Se l’integrazione parte dal campo di calcio

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L’incredibile storia dei Fugees inizia il giorno in cui Luma vede qualcosa di inaspettato: un gruppo di ragazzi sopravvissuti alle guerre, alla violenza, alla morte di fratelli e genitori, sta giocando a calcio con una passione e una grazia che sembrano annullare qualsiasi orrore…


A Clarkston era un giorno come tanti altri. E, in un pomeriggio estivo come mille, Luna Mufleh stava andando a fare la spesa al supermercato di quella cittadina georgiana che aveva scelto sua. Ma mentre, quasi in automatico, parcheggiava la macchina nel solito parcheggio, vide, quel giorno di giugno del 2004, una scena destinata a cambiarle la vita, per sempre.

In un monotono quadrato di asfalto grigio, un gruppetto multicolore di ragazzi si era autorganizzato in una squadra di calcio che sembrava vera. Non avevano una divisa, né una formazione regolare o un allenatore, ma inseguivano quella palla che occhio e croce pareva di gomma con una luce speciale negli occhi.
Volle metterli a fuoco, Luna Mufleh: erano sopravvissuti. Adolescenti o poco più scampati alle guerre, alla violenza delle vendette tribali, alla morte di fratelli, amici e genitori, qualcuno di loro al suo stesso passato di soldato bambino allenato alla barbarie. Ancora con le ferite sulla pelle, ma anche con quella forza che acquisisce di diritto chi sopravvive.

Sono i ragazzini scappati dai drammi di Iraq, Afghanistan, Sudan, Congo, Kossovo, Bosnia, che hanno trovato rifugio a Clarkston, nello stato della Georgia, designata nel 1990 a centro di accoglienza dei rifugiati di guerra. La cittadina in un decennio ha trasformato la sua fisionomia, assorbendo dai nuovi ospiti odori, colori, suggestioni. Spuntano sinagoghe accanto alle chiese, nuove pietanze esotiche si leggono sui menù di ristoranti sempre più multietnici, tra i banchi di scuola si contano cinquanta nazionalità diverse, i negozi si riempiono di donne che indossano il velo, ovunque si diffonde il profumo del curry e del cumino. E per le vie cittadine fa la sua comparsa il calcio.

Lì dove lo sport di punta è il baseball, sono i ragazzi scappati via dai loro paesi a portare quello sport «da poveri», in cui per giocare basta prendere a calci un pallone e capire il meccanismo di squadra, perché nel calcio serve chi segna e chi fa i passaggi. E per quei ragazzi, quel gioco semplice e antico diventa veicolo di integrazione. Non sempre facile, non solo fra americani e fugees, i rifugiati, ma soprattutto fra le diverse etnie.

Luna Mufleh, infatti, è riuscita a fare incontrare e collaborare sul campo ragazzini dell’etnia tutsi e hutu, iracheni e afgani, etiopi, sudanesi e liberiani, in totale armonia, tutti rispettosi delle stesse regole. Lei, ragazza georgiana di ottima famiglia andata a studiare negli Usa, in quel paese ha deciso di restarci, contro il parere dei genitori. Perché lì ha avvertito una cultura più vicina alla sua sensibilità e al suo concetto di libertà, lì ha sentito pulsare il cuore di un’America che vuole rinascere nel segno dell’uguaglianza e dell’orgoglio civile.

E questa donna forte e determinata ha creato la sua squadra di calcio, la squadra dei Fugees. «Non cerco superstar. Cerco giocatori che abbiano voglia di imparare. Chi non segue le regole è fuori dalla squadra. Ci sono un sacco di ragazzi che vogliono giocare. Se seguite le regole vi divertirete parecchio», il suo motto. Lineari e pulite le sue regole: innanzitutto, comportarsi bene, sul campo e fuori. Non bere, non fumare, non drogarsi, non mettere incinta nessuna, non dire parolacce, portare i capelli corti, essere puntuali. E non importa se gli avversari prendono in giro il loro accento o la «femmina» che li allena, perché lo schema di Luna mette in campo l’integrazione vincente, quella più vera.

Questa storia di calcio e società, talento e sudore, calcio e generosità, riscatto e speranza, la racconta in un libro (Rifugiati football club, Neri Pozza 2009) Warren St. John, giornalista del New York Times e già autore di un libro sui tifosi del football universitario, rimasto così affascinato dall’esperienza di questi ragazzi da trascorrere 15 mesi presso i campi di allenamento e le abitazioni di Clarkston. Per raccontare di una squadra di calcio che è un simbolo di aggregazione tra culture e una lezione di speranza, in cui è lo sport a farsi maestro di abbattimento delle discriminazioni razziali.

Testo di Cecilia Moretti