinque gol in venticinque partite, praticamente in salita in una squadra priva di vere punte, con Fanna, Causio, Marocchino guidati dalla sapienza di Liam Brady. Stagione di stonature (la clamorosa litigata con l’arbitro Gigi Agnolin) e di sospetti (i difensori del Perugia accusano Bettega di aver fatto pressioni in campo perché lo lasciassero segnare: un mese di squalifica).

RINASCITA E ULTIMA RECITA

Qualcuno parla già di viale del tramonto, non è il massimo per uno che appena un anno prima vinceva la classifica marcatori del campionato italiano. Lui tace, secondo l’antica scuola appresa da mamma Orsola, paziente e gozzaniana maestrina torinese. Tace e accetta, come chi sa capire la vita, come chi sa che oggi sei idolo e domani puoi finire nella polvere, come chi non si sorprende e non si spaventa di questa vita effimera da uomini di calcio. Tace e si prepara, con Bearzot, all’assalto mondiale di Spagna, che gli verrà negato, si diceva, dall’ennesimo brutto scherzo del destino. Il secondo in carriera.

Rassegnato? Mai. Roberto Bettega, torinese duro e puro, testardo e taciturno, si riprende la vita: è ancora campione d’Italia (il… settimo sigillo) nella stagione all’inferno ’81-82, e l’anno dopo agguanta la Coppa Italia e va all’attacco della Grande Illusione. È in dirittura d’arrivo, vorrebbe chiudere in bellezza. Dieci giorni dopo il commiato dal campionato italiano (15 maggio ’83, Juventus-Genoa 4-2), fa l’ultima apparizione ufficiale in maglia bianconera ad Atene: si gioca la finale di Coppa dei Campioni. Di fronte alla Juve del Trap c’è l’Amburgo, e i bianconeri sulla carta sono i favoriti d’obbligo. Bobby Gol è a un passo dal sogno, come tutto il popolo juventino. A svegliare tutti quanti sarà il maledetto, imprendibile tiro di Felix Magath.

Il campione ha i capelli grigi, per l’ultima recita si è assicurato un ruolo nella Juve forse più bella degli ultimi vent’anni. Accanto ha gli uomini del futuro: Platini, Rossi, Boniek. Non bastano, per volare sull’Europa. Appuntamento rimandato, per la Vecchia Signora del calcio italiano. Roberto Bettega consegna la sua maglia alla storia bianconera, e a quella storia si consegna.Questione di numeri, di grandi numeri: in tredici anni, quella maglia l’ha indossata in 481 occasioni ufficiali (326 partite in campionato, 73 in Coppa Italia, 82 nelle grandi manifestazioni internazionali), trovando la strada della rete in 178 occasioni (129 in campionato, 22 in Coppa Italia e 27 sulle ribalte europee). Ha vinto sette scudetti (il primo nel ’72, l’ultimo nell’82), due volte la Coppa Italia (nel ’79 e nell’83), una Coppa Uefa (nel ’77), ha sfiorato due volte la Coppa dei Campioni (oltre alla finale dell’83 con l’Amburgo, quella
lasciata nelle mani dell’Ajax il 30 maggio del ’73).

BETTEGA E LA NAZIONALE

Il biglietto da visita è di quelli importanti. A chiamare Roberto Bettega in Nazionale è nientemeno che Fulvio Bernardini, profeta del calcio dei “piedi buoni”. Un’incoronazione, insomma. Magari un po’ tardiva, perché la decisione il Dottore la prende il 5 giugno del ’75, facendo esordire il campione bianconero contro la Finlandia, in una squadra azzurro-juventina. Bettega ha venticinque anni, e certamente a farlo arrivare in ritardo all’appuntamento con la Nazionale è stata la lunga malattia del ’72, quella che sembrava dovergli spezzare ambizioni e speranze. Il battesimo lo firma Bernardini, laconsacrazione a opera di Enzo Bearzot, che del Bettega azzurro sarà il vero mentore.

La nuova Italia, coraggiosa e allegramente sfacciata, sicura dei propri mezzi, nasce intorno a Bobby Gol, al suo ruolo di attaccante mai avulso dal gioco, naturalmente alle sue reti. Ci conta, il friulano Bearzot, e il giocatore risponde alle sollecitazioni. Inventando, tra l’altro, una perla da consegnare agli annali: il gol che il 17 novembre del ’76 regala all’Italia il successo sull’Inghilterra all’Olimpico, oltre a una certezza in più sulla strada verso il Mondiale d’Argentina. La fotografia è nella memoria: volo d’angelo, colpo di testa sublime, Clemence in ginocchio e con lui tutta l’Inghilterra.

In Argentina, Bettega disputa l’unico Mondiale della sua carriera: brillante dai punto di vista del gioco, un po’ meno da quello del risultato. La squadra gira intorno a lui, sembra costruita apposta per lui. È bella e
sfortunata. Il campione potrebbe rifarsi nell’anno del Grande Sogno, se soltanto la sorte non gli si mettesse contro. Per la Nazionale di Bearzot, che a Spagna ’82 vuol giocare da protagonista, Bettega e sempre un punto fermo. Lui si mostra vivo, acceso, nella prima parte della stagione.

Fino a quella serata maledetta di Coppa dei Campioni. E il 4 novembre dell’81, a Torino si gioca Juventus-Anderlecht: Bettega ha un terrificante impatto con Muneron, il portiere belga, e resta a terra. La diagnosi è impietosa, proprio come accadde nel ’72: distacco del legamento collaterale-mediale del ginocchio sinistro, stagione finita, viaggio in Spagna cancellato (anche se Bearzot, incredulo orfano del suo campione, prova a credere fino all’ultimo istante in un miracolo).

Perde l’azzurro più intenso, Bobby Gol. Nella sua storia di calciatore e simbolo azzurro manca quella trasferta spagnola iniziata tra i mugugni e finita in gloria. Brutta botta, ma lui non si perde d’animo e comunque la maglia azzurra riesce a riconquistarla. L’ultimo atto va in scena il 16 aprile dell’83, a Bucarest: Romania-Italia 1-0 è la recita numero 42. Con questo numero, e col 19 che resta scritto a caratteri indelebili sulla casella delle reti realizzate, il viaggio azzurro si chiude. Non senza rimpianti.