Dove vai se il mago o iettatore non ce l’hai?

Siamo negli anni 2000, ma il mondo del calcio è impregnato di piccoli o grandi riti. Non è vero ma ci credo, per scherzo o molto sul serio, per convinzione o disperazione: dal magazziniere al presidente, ognuno ha il suo modo per cercare di farsi baciare dalla fortuna


Sale, amuleti, riti non bastano più, crescono i professionisti della fortuna, pagati profumatamente dalle società. I roghi di Lorenzo, il disco di Pesaola, la moda delle «Iene». E molti si affidano a uomini che si sono inventati un lavoro. Come il mago Nicola («elimino la negatività») o Diego Jacona: «Mi pagano 50 milioni per far perdere una squadra»

In principio fu il tecnico Juan Carlos Lorenzo, negli anni Sessanta, a rendere pubblici certi vizietti. Quando la sua squadra perdeva faceva bruciare tutte le maglie e, a proposito di bruciare, mezz’ora prima della partita mandava in fumo un po’ d’incenso nello spogliatoio. Negli alberghi voleva lo stesso numero di camera e costringeva l’autista del pullman a cambiare strada di fronte al classico gatto nero.

Gli amuleti del Petisso

Bruno Pesaola aveva un’abitudine divertente: faceva ascoltare ai giocatori un disco di Peppino Gagliardi: sai che carica… Un giorno, allenava la Fiorentina, nella trasferta di Genova s’accorse di aver dimenticato a casa il 45 giri. La domenica mattina si fece 500 chilometri da solo con una macchina a noleggio per andarlo a prendere. Meno male che vinse.

La più bella è questa: Manente, terzino della Juve anni Cinquanta, era l’incubo del suo compagno portiere, Viola. Quando la Juve vinceva con largo punteggio (ai tempi succedeva spesso), verso la fine si voltava e alzava la mano aperta: segno che mancavano 5 minuti al suo autogol. Viola poteva urlare quanto voleva: 300 secondi più o meno, col suo piedino di fata, Manente lo beffava, spesso in pallonetto. Era il suo modo di ringraziare gli dei del calcio.

In questo campo, la fantasia non manca. Si potrebbe andare avanti all’ infinito: dall’inseparabile bambola di pezza di Zamora attaccata in porta, ai 26 chili di sale sparsi sul terreno dallo scomparso Romeo Anconetani, agli amuleti e all’astrologia del pragmatico nordico Nils Liedholm, al cornetto rosso di Carlos Bianchi, al galletto di Oronzo Pugliese, alla purga per defecare di Castellini, al cappotto di Renzo Ulivieri, alle migliaia di gesti reiterati di quasi tutti i calciatori: entrare in campo con lo stesso piede, appendere i vestiti allo stesso gancio, e così via.

Anche i più insospettabili non fanno eccezione. Per dire, quel tedesco saggio e razionale di Karl Heinz Rummenigge era un concentrato di manie: sul pullman guai a chi gli rubava il sedile vicino al finestrino della quarta fila di sinistra, prima della gara mangiava tre biscotti e beveva mezza tazza di tè, poi s’infilava per primo la scarpa sinistra fino a quando non perdeva e entrava in campo per ultimo. Diceva: «Per un calciatore è indispensabile essere superstizioso».

Lo psicologo Ferruccio Antonelli sostiene la tesi. «Il campione è pervaso da iterazioni scaramantiche. Superstizione, amuleti, preghiere sono di fatto l’unico doping consentito. C’entra la consapevolezza della casualità di un ciuffo d’ erba, di una deviazione fortuita. Il campione si sente un superstite che sopravvive a energie negative. I rituali sono praticamente indispensabili per eliminare lo stress. Perché ci sono due avversari da battere: il secondo siamo noi stessi».

Da scaramanzia e superstizione, però, si sconfina spesso anche nella magia. Ed è qui che entrano in campo persone che non hanno a che fare direttamente col calcio e che vengono ingaggiate per i loro poteri. Brasile e Africa, terre di macumbe e voodoo, insegnano. Nei Mondiali del 1998 il Camerun ingaggiò sei sciamani per lanciare il malocchio all’ Italia. Uno di loro, Talin Keba, spiegava: «Ci basta sapere il nome e la data di nascita del giocatore: non toccherà palla». Devono aver avuto informazioni errate, perché gli azzurri vinsero 3-0.

Liedholm si affidava spesso al mago di Buscate, Mario Maggi, prima di decidere la formazione. Negli Anni 70 il Napoli si affidò a due noti iettatori, anzi «uomini in grado di dispensare il bene e il male», come dicevano i dirigenti: uno era Enzo Berri, l’altro si faceva chiamare «O’ musicante». Il mago Nicola divenne famoso per aver aiutato a vincere la classifica cannonieri di B a Igor Protti. Poi però al giocatore non andò tanto bene. Ma lui dice: «Mica potevo seguirlo in eterno». Si definisce un «operatore dell’occulto, elimino la negatività nei personaggi. La fortuna è una componente fondamentale del successo».

Uno che va per la maggiore si chiama Diego Jacona: pellicciaio di Pescara, lui non cura giocatori ma porta iella. Gli dicono: quella squadra deve perdere, lui va allo stadio («vestito normalmente con qualche stravaganza, come il bastone di lacca cinese con in cima un condor che in bocca ha un indio») e la fa perdere. Lo pagano profumatamente. Dice: «Una volta ho preso 450 milioni, depositati in una banca svizzera. Saranno stati soldi di tangenti, sa. Comunque di solito pretendo una cinquantina di milioni, anticipati. Ci sono un sacco di squadre di A e B che mi chiamano. Quelle di C non se lo possono permettere. Sono i presidenti a ingaggiarmi, coi calciatori nemmeno ci parlo. Ho cominciato per scherzo, ho visto che funzionava e vado avanti. Sa, non è vero ma ci credo, funziona così, anch’io all’ inizio non ci credevo. Mai ingaggiato per finali di coppe perché io d’estate sono via. Mi piace viaggiare, sono appena stato a gufare in Giappone, ingaggiato da una tv del luogo. L’esito? Quello voluto, naturalmente. Mai successo che abbia sbagliato: solo una volta ho fatto un pareggio perché c’era una persona come me, la sentivo. Le forze si sono contrapposte, ma ho vinto io perché la mia squadra giocava fuori casa. Maghi e porta iella? Io ne conosco di persona altri tre, il calcio è pieno, credetemi».

Per finire, una ripassata ai dieci «comandamenti» dello scozzese Alan Rough, portiere degli anni Settanta con due mondiali alle spalle, che in fatto di superstizione non era secondo a nessuno. Per questo il suo nome resiste negli anni. Andiamo per ordine:
1) Non radersi prima della gara.
2) Non dimenticare l’anello portachiavi a forma di cardo.
3) Portare in campo una vecchia pallina da tennis.
4) Mettersi in tasca una scarpetta da calcio in miniatura.
5) Portare una piccola maglia a forma di stella.
6) Usare sempre il gancio numero 13 negli spogliatoi.
7) Indossare la maglia numero 11 sotto la numero 1.
8) Far rimbalzare tre volte il pallone nel corridoio che porta al terreno di gioco.
9) Calciare il pallone nella rete vuota.
10) Soffiarsi il naso più volte possibile durante la gara.
«Vivevo nel terrore di scordarmi una parte del mio rito», ha ammesso. Come non credergli? Deve essere stato uno dei pochi giocatori che quando ha smesso ha tirato un sospiro di sollievo…