Umberto Agnelli e la prima Grande Juve del dopoguerra

L’avventura bianconera di Umberto Agnelli comincia nel ’55, come commissario straordinario (poi diverrà presidente): con lui arrivano Sivori e Charles. Nel ’59 fu eletto presidente della Federazione (si dimise nel ’61). Nel ’62 lasciò anche la Juve, per riprenderne il controllo a metà degli anni Novanta attaverso l’Ifi.


C’era mancato poco che Umberto Agnelli non diventasse tifoso del Toro. «La prima partita che andai a vedere fu un trionfo granata per sette a zero a Roma, e mi appassionai. Ma dopo essere tornato a casa, sentii di nuovo più naturali i legami con la Juventus, e mi venne spiegato meglio da che parte dovessi stare». Primavera 1946. è il primo ricordo calcistico di colui che sarebbe diventato lo juventino delle ricostruzioni, un dirigente assai meno “glamour” del fratello Gianni ma non meno competente dal punto di vista tecnico, e più operativo in senso moderno, non solo mecenatesco.

Chiamato alla presidenza bianconera ad appena ventun anni (resta il più giovane della storia), il primo incarico importante della sua vita, Umberto Agnelli s’inventò Charles e Sivori. Dopo essersi chiesto a lungo se l’ingaggio dei due costosissimi campioni (105 milioni di lire il gallese, 180 l’argentino) fosse compatibile con i nuovi criteri di gestione del bilancio (si compra solo se poi si incassa), e dopo avere consumato le pietre di piazza San Carlo in un’agitata notte insieme al suo consigliere Walter Mandelli, tenuto conto che l’acquisto di Omar Sivori avrebbe potuto scandalizzare tutto lo sport italiano, il più giovane degli Agnelli concluse: «E io lo compro lo stesso».

Umberto Agnelli e Sivori Pallone d’Oro 1961

Fu un meraviglioso azzardo, a cominciare dal viaggio in auto dal casello di Novara al centro di Torino, con Umberto che schiaccia l’acceleratore a tavoletta e il campione che si rannicchia sul sedile e tace. «Non avrei mai pensato che si potesse patire più la macchina dell’ aereo» dirà Sivori all’arrivo, incredulo di essere ancora sano e salvo, mentre il dottor Agnelli gli ripete: «Erano due anni che ti aspettavamo».

Venne subito lo scudetto ’58, e un anno dopo per Umberto venne anche la presidenza della Federcalcio. C’era da ricostruire pure lì. Lui prese l’incarico sul serio, come aveva fatto alla Juventus: molte ore in ufficio, molto lavoro da sbrigare e nulla da concedere alle copertine e alla mondanità. Tuttavia il doppio ruolo trascinò inevitabili polemiche sul conflitto d’interessi.
Una delle prime decisioni della nuova federazione umbertiana fu infatti la creazione di un segno distintivo per la squadra che avesse vinto dieci scudetti: guarda caso, la Juventus. Nacque così la stella del decimo campionato, e sembrò quasi che Umberto Agnelli l’avesse cucita da solo sulle amate maglie.

Il presidente Umberto Agnelli e il capitano Boniperti sollevano la Coppa Italia 1959-1960

Il presidente Umberto Agnelli e il capitano Boniperti sollevano la Coppa Italia 1959-1960

Di triangoli tricolori ne sarebbero arrivati altri due, nel ’60 e nel ’61, con risse verbali e di campanile, compresa la lite con il principe degli arbitri, Concetto Lo Bello, che un giorno cacciò dagli spogliatoi il giovane Agnelli. L’ultimo campionato di Umberto vinto da presidente federale e della Juve coincise con la ripetizione di Juventus-Inter, vinta 0-2 dai nerazzurri per la presenza del pubblico a bordo campo, e che venne fatta ripetere dalla Corte d’appello federale, come alcuni accusarono, su pressioni del presidente. Per protesta, i nerazzurri mandarono a Torino una squadra di ragazzini che perse 9-1: l’Inter segnò su rigore con un debuttante di nome Sandro Mazzola, figlio di Valentino, mentre nella Juve giocò per l’ultima volta Giampiero Boniperti.

Umberto Agnelli lasciò la presidenza bianconera dopo il deludentissimo campionato ’61-’62, nel quale la Juve rischiò addirittura di retrocedere, e se ne andò con l’amarezza provocata da altre polemiche: quelle sulla norma federale che consentiva i trasferimenti dei giocatori nelle liste suppletive d’ autunno, anche se fossero già stati utilizzati. Sfruttando le nuove regole i bianconeri avevano ingaggiato Mora, e anche quella volta si disse che Umberto Agnelli l’avesse fatto apposta.

Il dottore tornò operativo nel calcio nel ’94, quando la ricapitalizzazione guidata da Cuccia gli tagliò la strada della presidenza Fiat. Umberto venne in qualche modo risarcito con la Juventus, e lui creò la “triade” (Giraudo, che fu suo segretario personale, Moggi e Bettega. Triade). Molte vittorie in Italia con Lippi in panchina (altri 5 scudetti), un po’ meno in Europa, e l’imposizione del calcio come “show-business” con la discesa in Borsa, le cessioni illustri, le priorità di bilancio e il progetto immobiliare del nuovo stadio.
Tutto il contrario di suo fratello. Per finire allora ecco una provocazione: l’Avvocato, con la Juve ci giocò. Umberto ci ha lavorato…….?

La Juventus 1957/58